La poesia non è affare per persone dabbene

«Per assassinarvi. Piacere, siamo spettri»: Lucia Triolo si intrufola nelle pagine di Savina Dolores Massa (*)

«Vi concedo le mie natiche impudiche
le cosce scarne
le posture maschili e
quelle di grazie ruffiane
di femmina che non è madre
e vale meno delle altre
io
mi umilio in libidini immacolate
dubbi fecondi
….
e niente è indolore
non la mia disperata virilità

e la mediocrità
di quando mi accontento
e la superbia
di quando odio davvero
e il sangue che sgrida le ossa per il chiasso
io
mostro il sesso
ai ciechi che hanno paura di toccarlo
ma accendo
labirinti di immaginazioni

e che non mi si biasimino le passioni» (pagine 19-20)

PROGRAMMA in 2 tempi: «Andrò a cercarla…Per assassinarvi

rincorrerò ogni cagna in calore pregandola di non pentirsi mai dell’istinto
dirò all’istinto, Perdonami se ti ho spesso abbandonato

Andrò a cercarla…
tra i bugiardi di razza delusi dalle verità

E adesso prendete fiato
non sono tanto ottusa per non comprendere
che sarebbe bastato un verso
una certa sintesi tanto adatta ai morti
una stitichezza
sotto riportata ad esempio:

Cercherò fino a sfinirmi ciò che desidero possedere come sola virtù: l’immaginazione».  (pagg. 17-18).

E dunque

«M’immaginavo uccidervi ogni giorno
avara di tolleranza per gli invocanti vagiti
nei corridoi del delitto cerebrale«» (pagina 105).

IL METODO: “parole barocche con la crudezza giusta”.

«io
sono una che ama le parole barocche
con la crudezza giusta
per assassinarvi» (pag 19).

 

 

Andremo con loro per (lasciarci) assassinare?

Io sono andata!

Provarsi ad accompagnare Savina Dolores Massa, narratrice e drammaturga sperimentata, in questa sua fatica poetica «»Per assassinarvi. Piacere, siamo spettri (edizioni Il Maestrale, 2017) è una indecente e felicissima sorpresa. Ma soprattutto, vorrei dire, è un fatto d’anima.

Il volume nasce dall’accorpamento di due diverse sillogi:  Per assassinarvi e Piacere, siamo spettri. Questo non inficia per nulla l’unità interna. Anzi sfida qualsiasi possibile scollatura,  direi meglio, se ne infischia, perché l’unità delle due facce del medaglione è già tutta esposta nella dissacrante umanità, profonda e scarnificata che dà vita al racconto poetico; racconto poetico/vitale di una scrittrice più che mai donna e donna sarda: per l’appunto un racconto d’anima. L’umanità in questione non é mai un’umanità/concetto, astratta e spersonalizzata. Tutt’altro. Ne saggiamo la tempra entrando ne la cucina di una donna sconosciuta, dove ad accoglierci è pronto «un divano dell’ottocento lungo sei piastrelle / sottratto all’eredità di una puttana» che conserva «l’eco di gemiti di amplessi non matrimoniali» (p. 21) avvertibili da chi vi prende posto.

A dettare percorsi, immagini, suggestioni nella poetica di Savina Dolores Massa non è solo l’intreccio fra sensualità e «istintiva intensità concettuale» (dalla prefazione di A. M. Capraro) ma anche quello – mi si perdoni il chiasmo supplementare – fra intensità e istintiva sensualità concettuale che si esibisce senza infingimenti e anzi con la massima crudezza (forse talvolta un po’ troppo accentuata) a ogni pagina della silloge. La dimensione del corpo, della sua attitudine a viversi in qualsiasi aspetto, stadio, immagine, quel suo percepirsi in sensazioni di vita o di morte, è il protagonista indiscusso del verseggiare. E ci troviamo catapultati dentro un vortice di metafore impennate l’una sull’altra, di pezzi di realtà e pezzi di immaginazione intrecciati assieme – nulla di più intensamente, di più dolorosamente e felicemente barocco – dove la carne nella parola si espone in modo capillare e insieme intimo allo sguardo, anche impietoso, dell’altro: «Non dite in giro che oggi sono morta / non dite l’inganno che vi mostro / di carne composta vestita da sera / e un passo a spillo nella fuga» (pag 23).

 

 

Si tratta, in questi percorsi, di autentiche amputazioni chirurgiche a danno di ogni pensiero borghesemente edulcorato della vita, sia di quella intima che di quella sociale (cfr la lirica “E’ nero il giacinto” sui tristi «fatti di Rosarno (Italia) che hanno umiliato l’uomo») perché «non c’è un fosso per i peccati» (p. 35) che non si vogliono mostrare. 

Dicevo prima di un evento d’anima e sono proprio i peccati – reali o immaginari – quelli che ne reggono le fila: «nonna chiede perdono dei suoi peccati / ai grassi gechi del soffitto / io sveglia le annuso la carne / che di tutto sa/meno che di inferno e fiamme» (p. 41).

Lungo un percorso che sa di donna (l’uomo protagonista dello sfondo), il linguaggio sfacciato segue e dà corpo a un pensare sfacciato. Fuori dagli schemi è dir poco. Qui linguaggio e pensiero travolgono e stravolgono gli schemi, a tutto si concedono «purché tutto sia lontano da ogni convenienza» (pagina120).

«Portare nel letto della notte
nuda
due seni di meraviglia vana
mai succhiati da figli
solo da uomini alla ricerca di goccia lattea della madre

Quei seni sentono la brezza infine silenziosa
é tardi
si ninnano tra loro
con il fiato
sapendo d’aver vissuto quanto basta
per dormire ciò che resta fieri di non aver svezzato» (p. 37).

 

Si noti con quanta musicalità e finezza ci si sbarazza del dogma della donna-madre.

Ovvio, la poesia non è affare per persone dabbene.

Per chi la pratica Il mestiere della menzogna è virtù. Inutile dire (ma bellissimo da leggere) «Avrei voluto non incontrarmi alla messinscena di me stessa» (pag 45).

La sequenza delle liriche è essa stessa guida. Incontri chi (io, tu, lui, lei) «ha udito la risata delle mani» (p. 55) e poi ti ritrovi a fare i conti con La seduzione

«La seduzione dell’inganno lo sa la porterà alla forca
ed è un piacere per lei immaginare l’abbraccio al collo
e la tarantola corporale in pubblica piazza
giudicante
appassionata
di vendetta gocciolante nel cerchio del sesso
E chi poserà a terra la morta
le schiaccerà la lingua ancora lucida e mormorante
l’approssimazione di un progetto
» (p. 57).

Rapido e senza indugi anche qui il passaggio tra il raccapriccio di una vendetta gocciolante nel cerchio del sesso e il fascino di una lingua ancora lucida e mormorante l’approssimazione di un progetto. Fra l’uno e l’altro, fra il racconto di una fine e un’occhiata speranzosa, desiderosa di futuro, ogni scollatura concettuale viene meno: nemmeno chi muore rinuncia al futuro. Nulla di irrazionale nel paradosso.

Di questi incredibili prodigi è piena la poetica di Savina Dolores Massa.

 

 

In un susseguirsi frenetico di immagini che posano spesso i piedi su «un tappeto dedicato alla nostalgia» (p.67) ecco la tentazione dissacrante di Capirsi così: «macerare nel vino e nell’insonnia / capirsi mosto velenoso / e andare avanti / spaventati di sé quanto ammaliati frugare con le unghie il proprio sangue» (p. 83).

Come non sbattere contro il dubbio che questo, senza saperlo, è ciò che eri e che hai fatto anche tu? C’è forse qualcuno che non «Provò a masturbarsi l’immaginazione» (pag 114)?

Dopo la sventola, però, il sollievo: forse a essere esposta, messa a nudo è la stessa parola che ci parla:

«capirsi così, indisponente e odiosa
godere dell’allontanarsi dei sobri
dei maestri equilibristi
sulla corda dell’esistenza
le corde sono cappi» (p. 83).

Già, si diceva: la poesia non è affare per persone dabbene!

Savina Dolores Massa ha il merito non da poco di metterci la cosa dinnanzi senza sfumature argomentative, martellandoci di continuo quasi fosse un presupposto ineliminabile del senso di ogni sua parola: «Lasciatemi morire così come uno dei miei cuori ha scelto» (pagina 27).

«Avrò labbra sbavate di rosso acceso
per ricordare agli ospiti
che ogni parola che vorranno sentirsi dire
si trova solo all’inizio del mio inferno» (p. 136).

 

 

Questa la conclusione di Per assassinarvi: la messa a fuoco di un punto insieme spaziale e temporale: l’inizio del mio inferno.

Certo non è un caso! Se la seconda silloge si presenta così: Piacere, siamo spettri è per via dello stretto legame con la fine della prima.

Non può dunque meravigliare nemmeno che, andando avanti, i nostri occhi increduli si spalanchino su qualcosa di talmente fisico da divenire immediatamente metafisico, qualcosa che riguarda una metafisica  “origine” avvitata sul fatto più personale che ognuno può esibire: il “ricordo”. Ma non si tratta qui di evocare ricordi: «La memoria è animale sofferente» (p. 87); «se concedo al ricordo di sedermi sulla spalla / mi bacia con la lingua gelida di un morto» (p. 79). Si tratta invece di andare in cerca del punto da cui esso scaturisce. Con un magistrale colpo di mano poetico, in barba ad ogni speculazione ontologica e psicanalitica, il fatto d’anima partorisce l’«origine del ricordo» come luogo/momento da cui muovere.

Piacere siamo spettri è incentrato tutto sull’«origine del ricordo», sempre provocatoriamente in un doppio ruolo: ora luogo/momento, ora strada/personaggio delle vicende. E’ quella l’unità di misura per la localizzazione di eventi e persone: ed ecco sgranarsi una ad una le storie dell’origine: «Dall’origine del ricordo / distava quattro porte a destra Caterina» (p. 139), «Dall’origine del ricordo / – tre porte a destra attraversata la strada –» (p. 141), «Nella prima casa della strada, a sinistra dell’origine del ricordo» (p. 179) e così via sempre con estrema precisione, pena un errore su persone e cose. E quell’unità spessissimo parla da soggetto, come quando a proposito di Candida «L’origine del ricordo rimpiange di non averla mai incontrata» (pagina 195 ma cfr anche pagg 197, 199, 201 ecc).

 

 

Ciò che si snoda ad opera dell’«artigiana delle maschere» (p. 45) è appunto una sequenza di maschere umane a volte terribilmente tristi, altre volte deliziosamente umoristiche (cfr pagg145, 157, 159, 201-202, 205-6) sul palcoscenico di un mondo travestito da Sardegna. Una sequenza di personaggi eternamente di passaggio «della quale si dice ancora a nominarla, Brava gente» (p. 197);  personaggi scelti in base ad un istinto narrativo che non sbaglia un colpo.

«la gente della strada si spostava
sotto la porta della casa prescelta per narrare.
Non fu mai una decisione ragionata,
l’istinto portava la migrazione degli scranni
dove più pareva ci fosse da ascoltare» (p.189).

In comune solo il fatto che si tratta di «Generazioni e generazioni di tutti dentro pochi piedi per dimora» (p. 195).

C’è n’è infatti per tutti; chi di noi non si è trovato anche più di una volta nella sua storia personale «a contenere la vittoria della vita sul dolore» (185) o non si sente ronzare le orecchie dinnanzi a Paolo delle melodie del cui «funerale nessuno pare ricordare /… Fu lasciato solo non per scarsa scortesia di vicinato / ma per rispetto di un uomo che si era sempre preferito tra i qualsiasi, uno»? (pagina161)

La sospensione voluta del senso, la frequenza del paradosso non appannano ma esaltano incredibilmente il fascino del tratto poetico sempre magistralmente musicale e, di colpo, ti rendi conto che il nostro modo di attribuire senso alle cose, alle vicende, alle frasi non è per nulla scontato. Nulla di più straniero di ciò che ci è familiare quando comprendiamo che la strada imboccata per incontrarlo non è l’unica possibile; altre ve ne sono più intriganti, profonde, avvolgenti, misteriose e belle, anche se non lasciano traccia nella storia:

 

 

«Per quanto compia sforzi il ricordo
nessuno
vissuto oltre le due porte a sinistra della sua origine
ha lasciato tracce se non di vite non sapute» (pagina 187).

Ecco: nella doppia veste di cui si diceva, l’origine del ricordo si occupa di vite, soprattutto anche qui femminili – [«fumanti ricordi di donne dalla speranza stanca» (p.207)] – non sapute: ogni personaggio è una faccia di quel poliedro che è l’io come entità spazio/temporale, esso stesso strada che si percorre: un viavai incessante dal corpo all’anima e ancora al corpo. Così che l’esterno si salda all’interno, l’esteriore all’interiore.

Un io, strada che si percorra in quanto origine del ricordo, abbatte le frontiere fra «i sentieri disattesi del sé» (nella prefazione: pag 10) ma a prezzo di incontrarsi in quelle periferie, banlieue dell’anima nelle quali tutto è ragnatela e errore. E questo vale anzitutto per Savina Dolores Massa.

«…non è meraviglioso lo sbagliare?
Eppure mi desidero immorale a giorni alterni
scontrosa, perfino un’assassina che potreste esibire su una croce
trafitta mani e piedi da quattro chiodi di garofano

E allora l’ho capito già da un pezzo
che nessuno riuscirà a distendermi i pugni nella bara
per ottenere due mani giunte da preghiera
né il ghigno di quella libertà
di fregarmene se mai sono stata davvero amata da qualcuno
E’ vero che era bello il mazzo dei tulipani gialli in saldo» (p. 127).

 

 

No! La poesia non è affare per persone dabbene.

(*) ripreso da versipelleblog.wordpress.com/2020/12/16/per-assassinarvi-piacere-siamo-spettri-di-savina-dolores-massa/

 

La Bottega del Barbieri

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