«La Terra Infranta»

Mr. Onion affronta il romanzo di Ian McDonald come se fosse un invernale viaggiatore notturno

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo LA TERRA INFRANTA di IAN MCDONALD. Rilassati. Raccogliti, allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la tv accesa. Dillo subito: «Non voglio vedere la televisione!». Alza la voce: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!». Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso. Dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di IAN MCDONALD!». O non dirlo; speriamo che ti lascino in pace”.

Mr Onion chiede il permesso per una digressione prima di tornare a “bomba”.

Fantasia preziosa o effetto speciale?

Le Cosmicomiche (di Italo Calvino) o un filmaccio tipo Independence Day?

Fantascienza o non fantascienza? questo è il problema (o forse no).

Non bisognerebbe perdersi in paragoni. Troppi pensano che sia un modo per truccare le carte. E ai “giovani” non piace la lettura comparativa; o così si dice.

Se adesso buttassi lì che il fascino della letteratura raggiunge l’apice quando l’inafferrabile entra in campo insieme al tema della contrapposizione fra mondo scritto e mondo non scritto e impone una riflessione meta-romanzesca? Già immagino qualcuno o qualcuna che cerca di interpretare i cerchi disegnati dai mosconi che ronzano sulla mia testa d’asino. Oggi l’mperativo è: «Mi sparo tutte le serie su Netflix, ho visto tutti gli Avengers, e la SF che leggo deve essere un’estensione della TV». Gli autori di successo pagano le bollette muovendosi in questo scenario: mettono da parte la sperimentazione e complicano le trame, addensano scenari contorti nelle loro prime pagine, cercano di reggere il passo con gli effetti speciali della computer-grafica, fioriscono i Nova, nomi di popolazioni esotiche, richiami evocativi. Il lettore perde i punti di riferimento: esaltato dalle pareti che gli crollano addosso mastica pagine e aspetta il filo di Arianna (pardon dell’Uomo Ragno) cui aggrapparsi, perché tutto torni coerente.

Questa è la mutazione in atto nel genere detto fantascienza? Una mutazione che coinvolge il modo di raccontare e di leggere. Eppure capitano talenti così versatili e straordinari che si fanno beffe delle mode e delle tecniche. Allora le assonanze, i ricorsi vichiani della parola scritta, sono necessari per alimentare un pizzico di pura suggestione. Quello che si prova per esempio quando arriva un romanzo di Ian McDonald in edicola – o in libreria – è troppo difficile da descrivere per me, allora cito Italo Calvino (che odiò essere considerato un autore SF).

Come avete visto all’inizio del post ho sostituito per dispetto il suo nome – di Calvino – con quello di McDonald parafrasando l’incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore che è un inno alla tecnica di scrittura e alla versatilità di raccontare.

Tornando a bomba.

Versatilità e profondità.  McDonald ha scritto romanzi dai tratti stilistici completamente diversi: passando dall’horror al famoso “Il Fiume degli dei”, o dalla trilogia di “Luna” ad altri dallo stile giovanile come “La Terra Incognita” – qui recensito: http://www.labottegadelbarbieri.org/un-mcdonald-gustoso-e/ -ed ecco ora tra i Jumbo-Urania questo LA TERRA INFRANTA.

Prime pagine pirotecniche.

Inizia così: “Suo nonno era un albero. Suo padre allevava boveicoli, in quindici colori diversi. Sua madre conosceva il canto della doppia elica, lo cantava dritto nel cuore degli esseri viventi e li trasformava. Noi giriamo e rigiriamo…“. 

Una delle migliori voci del nostro tempo. McDonald è un prestigiatore della parola scritta. Sperimentale, eclettico, inclassificabile, straordinario. Qui ci stupisce con una nuova storia senza seguiti. Vince, appassiona, e chiarisce poco a poco quella prima frase ammiccante… ma con che stile tira i petali della sua margherita.

Senza svelare troppo, ecco alcuni frammenti del perché il nonno di Mathembe è un albero.

Divenne una leggenda, e la municipalità lo conobbe come l’uomo che si era condannato a un digiuno mortale di parole. Anche se, come confidò egli stesso a Mathembe: «Nessuno è mai morto per mancanza di parole in bocca, altrimenti tu saresti morta da un pezzo, nipotina mia. No, fai bene, tu. Non parlare mai: è questa la forma più alta e più nobile di protesta».

[…]

Fino all’ultimo istante, quando quelli della Casa delle Teste arrivarono con le loro maschere rituali e i borsoni zeppi di tecnologia organica per recidergli la testa, collegarla ai sistemi di supporto vitale e trasportarla, cianotica e con gli occhi chiusi, alla Macchia degli Antenati, fino a quel momento lui si rifiutò di chiamare Mathembe per nome. Anche quando aveva sentito la morte incombere su di lui come un’onda gelida che lo sommergeva e aveva gridato che qualcuno lo aiutasse, lo sorreggesse, per l’amor del cielo, lo tirasse su, pur sapendo che ognuno di noi deve compiere il viaggio nel Sogno da solo, aveva gridato “figlio mio”, “nuora mia”, “nipotina mia”! Dopo che la testa fu innestata sull’albero di famiglia dei Fileli, molti abitanti della municipalità andarono a porgerle le congratulazioni per avere protestato fino alla morte. La testa non si accorse di loro e quelli si allontanarono in rispettoso silenzio. 

[…]

Tronchi contorti, nodosi e anneriti si ergevano per venti, trenta, quaranta metri prima di inarcarsi in una spessa tettoia di rami e foglie rosse. Erano gli antenati a produrre le ombre. Ogni nodo, ogni protuberanza, ogni spira dei tronchi era un’anima, una testa vecchia di dieci, cento, mille anni assorbita dalla carne dell’albero. Se in qualche punto sembrava di scorgere un volto era perché si trattava davvero di volti: labbra, nasi, occhi di legno, con barbe e capelli di foglie rosse, in una lenta metamorfosi tra vita animale e vita vegetale. Nelle ombre più profonde tra le radici a contrafforte brillavano delle lucine: fiale di bioluminescenti poggiate lì con pane, frutta e vino in segno di offerta ai sognatori.

Leggetelo.
Paragoni a parte, la meraviglia di leggere si riscopre senza vincitori né vinti. Sia “Se una notte d’inverno un viaggiatore” che “La Terra infranta” sono splendidi entrambi e si fanno beffe delle mode e del tempo.

Ian McDonald

«La Terra Infranta» (del 1992)

traduzione di Alessandro Vezzoli

in edicola – sino alla fine di giugno – nella collana Urania Jumbo

360 pagine per 9,90 euro

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Daniele Barbieri

    ‘Sto maledetto Mr. Onion (chiunque sia) mi ruba la recensione a McDonald; ma prima o poi lo leggerò lo stesso. Però ‘sto benedetto Onion (chiunque tu sia, amico mio) mi aiuta a Marte-fare. Devo avvisare – urbi, orbi e anche erbe – che degli ultimi Urania non recensirò «Se ci sarà un domani» di Nancy Kress: fondamentalmente noioso e non bastano tre cosucce carine buttate lì a riscattarlo. Quel che mi stupisce della Kress è che sforna racconti ottimi e qualche buon romanzo mentre altre volte sembra in totale catalessi di idee e scrittura. Fra gli Urania in arrivo non comprerò «La quinta stagione» di N. K. Jemisin: se devo credere alla mia amica Bianca (quasi sempre andiamo d’accordo) che ne ha parlato in “bottega” è uno dei libri che spinge a invocare il “terzo diritto imprescindibile di chi legge” – vedi «Come un romanzo» di Daniel Pennac – e cioè «il diritto di non finire un libro». Però se non lo comincio il terzo diritto varrà lo stesso o sono in un vicolo cieco? Pari o dispari? 5 di Quinta più 3 di terzo uguale 8, pari. Ho vinto, dunque faccio come mi pare (come mi pari?).

  • mi capita di dilungarmi. Non però oso dopo il commento fiumiciattolo di Daniele. Che a mio parere svia. Fuga dall’essenziale. Che la presentazione dell’Orrendo Onion ha prodotto l’effetto che si vuole abbiano le recensioni. Attirare l’attenzione sul testo. La mia l’ha attirata. Tenterò di acquisire il testo. Può essere detto altro del testo qui sopra riprodotto?

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