La strage di Otranto: come l’Italia uccise…

… quel Venerdì “Santo” del 1997

di Giuseppe Chimisso dell’Associazione Skanderbeg di Bologna

Nella primavera del 1997 l’aggravarsi della crisi che attraversava l’Albania in seguito al fallimento delle ‘Finanziarie piramidali’ del gennaio precedente, portava molte migliaia di persone a tentare di attraversare l’Adriatico per fuggire agli scontri in atto in tutto il Paese delle Aquile. Il governo italiano per tentare di arginare il flusso di profughi in arrivo con tutti i mezzi, si accordava con il governo albanese per bloccare i natanti in cambio di aiuti. Dai primi di aprile si sarebbe costituito così un vero e proprio blocco navale definito illegale dall’ONU.

Il 28 marzo del ’97 la Katër i Radës, piccola guardacoste albanese, prese il largo dal porto di Valona con a bordo circa 142 persone. La piccola imbarcazione venne seguita dalla nave militare italiana Zeffiro che lasciò il compito di bloccarla alla corvetta Sibilla che si avvicinava al natante con manovre concentriche sempre più stretti. Senza ripercorrere tutte le fasi concitate dell’inseguimento, dell’intimazioni di tornare indietro, sta di fatto che la sera attorno alle 19.05 la corvetta militare Sibilla sperona per due volte l’imbarcazione albanese affondandola.

I superstiti raccolti, che rimangono per molto tempo in balia delle onde, sono 34. Altri 54 corpi verranno recuperati successivamente, almeno una ventina i dispersi, oltre alle donne ed i bambini affogati all’interno dello scafo, adagiato a 800 mt. di profondità e che sarà recuperato solo nell’autunno successivo dopo un lungo sciopero della fame dei superstiti, capeggiati dal fiero Krenar Xhavara, che lo richiedevano. Bilancio finale 81 corpi recuperati, oltre 20 i dispersi e 34 superstiti.

Questi i fatti nudi e crudi della strage del Venerdì Santo del 1997. La Corte europea dei diritti dell’uomo considerò l’Italia responsabile dell’incidente in quanto esercitante attività al di fuori della propria giurisdizione (in acque internazionali). La strage, come tutte le stragi di Stato è stata avvolta subito da depistaggi e cortine fumogene e da mille domande senza risposte; solo la testimonianza del capitano di corvetta Angelo Luca Fusco presente nella centrale operativa del MARIDIPART di Taranto, successivamente, mise in luce retroscene inquietanti che coinvolgevano i vertici militari e politici nell’affondamento della imbarcazione albanese. Il 13 gennaio del 2000 in un tragico incidente stradale, mentre si recava in tribunale, moriva l’avvocato Giuseppe Antonio Maria Baffa (legale delle vittime e dei sopravvissuti) e il suo giovane collaboratore Avv. Francesco Perrotta. Il rappresentante dei superstiti Krenar XHavara mi diceva: «morto l’Avv. Baffa, noi sappiamo che non si giungerà a nessuna verità, ogni speranza è persa». Le profetiche parole sono state confermate con l’andamento dei processi. Infatti nel 2011 il tribunale di Brindisi ha condannato a miti pene con una sentenza salomonica i due comandanti della Sibilla e della Katër i Radës in quanto responsabili dell’«incidente» a livello individuale, per naufragio ed omicidio colposo: la verità giudiziaria non ha tenuto in considerazione la catena di comando che ha stabilito il quadro giuridico, non accettata la perizia tecnica dell’ingegner Kranz, che convalidava i testimoni superstiti, le pratiche di ‘harrassement’ ordinate (ostacolare sino a quasi toccare le imbarcazioni da respingere) per effettuare il blocco, per altro non ancora in vigore il 28 marzo ’97.

Grazie all’Appello al Presidente della Regione Puglia del 1° settembre 2010 dell’Associazione Skanderbeg di Bologna e al circuito virtuoso e fortunoso promosso, lo scafo arrugginito della Katër i Radës è divenuto nel 2012 un Memoriale all’Umanità Migrante sul lungomare di Otranto.

Dall’affondamento della Katër i Radës ad oggi, una congiura del silenzio è stata posta in essere ed è ancora viva sulla strage. Hanno tentato di rompere nel tempo questo muro del silenzio solo l’Osservatorio dei Balcani di Brindisi e l’Associazione Skanderbeg di Bologna, dallo scrivente presieduta, che da sempre hanno organizzato iniziative, manifestazioni, convegni, sviluppato attività di solidarietà nei confronti dei familiari delle vittime e ricordato Giuseppe A. M. Baffa «l’avvocato degli albanesi». Continuo a pensare che rimuovere la memoria dell’orrendo massacro dei profughi albanesi del 28 marzo ’97 dalle nostre coscienze e cancellarne le responsabilità politiche e giudiziarie sia un crimine grave come la strage stessa. Chi continua ipocritamente a tacere se ne rende complice e l’indifferenza – come ci ha insegnato Primo Levi – uccide più dell’odio e completa il lavoro criminale.

Un breve preambolo è doveroso a questo punto: lo scrivente non rientra nei ranghi innocui e premianti del dissenso compatibile con questo status quo politico, perché avverte per il ceto politico, tutto, del nostro Paese, sempre più insopportabile e nemico il fetore, prima morale, poi politico, che questo emana. Certo non sono cose eleganti da dire e tanto meno da scrivere, però essenziali e necessarie prima di continuare per non far cadere il lettore nel trabocchetto del gioco delle parti politiche avverse che si colpiscono per difendere il proprio interesse ‘particulare’.

Al tempo della strage il Governo nazionale era di Centro-Sinistra, rappresentato al massimo livello da tutti i componenti facenti parte di quel caleidoscopio di posizioni che dai cattolici democratici giungeva sino ai vetero “comunisti stalinisti”. Detto governo visse e gestì in prima persona la strage di Otranto con olimpica indifferenza e falsa sufficienza. Nessuno fu sfiorato dall’«orrenda» idea di dare le dimissioni, anche se di lì a poco furono tutti dimissionati da ben più seri giochini e manovre di Palazzo. Nessuna giustificazione o assoluzione per il silenzio della sinistra ufficiale, al contrario, come ricordava Miriam Mafai, è piuttosto legittimo pensare che proprio l’imbarazzo ed il silenzio della sinistra siano state una delle cause del diffondersi anche nei ceti popolari di uno strisciante razzismo; del quale oggi vediamo i frutti.

Uno dei temi più importanti del dibattito etico proposto dalla Sinistra nel nostro Paese è quello della «rimozione della memoria storica», vale a dire la pericolosa abitudine mostrata dagli italiani a dimenticare il passato, anche quello recente, che porterebbe ad irresponsabili comportamenti elettorali; siamo invitati a combattere lo spettro dell’ eterno presente che si aggira tra noi e contribuire a far rispettare la verità della memoria, la quale come ammonisce Montale, «non è peccato finché giova».

Non c’è bisogno di ricordare la triste cronaca dei giorni che precedettero e seguirono l’affondamento della Katër i Radës: carta canta, i giornali del tempo rappresentano, una muta ma chiara testimonianza di come si riesce ad obnubilare le coscienze e manipolare l’opinione pubblica facendo leva sugli istinti più animaleschi nascosti nelle pieghe più recondite dell’animo umano. Perfino la terza carica dello Stato invitava a «buttare a mare i profughi» e leaders “moderati” consigliavano di «sparare agli scafisti con proiettili intelligenti», senza ricordare le parole d’ordine provenienti dalla Destra e dalla palude popolata dalla canea leghista. La strage di innocenti profughi innescò l’altrettanto triste sequela di dichiarazioni menzognere: «i soccorsi furono più che altro una messa in scena» diceva il compianto Giuseppe Baffa, seguito dall’isolamento dei sopravvissuti, da sviamenti d’indagine, condizionamenti fraudolenti della pubblica opinione, impunità che da sempre ricorrono in ogni strage di Stato.

La strage del venerdì Santo rappresenta una delle pagine più vergognose della nostra storia recente. Fu immediatamente rimossa dalla memoria collettiva, ma sarebbe invece il caso che gli elettori della Sinistra l’assumessero rapidamente come paradigma di cosa che non è assolutamente possibile dimenticare e politicamente perdonare. Se non altro per poter continuare a coltivare, senza infrangere ogni limite del pudore, il culto della propria differenza. L’assenza del variegato mondo della sinistra ufficiale dai luoghi della tragedia della Puglia è il sintomo evidente della loro assenza politica, ma soprattutto della loro assenza umana. I rappresentanti del ceto governativo del tempo dovrebbero limitarsi a dire la verità sull’argomento, tutta. E se non la vogliono dire allora tacciano per sempre; e non esprimano indignazione di comodo quando il governo della parte avversa effettua crudeli respingimenti nel Canale di Sicilia di profughi in fuga dalla guerra.

Per rispetto nostro, della memoria storica e dei morti.

L’Approdo. Opera all’Umanità Migrante.

Finalmente il mausoleo per le vittime della Katër i Radës e per tutti i migranti morti nel Mediterraneo è una realtà fisica e riconoscibile ed è ubicata nel lungomare di Otranto.

La proposta nata a Bologna nell’estate del 2010 e diffusa come appello al Presidente della Regione Puglia, Niki Vendola, si è estesa nel tempo e ed è stata diffusa da diversi organismi, gruppi, associazioni antirazziste e diverse persone che hanno fatta propria la richiesta di un memoriale.

Amici, collaboratori e sconosciuti, si sono attivati per diffondere l’appello, fornire idee e contributi; bollettini locali, riviste e periodici, siti ed importanti news-letters italiane e straniere, hanno rilanciato l’appello, alcuni articoli, ben pochi in realtà, sono comparsi anche sulla stampa nazionale, oltre che albanese e arbëreshë. La visibilità della proposta, con l’aiuto di tanti che ringraziamo di cuore, siamo riusciti ad ottenerla.

La storia della tragedia del Venerdì Santo del ‘97 è nota quanto lunga e travagliata, così com’è stata quella del relitto della Katër i Radës, dimenticato per anni anche nel totale silenzio del Governo albanese, malgrado i familiari delle vittime avessero chiesto per anni che la carcassa fosse portata in Albania.

Il relitto rischiava la rottamazione, come previsto dalla sentenza del 29 giugno 2011 della Corte d’Appello del Tribunale di Brindisi.

Una lettera contro la rottamazione veniva inviata alla Regione Puglia sempre dall’Associazione Skanderbeg di Bologna. Sono seguiti molteplici tentativi per sensibilizzare l’opinione pubblica su un tragico episodio che nessuno sembrava voler ricordare ed il salvataggio di uno scafo ormai irrimediabilmente arrugginito che nessuno voleva. L’appello per il Memoriale e la lettera contro la demolizione è stata inviata anche al Presidente della Repubblica d’Albania, Bamir Topi, il quale nel corso di una visita ufficiale all’Università di Bologna, è stato incontrato dallo scrivente ed è stato interessato alla vicenda.

Le forze politiche albanesi si sono mostrate ancora una volta, con il loro fragoroso silenzio, succubi di posizioni italo-dipendenti e questo ha paralizzato le istituzioni dello stato albanese che sono state impossibilitate dal muoversi.

La proposta di Memoriale, impossibile a realizzarsi, secondo molti osservatori, è divenuta una ipotesi di lavoro quando la Presidente di Integra Onlus, dott.ssa Klodiana Çuka l’ha fatta propria ed ha avuto il determinante appoggio del Sindaco di Otranto, Luciano Cariddi.- L’Opera con il patrocinio di organismi internazionali, il contributo degli enti locali (Comune di Otranto, Provincia di Lecce e Regione Puglia) è il risultato di un lavoro collettivo perché ha visto numerose ditte, piccole e grandi, mettere disposizione forniture e prestazioni gratuite e numerosi lavoratori edili ed artigiani, vetrai, falegnami e muratori, fornire volontariamente la propria opera.

L’alba del 2012 vede sorgere nei pressi del porto di Otranto, vicino al bagnasciuga, il Mausoleo dedicato a tutte le vittime del mare: ‘L’Approdo. Opera all’Umanità Migrante’.

La delegazione dei familiari delle vittime, seppur presente, non ha voluto, comprensibilmente, svelare il Mausoleo, formato con la parte superiore dello scafo; i familiari, infatti, hanno lottato inutilmente per anni per riportare a Valona il relitto. L’unica magra consolazione per loro è il ritorno del faro e della bussola della Katër i Radës in Albania, grazie alla tenacia di due artisti albanesi Arta Ngucaj ed Arben Beqiraj, i quali hanno esposto anche una mostra fotografica di foto e nomi delle vittime, nel giorno dell’inaugurazione, dal significativo titolo, prestato dall’Inferno di Dante: ‘ l mar fu sovra noi richiuso’.

Questa brevissima cronistoria si chiude con i rinnovati ringraziamenti ai tanti che hanno sostenuto in modi diversi e fatta propria una nobile proposta che così si è concretizzata non solo nella costituzione di un luogo simbolo dell’Umanità Migrante, ma che rappresenta indubbiamente anche uno schiaffo morale ai tanti politici senza scrupolo, i quali dopo le tante promesse portate via dal vento, speravano di far lavorare il tempo e l’oblio che questo porta con sé su tutta la tragedia del Venerdì Santo.

IN BOTTEGA cfr anche: Scor-data: 28 marzo 1997, Blocco delle navi? Un appunto per… , Quel silenzio assordante che copre tutti i naufragi, Se non ora… e Il Naufragio – Alessandro Leogrande

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

La Bottega del Barbieri

3 commenti

  • Tiziana Dal Pra

    Suzana è la prima donna albanese che ho conosciuto Imola nel 97 con la nascita di Trama di Terre. Bella donna, forte, provata dalla vita, molto credente. All’inizio ha patito più fame in Italia che in Albania. “Profumava” di cipolla , sempre ad ogni ora del giorno perchè di questo si cibava, pane fatto in casa e cipolle. Due bimbi piccoli da crescere ,sola. Erano gli anni dei ricongiungimenti familiari, si migrava per chiamata e così un pezzo femminile della sua famiglia prese una nave e tentò la traversata.
    Suzana mi manda ogni mattina e ogni sera tramite whatsapp il buongiorno e la buonanotte con quelle immagini di fiori, cuori, uccellini e io mi chiedo sempre ma dove cavolo le trovano …….mannaggia che ovaie. Ma Suzana mi vuole bene e io a lei e allora lo apprezzo e non dico nulla. L’altra sera mi ha scritto : giornata difficile per me oggi anniversario della strage di Otranto dove hanno perso la vita mia sorella e le due figlie.
    Una giornata molto triste che il tempo non sa placarne il dolore e…… che coincide con l’arrivo dei medici albanesi in ITALIA per solidarietà.
    Buonanotte cara

  • Francesco Masala

    Albania-Italia e quel naufragio di 23 anni fa

    Sono arrivati in Italia 30 medici albanesi per aiutare la lotta dei colleghi italiani contro il covid19, nelle stesse ore anche nel 1997 sull’informazione italiana irruppero collegamenti tra Albania e Italia ma all’epoca fu una delle più grandi tragedie dell’immigrazione: la strage del Venerdì Santo della Kader i Radesh.

    https://www.wordnews.it/albania-italia-e-quel-naufragio-di-23-anni-fa

    alessio di florio

  • Giuseppe Bruzzone

    Avevo completamente dimenticato quanto avvenuto. Ringrazio per avermelo ricordato: tanto più, in presenza di un governo di centro sinistra. E di cui la politica successiva non ha mai tenuto conto di possibili riedizioni, regolarmente avvenute, anche se non con quell’ impatto immediato. Questo, nel seguire determinate politiche più legate ad altri interessi di “controllo” del mondo che non ai propri.
    Spero che questo sentimento di vicinanza con quello che è avvenuto possa estendersi oggi alla pandemia in corso.. Pesante che ogni Paese, compreso il nostro blocchi le forniture dirette ad altri, di sistemi di prevenzione e cura e non ci si spinga a fare un discorso unico di salvaguardia di tutti. Pesante che non si riesca a capire e far capire che una guerra con le armi di oggi nessuno può vincerla e che i soldi investiti per queste armi , stanno impedendo, di fatto, la salvezza, anche dei propri cittadini giovani e anziani, perché in vita oggi e non domani. Pesante che non ci si voglia accorgere che , in questi tempi, tutti, siamo uomini e donne e bambini e bambine.

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