«La vecchia dell’aceto»: impiccata per stregoneria…

il 30 aprile 1789 ai Quattro Canti di Palermo

Lella Di Marco racconta la storia di Giovanna Bonanno e le viscere di Palermo fra verità e narrazione

Quanto mi accingo a scrivere non è documentato in modo scientifico, come ogni ricerca storica richiede, quindi la sua veridicità è discutibile. Può essere in parte falso… C’è il relativismo che accompagna ogni scoperta, ma se il ricordo di qualcuno/a rimane per secoli profondamente radicato nella coscienza popolare avrà pure un motivo. L’unica cosa certa è l’ambiente in cui l’evento si è consumato: la Palermo dei misteri. La città dalle mille voci, culture e lingue. La città dei sotterranei con scroscianti fiumi di limpide acque, per arrivare in superficie fino ai lussureggianti giardini con piante esotiche che inorgoglivano palazzi e castelli: come segno, anche adesso, della ricchezza culturale e storica di tutte le civiltà e i popoli che l’hanno abitata (fenici, greci, latini, arabi, normanni, francesi, spagnoli, aragonesi) … fino ai giorni nostri in cui la sua vera identità è tutto questo ma anche una cosa diversa.

Per me nata e cresciuta in Sicilia con due nonne attaccate alla cultura della tradizione, delle credenze, del sentito dire e delle superstizioni ma al tempo stesso dotate di sensibilità e intuizione nel saper leggere la realtà, tutto sembra normale.

E la vecchia dell’aceto mi è familiare. Sentivo dire spesso «ca’ ci vulissi a vecchia di l’acitu» (qua ci vorrebbe la vecchia dell’aceto) a mia nonna materna, con il volto paonazzo a denti stretti quando mio nonno proprietario terriero – al quale le grazie delle figlie dei contadini che lavoravano la sua terra, erano concesse per legge – aveva superato ogni limite nel comportamento di uomo rude, bifolco autoritario. Un benestante (come si diceva all’epoca) con il diritto a comandare. Quindi PADRONE.

Fra storia e leggenda della vecchietta e del suo famoso aceto si sa quanto segue.

Giovanna Bonanno è ricordata con il cognome del marito. Rimasta vedova, viveva alla Zisa, uno dei quartieri più poveri della città, e si spostava per chiedere l’elemosina. Si racconta che all’epoca della rivoluzione francese si aggirasse per Palermo una mendicante che vendeva acqua miracolosa … di fatto una mistura di acqua di fonte, di aceto e di arsenico in libera destinata ad ammazzare i pidocchi. La nostra vecchietta vedendo morire fra atroci dolori un cane che l’aveva bevuta per sbaglio ebbe la formidabile intuizione di vendere la bevanda a donne infelici perché sposate con uomini violenti … pensando di renderle libere e felici.

Esercitò per tre anni comprando la materia prima dall’aromataio senza problemi, mentre la sua fama si andava consolidando e i clienti e le clienti aumentavano. Certo anche uomini sposati volevano essere liberi … E a quel punto sembra che la vecchietta abbia perso di vista “la differenza di genere”. Sempre secondo quanto si raccontava, una certa quantità del micidiale coktail venne portato anche a Roma nel tentativo di combattere la peste che dilagava …

Così nel quartiere Zisa di Palermo cominciano a verificarsi morti molto misteriose.

Dapprima il fornaio, la cui moglie era diventata insofferente (e pagò anche un premio extra). Poi un nobile, colpevole di aver dilapidato il patrimonio familiare. E ancora la moglie di un altro fornaio, che sospettava di essere tradito….

Molti i sospetti ma anche invidia e gelosia. Così per tradimento di qualche amica e con l’inganno «la vecchia dell’aceto» venne colta sul fatto. Fu arrestata come avvelenatrice seriale e strega, condotta al cospetto della Compagnia dei Bianchi, cioè i nobili palermitani che avevano il compito, per tre giorni, di preparare e assistere i condannati a morte. Il 30 aprile 1789 l’anziana – ormai prossima agli ottanta anni – venne impiccata in una Piazza dell’antica Palermo.

Ancora oggi è viva in città la credenza che se l’anima si stacca dal corpo in modo violento non avrà mai pace e vagherà in eterno. Così se si passa dalla piazza dove si è consumata la sua impiccagione – angolo fra via Maqueda e Corso Vittorio Emanuele – è facile che qualche persona anziana avverta la presenza (né visibile né minacciosa) della vecchia dell’aceto.

La coscienza popolare a poco a poco si trasforma e le nuove generazioni non hanno memoria storica, però rimangono i libri che l’hanno vista protagonista e oggetto di attenzioni antropologiche e persino di teorie femministe.

HANNO SCRITTO DI LEI

Luigi Natoli, famoso e fertile romanziere siciliano del secondo 800, nel romanzo d’appendice «LA VECCHIA DELL’ACETO» la vede come fattucchiera assassina; quel testo assieme a buona parte dei suoi libri è stato ripubblicato dall’editore Flaccovio nel 1970.

Salvatore Salomone Marino, antropologo, in «LEGGENDE POPOLARI IN POESIA» del 1880 riconosce che “la vecchia” aveva agito per motivi umanitari

Giovanna Fiume ne ha scritto nel 2008 in «MARITI E PIDOCCHI –STORIA DI UN PROCESSO E DI UN ACETO MIRACOLOSO».

Poi c’è Marinella Fiume siciliana e femminista: con l’idea che la scrittura delle donne debba esprimere un punto di vista diverso, innamorata di popolane, contadine, guaritrici, imprenditrici… tutte destinate a un lento oblio. Decide dunque di continuare a farle vivere nella vita letteraria. Studia LA SICILIA ESOTEREICA, viaggiando fra le tenebre dell’Isola, ringrazia il femminismo per la strada che ha aperto sulla consapevolezza e i diritti delle donne, si oppone alla tesi diffusa che è il genere maschile a fare la STORIA. Si definisce una narratrice di “ cunti- racconti “ e di tutte quelle chi cuntanu u cuntu (raccontano unsa storia) compila un lungo elenco –come fonti e protagoniste della Storia — pubblicato dall’università di Palermo.

Donatella Geraci è docente di lingua e letteratura inglese, attenta osservatrice di comportamenti, abitudini e linguaggi di studenti e genitori nel difficile quartiere dove ha sempre lavorato, è anche studiosa delle tradizioni e abitudini di vita ancora presenti nei quartieri più popolari e poveri del centro storico di Palermo, con attenzione alla genealogia femminile. Ne trascrive espressioni lessicali. Annota relazioni e riferimenti socio-culturali. Ha ideato e curato progetti di adeguamento sociale per giovani e adulti. Ha partecipato con le classi al famoso e fortunato progetto ADOTTA UN MONUMENTO, una ricerca storico-artistica su campo tra monumenti, architettura e scavi per presentarla ai turisti in lingua inglese. Conduttori gli stessi allievi come guide turistiche nella fase di rilancio di Palermo con i suoi percorsi artistici.

HANNO SCRITTO (E PARLATO) DELL’ACETO

A parte le ditte produttrici … la notizia più succulenta è quella dei 4 ladroni: durante la peste che colpì Tolosa nel 1630 furono scoperti a rubare negli appartamenti vuoti. Sedussero i giudici sostenendo che non erano contagiati grazie al loro liquido medicamentoso che sfregavano su mani e polsi, consistente in una macerazione di erbe aromatiche varie con aggiunta di cannella e aglio, in vino bianco. Graziati per tale “genialità” la mistura portentosa fu introdotta nel Corpo Medico francese nel 1758 e cancellata nel 1884 con l’avvento della medicina moderna.

Appare superfluo dire che le mie nonne ne facevano grande uso: per disinfettare i ripiani in cucina, rendere più morbido il bucato e fissare meglio i colori negli indumenti di lana. L’aceto ha molte proprietà anche disinfettanti. In questo periodo di penuria lo consiglio ad amiche disperate per la scomparsa dal mercato dell’Amuchina.

Conosco perfettamente anche la ricetta dell’aceto di Giovanna Bonanno ma dovrei darla con accurate ISTRUZIONI PER L’USO. Non vorrei che TRUMP nel leggere il mio pezzo in Bottega si sentisse “istigato” a ordinare al popolo americano iniezioni di aceto della vecchia per combattere il Covid 19.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

LA FOTO in alto è un’opera in terracotta raffigurante «la vecchia dell’aceto» (conservata al museo etnografico Pitrè a Palermo). Le altre foto sono del quartiere Zisa.

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Donatella Geraci

    La storia dell vecchi drll’aceto ha accompagnato la mia adolescenza. Appassionata dai libri di Natoli , ho realmente fatto ciò che è descritto nell’articolo ed anche di più. Articolo come sempre affascinante

  • Paola Barbuzzi

    L’aneddoto del “veleno di aceto”, sarebbe stato, secondo me, il titolo più puntuale del pezzo così ben descritto da Lella di Marco che comunque ci porta ad una riflessione immediata e la più ovvia; In che modo le persone più vulnerabili si possono difendere da un’autorità che deturpa e punisce sia la loro sfera privata che pubblica? Come parlare e contrastare la denigrazione delle loro vite e la violazione dei diritti? Il periodo storico in cui visse la donna del q.re Zisa a Palermo era troppo prematuro per parlare di libertà individuale, diritti intrinseci, diritti civili e così via. In effetti, il concetto di giustizia per le persone vulnerabili come le donne era inesistente. Un timido tentativo, in tal senso, venne durante il movimento dell’Illuminismo, che ispirò la Rivoluzione francese, ma quando l’Assemblea costituente nazionale francese emise la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini nel 1789, divenne evidente che i diritti civili andavano a beneficio di una sola categoria di cittadini e quella categoria includeva uomini, principalmente bianchi borghesi. Le donne non hanno ottenuto nulla. Forse l’unica consolazione, ma vitale per il futuro, è stata che le idee sulle libertà avrebbero stimolato e incoraggiato alcune donne a mettere in discussione e confrontarsi visibilmente con il concetto patriarcale di essere una donna, una moglie e una figlia all’interno di una società sociale e culturale assolutamente discriminatoria.
    Giovanna Bonanno può rappresentare l’estremo “antidoto”, ma l’unico, contro la totale assenza di una comunità, che non aveva mai considerato le donne avere diritti ed essere in grado di prendere decisioni per essere padrone della propria vita. Questo pensiero rivoluzionario all’interno di una società patriarcale a quel tempo era impossibile. Tuttavia, non ha impedito alla sensibilità di Giovanna di riconoscere il dolore di un’altra donna sminuita, maltrattata e sottomessa. Potremmo essere in disaccordo con le sue intenzioni criminali, ma le sue preoccupazioni per il bene delle donne ci portano a capire che la repressione e qualsiasi forma di abuso non possono conquistare la libertà. La cui ricerca rimane continua e purtroppo sempre ostacolata in ogni periodo storico.
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