«La tuffatrice» in libreria ma anche…

il nuovo «Robot» e «Il rogo delle vedove»

Ecco l’inizio del romanzo «La tuffatrice» di Julia von Lucadou, appena uscito da Carbonio.

Provi a immaginare il mondo.

Il globo terrestre che galleggia nello spazio.

Dal suo punto di osservazione, il mondo è una sfera dalla superficie liscia. Si goda la sua regolarità, provi a immaginare che quel mondo esista solo per lei. Chiuda gli occhi per un momento, inspiri a fondo, espiri, e qualche secondo dopo riapra gli occhi e osservi di nuovo la Terra.

Provi a guardare meglio. Adesso riesce a vedere delle anomalie nella regolarità della superficie terrestre, delle alture e degli avvallamenti che formano un rilievo ondulato, e i colori cangianti – dal rosso all’azzurro e poi al marrone – disegnano un motivo screziato.

Se avanza un altro po’, noterà che in questo motivo dai colori terrigni spicca una macchia argentea. Ciò che sta osservando – ancora distante, ma si sta facendo sempre più vicina – è una città. Luccica perché è costruita in vetro e acciaio, adesso lo vede anche lei. La città è lì, ai suoi piedi, come un mistero che aspetta di essere svelato. Perciò guardi più da vicino, non abbia timore, le è permesso guardare.

Ora si accorge che anche la città è soggetta a una certa regolarità e questo la tranquillizza; gli edifici seguono uno stesso stile architettonico e sono disposti secondo criteri geometrici, ad angolo retto oppure a stella. I grattacieli si stagliano come in filigrana contro il cielo e si susseguono l’uno dopo l’altro, ininterrottamente.

La città adesso si stende sotto i suoi occhi come un mare senza confini. Eppure ce l’ha una fine, un limite, laggiù, dove le nubi fatte di polvere e gas di scarico si levano alte nel cielo. Una città bella come questa, pensa, deve proprio essere deturpata da una vista così orribile? Deve per forza interrompersi? Ma lei riuscirebbe mai a immaginare il mare senza una spiaggia, o una scogliera, o un molo? No: senza le periferie, senza questo ripugnante confine esterno, la città che ora scintilla nella luce pomeridiana color arancio non sarebbe così bella.

Riporti l’attenzione sul centro. Uno dei grattacieli sovrasta abbondantemente gli altri.

Intorno all’edificio si nota un’alterazione cromatica che all’inizio può sembrare una distorsione dell’immagine, ma poi, avvicinandosi ancora, si rivela invece materia animata, vivente. Tra le case c’è un assembramento brulicante di teste accostate le une alle altre, una folla concitata di persone. Le teste si muovono, e a quel punto anche lei vede cosa stanno aspettando: sul tetto dell’edificio svettante c’è qualcosa che luccica.

Ora la può vedere in primo piano: è una donna che indossa una tuta argentata, un Flysuittm che si adatta perfettamente alle sue forme, al punto che sembra quasi nuda. Ogni curva del suo fisico allenato è ben riconoscibile.

Osservi il viso di questa donna. Che viso, pensa, è così simmetrico, pare quasi che ne esista solo una metà, e che l’altra ne sia solo il riflesso. È un viso giovane, la donna sembra sulla ventina, all’apice della sua bellezza, il corpo in tensione, gli occhi spalancati. Guardi quegli occhi, non ci troverà nemmeno una macchia, un punto arrossato, un offuscamento dell’iride o un’anomalia nel diametro delle pupille; c’è solo messa a fuoco e concentrazione. La persona che sta guardando è un’atleta professionista. Ogni muscolo di questa donna è perfettamente sotto controllo: se le chiedesse di descrivere cosa sente nell’alluce destro saprebbe risponderle con estrema precisione.

In questo stesso istante il suo corpo scatta in avanti e si muove verso l’orlo del tetto, ancora distante. Magari adesso provi a spostarsi di nuovo un po’ indietro, ad abbandonare questa visuale così dettagliata e allargare il campo visivo per vedere cosa c’è più in basso. Il varco tra i due edifici è profondo mille metri, mille metri d’altezza esatti che corrispondono a quelli stabiliti dalle direttive del comitato mondiale di Highrise DivingTM.

Quando la donna raggiunge l’orlo del tetto, gli spettatori trattengono il fiato. Con indosso il suo FlysuitTM scintillante sembra una creatura soprannaturale. La gente in strada, il pubblico sulle tribune dell’edificio di fronte e gli spettatori nello Skyboxtm tendono le braccia verso di lei.

Ciò che percepisce in questo momento è un’euforia palpabile, che pulsa tra un edificio e l’altro. Chiuda gli occhi. Si lasci contagiare. Ascolti il suo corpo nella sua interezza, segua il battito del suo cuore che si diffonde in tutte le membra.

Quando riapre gli occhi, vede la donna lanciarsi a testa in giù dalla cima del grattacielo.

La prima cosa che prova è puro terrore; il suo corpo si contrae, come se anche lei stesse precipitando nell’abisso insieme a quella donna.

Poi però vede la tuffatrice muoversi nell’aria come un uccello. Riesce a percepire la sicurezza assoluta con cui sa di poter fermare la caduta.

I suoi occhi seguono il corpo che precipita, lo osservano da vicino e notano l’estrema precisione con cui ruota prima in orizzontale e poi in verticale, si raccoglie su se stesso e infine si distende di nuovo, nel giro di poche frazioni di secondo. L’istante successivo è il terreno a riempire il suo sguardo, le si mozza il fiato in gola: la donna sta cadendo a tutta velocità e rischia di schiantarsi, l’asfalto reso rovente dal sole sembra vicinissimo. Ma poi il corpo dell’atleta schizza in verticale, verso l’alto, sospinto dalla modalità volo del FlysuitTM attivata all’ultimo momento possibile, meno di un secondo prima dell’impatto, e allora può sentire il fiato che esce dalle bocche dei presenti, un sospiro di sollievo collettivo.

La folla applaude, la tuffatrice si innalza come una freccia verso il cielo. Mentre è in volo sorride leggiadra alle telecamere.

Immagini le sensazioni che deve provare quella donna: cadere nell’abisso sapendo di potersi risollevare, senza paura di schiantarsi e morire, gustando la vittoria contro la gravità e la consapevolezza di non dover più temere la morte. Che sensazione, l’assenza di gravità. Che sensazione sublime.

Ora prenda di nuovo le distanze, si allontani gradualmente, senza fretta, in modo che il movimento rimanga fluido alla vista. Immagini il corpo che si innalza e sprofonda continuamente tra gli edifici. Anche se ormai non lo riconosce più come corpo: adesso è soltanto una macchia in movimento, e poi un puntino che potrebbe essere un pixel fuori posto, e infine, quando allarga ancora la visuale e il globo terrestre torna a galleggiare nel tutto, regolare e silenzioso, non è più niente.

Immagini il corpo nella sua infinità immortale, nel suo ininterrotto ascendere e cadere, simile al respiro, o al battito del cuore, e assapori questo pensiero, vi trovi rifugio e vi tragga fiducia. Ora, in questo preciso istante in cui si ritira lentamente dal mondo, non esiste più morte, soltanto vita.

Qui il link del book trailer -> https://carbonioeditore.it/news/booktrailer-la-tuffatrice-di-julia-von-lucadou/;

qui ->  https://carbonioeditore.it/autori-in-soccorso/ -> un breve video inviatoci da Julia von Lucadou per Autori in Soccorso, la nuova sezione, inaugurata da Carbonio Editore, che intende aprire – coinvolgendo gli autori viventi pubblicati in catalogo – una riflessione multitematica nello scenario temporale quanto mai inedito e drammatico della pandemia globale;

qui -> http://www.erikazini.com/2020/05/13/la-tuffatrice-intervista-a-julia-vonlucadou/ un’intervista inviatoci dall’autrice che va nella suddetta direzione

Il nuovo numero di «Robot»

Con il vincitore del Premio Robot, cioè Alain Voudì, il numero 89 della rivista propone racconti di Annalee Newitz, Claude Lalumière, Andrea Viscusi, Valentino Peyrano, Alex Briatico, Alastair Reynolds, His Dark Materials e Progetto Artemis oltre alle consuete rubriche e a un editoriale “pandemico” di Silvio Sosio. Al centro del numero la polemica mondiale sul «caso Campbell»: se un personaggio è stato importante nella storia di un genere gli vanno perdonate le sue opinioni e attività razziste?

Dopo l’edizione digitale arriva anche il cartaceo di «Robot» numero 89. La rivista è disponibile in pdf e in versione ebook (epub o kindle).

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Davide Del Popolo Riolo: «Il rogo delle vedove»

Sempre da Delos è appena uscito in digitale – nella collana Robotica.it – un lungo racconto di Davide Del Popolo Riolo (fresco Premio Urania).

Nella fantascienza Star Trek ha reso celebre la “Prima direttiva” che vieta di interferire con le culture aliene. Ma come dovrebbe comportarsi, a esempio, chi è ospite in una casa (o un pianeta) vedendo picchiare – o peggio – donne e bambini? L’avvocato e scrittore Davide Del Popolo Riolo fin dal titolo rimanda a un conflitto classico della nostra storia: quando gli inglesi conquistarono l’India vietarono il Sati, ovvero che le donne indù rimaste vedove fossero bruciate con il marito. Allora gli inglesi erano i colonizzatori e dunque non dovevano convincere nessuno ma solo comandare. Oggi fra fra le molte e ambigue facce del “relativismo culturale” da una parte e i diritti universali dall’altra può esistere solo scontro? Se è difficile trovare una risposta valida per un pianeta, figuratevi se il conflitto si sposta nelo spazio esterno…

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Pingback: L'incipit del romanzo LA TUFFATRICE di Julia von Lucadou pubblicato sul blog "La Bottega del Barbieri"

  • Che post! L’inizio avvincente di un ottimo romanzo, forse il numero più bello di Robot e un bel racconto del vincitore Urania di quest’anno… col fiato ancora sospeso, aggiungo un pensiero sul racconto breve “il rogo delle vedove”, letto da poco. Per me è stato un piacevole viaggio nel futuro, ma anche un viaggio nel cuore dell’uomo. Da un inizio poliziesco, con lo scorrere delle pagine si sale fino alle stelle. Uno scandalo, una fitta trama è il punto di partenza di un’analisi tra la forza interiore e la debolezza umana. Il colonialismo è rivissuto nei richiami storici all’India dominata dagli inglesi, e ancora più lontano fino a Carlo Magno… Ed è in questo gioco tutto umano di stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato che l’uomo cerca se stesso. Eccolo, smarrito tra il futuro e il passato, così potente eppure così solo, mentre i suoi giocattoli, i razzi, i super computer, lo illudono di essere un dio. Il vero tocco di classe è quel “papà”…

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