La «scimia» e l’ostia in un delizioso libretto d’altri tempi

Recensione a «Le due zittelle» di Tommaso Landolfi (*)

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Una provincia «muffosa». Ovunque una «impalpabile polverina grigia». Due zitelle (anzi «zittelle» con la doppia t, immaginando che il termine sia imparentato con zitte) più «un’annosetta fantesca», cioè una serva. Una scimmia, anzi «scimia». Due religiosi che più diversi non si può. Un mistero subito risolto. Una punizione. E’ tutto qui il lungo racconto – o romanzo breve se preferite – «Le due zittelle» (continuamente ristampato da Adelphi: 120 pagine per 10 euri) che Tommaso Landolfi scrisse nel 1943 e pubblicò a puntate sul quindicinale fiorentino «Il mondo» due anni dopo. Vedo che Anna Marchesini ne ha tratta un monologo, portandolo con successo in teatro.

Landolfi fu anche un cultore di parole inventate. Una sua celebre poesia in lingua inizia così:

«Aga magera difura natun gua mesciun

Sanit guggernis soe wali trussan garigur

Gunga bandura kuttavol jeris-ni gillara».

L’incipit di «Le due zittelle» è abbastanza famoso ed è ben rappresentativo del suo stile – fra ironico e “antiquato” – e dei temi apparentemente innocui ma invece corrosivi, sarcastici, spiazzanti.

«In uno scuorante quartiere d’una città essa medesima per tanti versi scuorante, al primo piano d’una casa borghese vivevano due zittelle colla vecchia madre. E buon per il lettore ch’io non sento il dovere, che a quanto sembra altri sente imperioso, di descrivere minutamente simili luoghi! Ce ne sarebbe di che fare entrar le paturnie al meglio disposto. Con che costrutto non so vedere; dunque cercherò di limitarmi qui ai cenni strettamente indispensabili, che sarà fin troppo».

La «scimia» è Tombo, «vero protagonista, anzi l’eroe di questo racconto». Si tratta «forse» di un cercopiteco: «ma a presentarla partitamente ed in sé sarà bene rinunziare fin d’ora, con sollievo scommetto di chi legge». Non è facile «penetrare d’un bruto i pensieri, il vero significato dei suoi gesti» quando si parla di un animale; «rispetto a che cosa, infine, ad esempio, una scimia sarebbe buona o cattiva?». Per sciogliere la trama della vicenda questo interrogativo resta essenziale ma anche se la quarta di copertina del libro “svela” molto – e io vi sconsiglio di leggerla – ho deciso, se pure a malincuore, di non addentrarmi.

Aggiungerò solo che il libro è sconsigliato ai cattofanatici perché una «scimia» che mangia ostie, beve vino e dice messa (per convinzione o “imitando”: questo è il problema) è quasi peggio del “complotto gender”. Quanto all’affermazione che «il peccato lo hanno inventato gli uomini» siamo all’eresia. E che Dio somigli a una «scimia» quasi obbliga a preparare un rogo. Vade retro Landolfi.

(*) Anche questa sorta di recensione va a collocarsi – ma un po’ arbitrariamente – nella rubrica «Chiedo venia» perché quando “Mingo” mi ha prestato il libro (grazie) di Landolfi pensavo di leggerlo e ridarglielo subito. Poi invece è andato sepolto in mezzo a cartacce varie ed è riemerso dopo un bel po’ di mesi. Ma almeno questo riemerse… altri due sono “affogati”, mannaggia-mannaggiona. (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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