«La tuffatrice»

db sul bel romanzo di Julia von Lucadou

«Il mondo non si può salvare. Ma le singole persone sì». O almeno così pensa Zarnee, uno dei protagonisti del romanzo «La tuffatrice»: di certo il meno conformista. «I miei animali preferiti sono i tardigradi, i maestri della morte apparente» provoca: se poi sia un ribelle vero o fasullo deciderà chi legge.

Carbonio editore ha pubblicato – nella traduzione di Angela Ricci: 260 pagine per 16,50 euri – «La tuffatrice» della tedesca Julia von Lucadou, il suo premiatissimo romanzo d’esordio. Ed è un bel leggere.

Al centro della vicenda soprattutto due donne. La prima è Riva Karnovsky, un’atleta ai massimi livelli. Tuffatrice ma in rischiose esibizioni «distesa tra le file di edifici, il corpo perfettamente allineato, le mani tese sopra la testa e accostate come quelle di una ballerina». Per un errore non si perde il podio, ci si schianta: «la testa in una pozza di sangue» … E chissà a cosa si pensa un attimo prima, se ci sente delusi da se stessi. Per una «tuffatrice di grattacieli» vale lo slogan «più si sfiora la morte, più ci si sente vivi».

La seconda donna che incrociamo è Hitomi Yoshida: uno dei suoi lavori (il più importante) è spiare – grazie a telecamere piazzate ovunque nella casa dove si è rifugiata – Riva, tentare di capire perchè all’improvviso lei si è ritirata dalle esibizioni gettando nello sconforto i fan e soprattutto gli sponsor. La prima fase – «annotare ciò che accade nel quotidiano» – del lavoro di Hitomi «assomiglia un po’ al lavoro di fabbrica». Ma poi dovrà trovare una soluzione, per quello la pagano.

Al solito non racconterò la trama ma ecco di seguito un po’ di squarci su dove si svolge la vicenda.

Ritmi e produttività, controlli ovunque, sponsor al potere. Vita privata zero, anche gli appuntamenti sono organizzati da «agenzie di mediazione». Il “datore di lavoro” verifica che si raggiunga «il quantitativo di sonno previsto»; il numero di passi giornalieri dipende dal contratto che hai. Il sesso irregolare può far calare l’efficienza, meglio evitare. Per meditare si scarica un’app. «Il burnout» lavorativo è impensabile. Gli alcolici si bevono quando c’è un «obbligo sociale». Ci si dà la mano ma poi meglio disinfettarsi.

Avere genitori «biologici» è una stranezza ma su Parentbot si può selezionare «l’opzione Mamma: la voce simula quella di una donna di circa 50 anni, con un tono di voce caldo e profondo e una cadenza lenta e misurata». Le ragazze vengono perlopiù sterilizzate… «volontariamente». Ci sono «aziende che offrono la possibilità di affittare per un periodo di tempo bambini tra 0 e 18 anni e un partner, per simulare la vita di una famiglia biologica»: una sorta di sotto-cultura diffusa che molti chiamano «porno-nostalgia».

I test decidono quale può essere «la versione migliore di noi stessi». La divisione in classi non è messa in discussione. Le persone che abitano «le periferie» sono – o vengono percepite – grasse, «con la pelle nuda e sporca», corpi sgradevoli.

Dove accade non importa. Il quando è un tempo imprecisato ma estremamente vicino al nostro (se non cambiamo rotta).

La scrittura di Julia von Lucadou è sempre all’altezza dell’incubo. Nel recensire il romanzo su «La lettura» (inserto domenicale de «Il corriere della sera») Vanni Santoni ha sottolineato che tutte «le migliori nuove firme della narrativa distopica» – Naomi Alderman, Hellen Phillips, Karin Tidbeck – sono donne.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *