La povertà non è una mancanza di carattere: è …

… una mancanza di denaro (Rutger Bregman)

con un articolo di Massimo Gaggi

“Le idee possono cambiare il mondo, e lo cambiano davvero” ricorda lo storico Rutger Bregman

…Partecipando a un panel dal titolo The Cost of Inequality organizzato dal magazine Time, Bregman ha posto l’accento su alcune delle contraddizioni del meeting e della società più in generale.

Ad esempio, ha notato lo storico, si parla tanto di ambiente ma poi gli ospiti dell’evento ci arrivano sui voli privati; si parla, ha detto testualmente,“di partecipazione, giustizia, uguaglianza e trasparenza, ma nessuno solleva l’argomento dell’evasione fiscale” e del fatto che i ricchi debbano fare la loro parte. Enfatizzando ancor di più il concetto, Bregman ha detto di sentirsi come “a una conferenza di pompieri in cui non è permesso parlare dell’acqua”.

Ha poi chiosato che, per prevenire i contraccolpi sociali dell’industria, tema già presente al forum dieci anni fa, bisogna smettere di parlare di filantropia e cominciare a parlate di tasse. Meno inviti a Bono, la rockstar filantropica per eccellenza, e più tasse per chi può pagarle. Bregman ha indicato l’elefante nella stanza, anche se i temi non sono del tutto nuovi in sé.

Bregman, classe ’88, è autore del saggio Utopia for Realists (in Italia è edito da Feltrinelli). Scrive anche per grandi quotidiani mondiali, come il Washington Post e il Guardian e per il giornale olandese De CorrespondentUtopia per realisti è descritto, sul sito dell’editore, come una “guida realista per la costruzione di un mondo utopico”. Un mondo dove, appunto, vanno ridotti consumi e ore di lavoro (anche solo quindici a settimana), aperti i confini degli stati, e dove la povertà va battuta anche grazie a un reddito di base.

L’appello di Bregman sulle tasse non è sfuggito ai presenti a Davos e ha catturato l’attenzione di chi è sensibile al tema: esempio facile su Twitter, il senatore indipendente vicino ai dem Bernie Sanders ma anche colleghi ed altri esperti…

da qui

 

Usa, l’auto-patrimoniale dei 18 super ricchi: «Tassateci di più» – Massimo Gaggi

«Sono giorni che qui a Davos i big del capitalismo internazionale discutono di come ridurre le diseguaglianze. Parlano di rendere il mondo un luogo migliore ma non citano mai l’unica parola che conta: tasse. E come andare a un convengo di pompieri dove non si parla di acqua». A fine gennaio Rutger Bregman, un giovane economista olandese, lasciò di stucco la platea del World Economic Forum con un discorso infuocato nel quale, in sostanza, trattava i campioni della finanza «buonista» da sepolcri imbiancati. «Soprattutto gli americani» raccontò qualche giorno dopo l’economista: «Mi guardavano come un marziano mentre spiegavo che i problemi del mondo non si risolvono con la filantropia e invitando Bono a Davos.

Adesso che diversi dei candidati democratici alla Casa Bianca che da stanotte si confronteranno in Florida nel primo confronto televisivo, hanno messo nel loro programma l’aumento della tassazione sui ricchi o una patrimoniale sui grandi patrimoni, qualcosa si muove anche nel mondo dei super ricchi: «Tassateci di più» chiedono in una lettera aperta 18 miliardari tra i quali figurano George Soros, il cofondatore di Facebook Chris Hughes, Abigal Disney e Liesel Pritzker Simmons.

Non capita tutti i giorni che i ricchi chiedano allo Stato di tassarli di più. Soprattutto in un Paese nel quale è radicata la sfiducia nella capacità dei governi di spendere le risorse meglio dei privati. Ma non è nemmeno la prima volta che succede: l’antesignano fu Warren Buffett che già nel 2011 chiese di essere tassato di più visto che, grazie alle riforme fiscali dell’era Bush, lui pagava, in proporzione, meno della sua segretaria. Da allora si è parlato molto di una Buffett Rule (far pagare un minimo del 30 per cento a chi guadagna più di un milione di dollari l’anno) che, però, non ha mai visto la luce. Nonostante il continuo aumento delle diseguaglianze economiche, nemmeno Barack Obama ha provato a far pagare molto di più i ricchi, consapevole che il Congresso a maggioranza repubblicana avrebbe bloccato tutto.

Ora, però, nonostante Donald Trump, gli umori stanno cambiando: i candidati democratici cavalcano l’onda del malessere popolare per una distribuzione della ricchezza che ormai, come scrivono gli stessi miliardari nella loro lettera, fa sì che lo 0,1 per cento dei cittadini più ricchi abbia accumulato un patrimonio pari a quello del 90 per cento dei meno abbienti. I miliardari firmatari sono quasi tutti impegnati politicamente sul fronte democratico e questo limita la portata dell’iniziativa. Ma i dati citati sono oggettivi: la stessa Federal Reserve ha appena certificato che negli ultimi 30 anni il patrimonio dell’1 per cento degli americani con più risorse è cresciuto di 21 mila miliardi di dollari, mentre quello del 50 per cento dei più poveri è calato di 900 miliardi.

I sondaggi indicano che il 76 per cento degli elettori vuole tasse più alte sui ricchi, mentre il 59 è favorevole alla proposta della parlamentare democratica Alexandria Ocasio-Cortez di portare al 70 per cento l’aliquota marginale sui redditi oltre i 10 milioni (ipotesi bollata come radicale, ma in America era così fino ad alcuni decenni fa). Raccoglie molti consensi (61 per cento) anche la proposta della candidata democratica Elizabeth Warren — la stella del dibattito di stasera — di introdurre una patrimoniale del 2 per cento su chi ha una ricchezza superiore ai 50 milioni. Frutterebbe 2750 miliardi di dollari in dieci anni: soldi da redistribuire soprattutto attraverso la spesa sociale.

In America, comunque, molti (e non solo a destra) restano convinti che parlare di redistribuzione della ricchezza porta a ridurre gli sforzi per farla aumentare. E così, mentre moltissimi miliardari, compresi i progressisti della Silicon Valley, continuano a ignorare il tema tasse preferendo mostrare i loro buoni sentimenti attraverso donazioni filantropiche, il Wall Street Journal giudica incostituzionale la patrimoniale della Warren. E tra gli altri candidati democratici per ora solo Sanders, Buttigieg e Beto O’Rourke hanno dato molto spazio nei loro programmi all’aumento delle tasse sui ricchi.

da qui

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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