L’America che ha scelto Trump

di Mario Agostinelli

ripreso da “Alternative per il socialismo” – giugno 2017

PUNTI DI VISTA CONSOLIDATI DALLA CAMPAGNA ELETTORALE

Il 7 Dicembre 2017 hanno votato 137 milioni di americani, pari al 59,7% degli aventi diritto. Trump ha conquistato 306 Grandi Elettori, mentre Clinton si è fermata a 232. Hillary, a magra consolazione, ha vinto di larga misura il voto popolare con oltre 2 milioni e 843 mila voti in più di Donald: un massimo storico, che costituisce un aspetto tutt’altro che trascurabile della sfida elettorale. A mio avviso ciò non comporta un’attenuante per la sconfitta, ma rivela una mancanza di presa dei Democratici sulla qualità della crisi nel mondo del lavoro e la sottovalutazione dell’involuzione in atto sui diritti civili nelle regioni interne. Due lacune messe in risalto da una campagna elettorale che ha lasciato il segno e che è penetrata nel vivo di una parte della popolazione, che anziché pentirsi dell’azzardo, mantiene intatte aspettative nei contradditori annunci di un “outsider” al comando. Se fosse stato solo un sentire estemporaneo, Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, stati competitivi chiave per l’assegnazione dei Grandi Elettori e saldamente democratici dalle elezioni del 1992, non sarebbero finiti nelle mani dei repubblicani.

Ora che l’impossibile è accaduto, anziché deplorare l’imprevisto, occorre impiegare gli strumenti dell’analisi e dell’inchiesta sociale per capire ed evitare che il successo di una destra – più autoritaria che populista, che ha coperto gli eccessi del candidato rifacendosi comunque alla narrazione della rappresentanza democratica di cui gli Stati Uniti si fregiano nel mondo – diventi duraturo e contagioso. Trump non arriva da Marte e la popolazione statunitense non sembra, vista da là, così diffusamente affranta e coartata.

Mi riferirò in seguito prevalentemente alle sensazioni locali, più che a quelle che sono maturate nel dibattito europeo, avvalendomi delle presenze personali e dei contatti oltreoceano tenuti durante la fase della campagna elettorale, che non si è svolta invano almeno per tre candidati.

E’ infatti vero che dopo l’elezione la natura liberista e pro-business dei programmi del nuovo presidente è fortemente denunciata negli articoli dei grandi quotidiani della Costa, che giorno per giorno mettono in rilievo, ad esempio, lo scandalo delle nomine dello staff del capo (il Governo è composto in gran parte da amici di famiglia, CEO di multinazionali o appartenenti a cordate che hanno condotto grandi affari in comune per un patrimonio che vale più del PIL delle ultime 120 Nazioni al mondo!). E’ vero che la propensione complottista del grande capitale di cui Trump è esponente è ben individuabile e viene ripresa da tutte le inchieste commentate dai maggiori editorialisti ripresi sul piano internazionale; si può constatare che la parola populismo ricorre spesso nelle analisi politiche; che Sanders è ora rivalutato come l’interprete più credibile delle lotte che si spingono oltre la protesta; ma l’opinione pubblica che legge in metropolitana i fogli gratuiti distribuiti alle stazioni e le centinaia di testate che vengono prelevate dalle pile alle casse dei negozi delle varie contee non fanno che seguire ossessivamente l’agenda che Trump propina ogni giorno a sorpresa e che sembra fatta del puro ribaltamento della politica degli otto anni del presidente precedente. Mi sono fatto l’idea che la realtà economica locale e la società disuguale d’oltre Atlantico, proprio a seguito del confronto acceso delle primarie e dell’opposizione finale tra i vincitori sui due fronti, sia stata costretta dall’abilità di Trump e dei suoi tweet implacabili a fare più i conti con il fantasma di Obama e le sue promesse incompiute che con la mancanza di credibilità e di visione della famiglia del tycoon, esibita sempre al completo. Forse qualcosa cambia nelle ultime ore con l’entrata in campo dei servizi segreti, ma non credo che l’invasione di Putin sposti granché. Si direbbe che siamo di fronte ad un elettorato inappagato, non proprio rancoroso verso il passato più recente, ma brancolante verso il futuro, da cui difendersi il massimo possibile.

Quel che le elezioni americane ci dicono senza dubbio e al di là di ogni futuro sviluppo, è che la narrazione della “globalizzazione felice” è davvero giunta al capolinea, che una poderosa richiesta di “protezione” giunge da vasti settori popolari e di cosiddetto ceto medio e che trent’anni di terapia neoliberista solo moderata ultimamente da Obama hanno deindustrializzato i territori, indebolito i salariati e sfibrato il tessuto sociale. Ne è sorta una richiesta insistente e scontenta di appoggio che oggi, dato l’estrema debolezza di ciò che resta del movimento operaio, rischia di essere interpretata da una destra formalmente anticapitalista, che trova sponda in una galassia che non ha più un preciso orientamento politico, ma tollera il fascino delle multinazionali….rinazionalizzate! Una galassia che sente di non avere obblighi (c’è poca solidarietà di classe nel ceto medio o negli operai abbandonati e nemmeno tra gli immigrati di qualsiasi colore “sopportati dai protoamericani”) e che potrebbe ritenersi rappresentata pubblicamente sulla base di diversi e vaghi punti di vista, saldi nella critica del passato tanto da volere un cambiamento anche senza valori predefiniti. Auspici, più che programmi, così come sono stati espressi da autorevoli opinion maker in dichiarazioni ai nostri quotidiani. Ne riporto tre significativi. Il primo è di Kyssinger, che apprezza “un presidente unico nella mia esperienza, perché non ha assolutamente un bagaglio di obblighi verso alcun gruppo particolare, ed è diventato presidente sulla base di una strategia e un programma di rottura, che ha messo davanti agli americani e che i suoi concorrenti non avevano” (Henry Kissinger, ex segretario di Stato, “Corriere della sera”, 4 dicembre 2016, p. 13). Il secondo è di Assange, che si augura “un capo che può essere considerato con favore un non insider di Washington, che sta raccogliendo intorno a sé altri ricchi e personaggi stravaganti: una struttura debole, che sta subentrando e destabilizzando la vecchia rete di potere. È nata una nuova rete che si evolverà rapidamente, ma al momento i buchi che presenta significano opportunità di cambiamento: in peggio e in meglio». (Julian Assange su la Repubblica”, 23 dicembre 2016). E, il terzo proviene da Zizek, che giudica l’eletto un personaggio che “si presenta come un sintomo di Hillary Clinton, nel senso che l’incapacità del partito democratico di svoltare a sinistra ha creato lo spazio occupato da Trump. Non voglio innalzare Bernie Sanders a comunista, ma è chiaro che le classi inferiori hanno espresso, sostenendolo, un’autentica insoddisfazione popolare che in seguito l’establishment della sinistra liberale non è stato in grado di incorporare e che si è dunque reincanalato verso la destra populista” (Slavoj Žižek, “Corriere della sera”, 16 gennaio 2017)

Naturalmente sarebbe impossibile una analisi esaustiva che dia conto del risultato delle elezioni del 2016: occorreranno un tempo e riflessioni adeguate. Qui provo a considerare il cambio di paradigma in corso per affrontare alcuni tratti di assoluta discontinuità e per sostenere come purtroppo – in assenza di una politica all’altezza delle emergenze e rivolta a soggetti che se ne facciano carico collettivamente – anche una persona appartenente all’1% del mondo delle multinazionali e della comunicazione a scala globale possa oggi con successo svellere i binari su cui si incammina apparentemente sicura la politica più tradizionale, senza indicare una via di uscita per il 99% restante. Un contributo molto interessante cui ho fatto frequente riferimento è quello di una analisi molto articolata di Denis Spedalieri su “Quaderni americani” di Dicembre.

IL PROGRAMMA ECONOMICO, IL WELFARE E LA COMUNICAZIONE

Andrew Spannaus è un giornalista americano autore di un instant-book “Perché vince Trump” pubblicato in 600 copie da Mimesis all’inizio della campagna delle primarie e ristampato a Gennaio in 6000 copie dopo l’esito del voto. Ricorda che al primo posto tra i temi trattati nella campagna elettorale c’è l’economia e che solo la difesa del diritto di possedere le armi risponde a una posizione ideologica tradizionale del Partito repubblicano. “Trump non critica il libero commercio in sé, ma dichiara che il commercio dev’essere anche equo. Per garantire questo cambiamento promette di costringere i Cinesi a rinegoziare le condizioni commerciali tra i due paesi, rafforzando la posizione americana attraverso il miglioramento dell’economia domestica e anche con una forte presenza militare nei mari vicini alla Cina”.
Spannaus sottolinea che sui temi fiscali Trump propone di abbassare le aliquote per tutti, ma anche di rimuovere le numerose esenzioni e detrazioni di cui usufruiscono soprattutto le
grandi società. Conta anche su un condono per rimpatriare i fondi detenuti all’estero dalle multinazionali.
Allo stesso tempo promette di attuare una proposta cara anche a molti progressisti: la rimozione delle esenzioni per i profitti conseguiti all’estero. Su questo punto si trova vicino all’Amministrazione Obama, che stava lavorando per limitare la possibilità da parte delle corporation americane di trasformarsi in società estere al solo scopo di pagare meno tasse. L’opposizione a questa «scappatoia fiscale antipatriottica» – così l’ha definita il presidente – è perfettamente coerente con la visione di riportare il lavoro in America, piuttosto che fare favori all’élite che gestisce i grandi capitali.
Vale la pena di sottolineare che sotto la presidenza di Obama la disoccupazione è stata in gran parte assorbita e la crescita è tornata a livelli normali. Ma il modo in cui l’amministrazione Obama ha gestito la grande recessione ha implicato mutamenti significativi nei rapporti tra apparati pubblici e capitale privato: la vecchia retorica liberista è stata scalzata da un massiccio interventismo statale, nel settore bancario e nell’industria. Ciononostante la
centralità economica e politica di Wall Street non è mai stata messa in discussione. Stando ai dati della FED e dell’OCSE, sotto l’amministrazione democratica la quota salari sul Pil è rimasta ben al di sotto dei livelli pre-crisi e non abbiamo assistito a una riduzione degli indici di povertà e disuguaglianza.

Liberista sul versante fiscale e della spesa sociale, Trump vuole anche ridiscutere gli accordi internazionali sugli scambi, affermando che in questo modo le industrie e i posti di lavoro torneranno in patria e il deficit commerciale statunitense tornerà sotto controllo. Senz’altro una svolta protezionista, con una sua originalità: l’abbattimento della pressione fiscale per favorire le imprese nazionali e attirare capitali. Forse autentico dumping fiscale prima che dazi.

Per quanto riguarda la manifattura l’opinione del nuovo presidente sembra chiara e gode di un certo consenso popolare; assai più incerta la sua posizione sull’esplosione delle nuove tecnologie e sul ricorso alla digitalizzazione in genere.

Durante le primarie in Michigan Trump, all’ombra di una fabbrica Ford, ha minacciato l’azienda che, se avesse portato avanti il piano di chiudere la fabbrica e trasferirla in Messico, lui avrebbe applicato una tariffa del 35% su ogni vettura fabbricata là e rispedita agli Stati Uniti. È stata musica per le orecchie degli operai del Michigan. Inoltre, quando Trump ha minacciato i vertici della Apple che li avrebbe costretti a fermare la produzione di iPhone in Cina, per trasferirla esclusivamente in America, i cuori sono andati in estasi e Donald ne è uscito trionfante. Un fattore che impedisce la crescita economica è che troppi americani in età lavorativa sono usciti dal mercato del lavoro. Il bilancio proposto dall’amministrazione per l’anno fiscale che inizia il primo ottobre 2017 cerca di affrontare questo problema, ma piuttosto che affrontare alcune delle sfide che sottendono alla scomparsa di milioni di americani dalla forza lavoro – in particolare i cambiamenti tecnologici e la globalizzazione che hanno causato l’evaporazione di molti posti di lavoro e di classe media e il divario tra l’istruzione e la formazione che gli americani hanno ricevuto e le competenze richieste dai datori di lavoro di oggi – il bilancio di Trump cerca di forzare le persone a mantenere le loro mansioni, rendendo altrimenti più difficile ottenere o mantenere i buoni alimentari, i benefici Medicaid e la sicurezza sociale e riducendo il sostegno federale per il benessere e per i bambini. Per quanto attiene alla repressione dei più bisognosi e più vulnerabili sembra ancor più concreta quando si considerano i miliardi che il bilancio di Trump avrebbe trasferito sulla difesa, sulla sicurezza delle frontiere e sui tagli fiscali per gli americani, le società e le associazioni ad alto reddito.

C’è un problema che esploderà presto tra le mani del nuovo governo: anche se la sfida elettorale negli Stati Uniti è giunta proprio quando l’economia sembrava essere in testa: l’aspettativa di vita media negli Stati Uniti è in declino. Donald Trump ha afferrato lo spirito del tempo: le cose non andavano bene per la qualità della vita e l’aspettativa di futuro, e molti elettori volevano cambiare.

Risulta comunque razionalmente inspiegabile premiare i Repubblicani che avevano bloccato l’assistenza a coloro che perdono i loro posti di lavoro a causa della globalizzazione che quell’ideologia ha spinto in modo assiduo. Erano i repubblicani che, in 26 stati, rifiutavano l’espansione di Medicaid, negando così l’assicurazione sanitaria a quelli sui gradini più bassi. Trump si accorge prima degli altri di quanto incida nell’elettorato una prosperità che scompare. Il 2016 ha sostanzialmente radicalizzato le incertezze sul futuro che investono contemporaneamente i singoli attori politici, il sistema internazionale e i loro rapporti reciproci: dalla vittoria repubblicana nelle elezioni negli Stati Uniti a quella della Brexit; dai nuovi successi dei movimenti nazionalisti e populisti in vari paesi europei alla paralisi della comunità internazionale di fronte alla guerra in Siria; dalla nuova ondata di attacchi terroristici in Europa alle nuove incertezze sulla globalizzazione e sulla crescita economica che alimentano le fragilità sociali e le emergenze che sono esplose.

Queste, secondo un’indagine dell’ISPI, le emergenze che fanno da sottofondo alla discussione sulla politica nazionale in ogni Paese:

Per far presa sullo slogan “Make America Great Again” bisogna prima convincere i potenziali elettori che quel Paese non sia più attualmente grande perché le emergenze di sopra attraversano anche i suoi confini.

Deficit e un crescente debito federale possono richiedere di fare scelte difficili sulla spesa e sulle entrate. Come ci si adatta ad una popolazione che invecchia? Qual è il giusto approccio alla difesa in un’era di nuove minacce? Come prendiamo in considerazione il crescente costo delle cure mediche?

Trump sembra un esperto comunicatore, ma non un tecnocrate preparato. Gliel’aveva giurata alla Silicon Valley e con le vecchie telco è partito all’attacco dello strapotere dell’algoritmo, di Google, Facebook, Twitter, Amazon. I media di Trump subiscono un cambio di passo definitivo: poca Tv e tutto social per una campagna elettorale permanente. Se dovessi individuare una lente d’ingrandimento per comprendere le dinamiche della lunga campagna e soprattutto per decifrare ruolo e prospettive dei media, adotterei il rendiconto economico che tutti i candidati, severamente, devono pubblicizzare circa la propria azione di propaganda. Il quadro è assolutamente spietato nella sua evidenza. Il vincitore ha speso circa 400 milioni meno della sua contendente sconfitta. E rispetto al candidato repubblicano battuto da Obama nelle elezioni di 4 anni prima, il tronfio ma attento Donald ha risparmiato la bellezza del 40%. Dunque, una spesa estremamente oculata e selettiva. A maggior ragione è importante capire come sia stata distribuita. Anche in questo caso, attingendo a dati forniti da Michele Mezza su Huffington Post, i numeri parlano da soli. La spesa di promozione televisiva è scesa dal 57 al 44%, mentre l’impegno sui social digitali ha assorbito il 15% circa delle risorse, a fronte di meno del 2% di 4 anni fa. Una tendenza che ha coinciso straordinariamente con i trend generali del mercato pubblicitario. Ma se entriamo ancora di più nel merito della strategia, di come materialmente sono stati spesi quei soldi, scopriamo che Trump ha stressato, perfezionandola, la rivoluzionaria politica del giovane Barak Obama nella sua prima campagna del 2008 (vedi il libro Obama.net di M. Mezza con introduzione di Rodolfo Brancoli, Morlacchi editore). Come spiegava allora il debuttante parlamentare dell’Illinois David Axelroad: “Obama vince non perché usa la rete per parlare con i suoi elettori ma perché fa parlare alla velocità della luce i suoi elettori fra di loro”. Una scelta che vide l’ormai leggendario sito di Obama wegov.com riuscire a convogliare nel suo imbuto d’attenzione qualcosa come 78 milioni di elettori, innestando pratiche di negoziazione diretta del programma elettorale del candidato fino ad allora del tutto inedite. Trump ha addirittura rovesciato il paradigma Obama. Per lui non è stato importante attivare un processo di partecipazione di massa alla costruzione dell’identità del candidato, quanto far aderire programma e identità al senso comune che si intercettava nel paese. Diciamo che Trump è stato l’agente di una rivoluzione passiva dell’opinione pubblica. Tramite un uso decentrato e calibratissimo sul territorio, ha mappato, contea per contea, quartiere per quartiere, le aree strategiche del voto, raccogliendo sui social i flussi di big data che indicavano il formarsi di un senso comune, e di un’emotività crescente, che lui ha cavalcato e orientato. Le cosiddette fake news sono state il suo termometro, il suo indicatore di qualità. Più vedeva che venivano rimbalzate e gonfiate le sue battute o le caricature dell’avversario, più seguiva quegli itinerari raccogliendo i suoi voti. I media non hanno mai davvero messo in discussione le affermazioni di Trump o i suoi propositi, ma li hanno ripresi costantemente. E più i suoi tweet erano controversi e più diventavano la notizia da proporre al pubblico. Perché il modello di business che consente a quelle grandi organizzazioni mediatiche di sopravvivere è fatto in gran parte di click sulle loro pagine internet. Non importa il contenuto, quanto il suo flusso continuo. Trump offriva contenuti a costo zero.

La televisione è stata per lui il grande nemico, il luogo dove si amplificavano le culture delle élite intellettuali che gli erano ostili. Il social invece è stata la fabbrica del suo popolo elettore. E lì sono andati i suoi soldi. Ma, a differenza di Obama, Trump mostra di non voler mollare la preda: lui sui social ci rimane. Sicuramente la sua è stata una strategia di svolta.

GLI OPERAI BIANCHI, LE AREE RURALI E L’ELETTORATO FEMMINILE
I due candidati più impopolari di sempre. Ma alla fine, un’ondata di rabbia populista, espressa dalla “working class” e dalla classe media, ha eletto Donald Trump, rigettando l’establishment rappresentato da Hillary Clinton. Questa versione semplificatoria non è, così come è tranciata, abbastanza esauriente.

Riprendo qui un commento di Donald Kuhn: “Donald J. Trump ha guadagnato la maggioranza dei voti della classe operaia bianca, contro Clinton, con il più largo margine di qualunque leader di partito dalla seconda guerra mondiale. Nonostante un simile successo dovesse indurre alla riflessione già nella prima fase delle primarie, gli esponenti di punta del mondo del giornalismo, dello spettacolo e della cultura, nonché gli artefici della campagna elettorale della Clinton, continuano a sostenere che Trump ha vinto le elezioni facendo appello alla rozzezza culturale dei suoi sostenitori. Questa visione stereotipa degli elettori di Trump non solo è verso loro offensiva; ma muove dal falso presupposto che Trump abbia vinto in virtù dei suoi peggiori commenti su donne e minoranze, piuttosto che nonostante questi. Ma stato per stato non stavano votando sulla decenza.
In effetti l’onda di Trump sembra avere conquistato molti pezzi di società riconducibili al lavoro dipendente. Molti lavoratori hanno votato il candidato repubblicano per sostenere la sua politica di repressione dell’immigrazione. Anche se i benefici del muro di Trump contro l’immigrazione saranno insignificanti rispetto ai danni che i lavoratori americani subiranno dalle altre ricette che lui ha annunciato e dal fatto che nella produzione industriale le trasformazioni tecnologiche e l’automazione incideranno ben più del libero commercio sul mondo del lavoro americano, questa rivoluzione industriale non desta ancora una consapevolezza generalizzata e nuove risposte da parte dalla classe politica e dai sindacati, non solo negli Stati Uniti ma in tutti Paesi occidentali.

Se la ricetta è riportare posti di lavoro in America, è più facile accusare paesi come il Messico che la perdita di quote di mercato in seguito all’automazione e alla smania di profitto. Come afferma Denis Spedalieri: “Meglio e più facile odiare un messicano o un cinese che odiare un robot”.

E’ emblematico quel che è successo per il voto nella regione dei Grandi Laghi del Midwest chiusa ad un destino fatto di scarsi investimenti tecnologici e bassa produttività, mentre l’America delle due coste iniziava a prendere una diversa traiettoria economica, muovendosi lungo nuove direttrici di traffico interne e aumentando la produzione industriale sullo schema che oggi si chiama 4.0.

La globalizzazione che si manifesta con ex Paesi poveri che esportano verso l’America, è diventata una minaccia per un ritardo strutturale della riconversione di intere regioni. La risposta politica populista, da destra e sinistra, è sempre la stessa – ci rubano il lavoro nei settori maturi – ma non c’è dubbio che il ritorno all’economia fossile favorito dal nuovo governo scinderà ulteriormente il destino delle due Americhe industriali. Qui sotto vediamo la crescita di consenso di Trump rispetto ai repubblicani di 4 anni prima: illuminante se lo fate coincidere con i settori del “Rust Belt”. Molti hanno dovuto riflettere sui successi di Bernie Sanders negli stessi luoghi, soprattutto alle primarie del Michigan, autentica sorpresa.

La vocazione settoriale dell’industria di quei territori – come si vede in figura – coincide con quella dell’espansione industriale della fase trascorsa.

C’è infine la questione delle aree rurali e dell’agricoltura, più difficile da inquadrare, ma anch’essa ben sensibile alla disposizione xenofoba e razzista dello staff repubblicano.

 

Fra le prime 100 città americane solo 27 hanno un sindaco repubblicano e tra queste nessuna è nella lista delle più importanti. Considerando invece le prime 100 aree metropolitane, queste coprono solo il 12% del suolo americano ma vi abitano 2/3 della popolazione e rappresentano il 75% del PIL nazionale. Il divario tra l’America perfettamente integrata nel Mondo globalizzato e quella che fatica a tenere il passo — perché in parte ancora legata alla cultura e all’economia del passato — è evidente non solo a livello di ricerche e numeri, ma anche per chi attraversi il paese in automobile.

Di 5000 contee, Donald Trump ha vinto in oltre 2600. Ma questi numeri di per sè dicono poco. Le contee dove ha vinto Trump rappresentano poco più di un terzo dell’intera economia americana, il 36%. Le contee dove ha vinto Clinton sono quelle dove si concentra il 64% dell’economia americana secondo i valori del 2015.

Per anni l’establishment del Partito Repubblicano — il “Grand Old Party” o GOP — è riuscito a vendere ai suoi elettori un’indigesta ricetta economica di liberismo senza contrappesi perché offriva loro rassicurazioni sul fronte del conservatorismo sociale (aborto, famiglia). Donald Trump ha sfidato l’establishment del suo partito, consapevole che l’elettorato repubblicano meno benestante lo avrebbe seguito di più sul piano economico e che, comunque, l’attacco agli immigrati e ai diritti civili era già nello zaino di gran parte di esso.

Clinton ha aumentato di pochissimo il numero delle donne democratiche che l’hanno votata: a dimostrazione che l’idea di avere una Presidente donna non ha fatto breccia, mentre sessismo e misoginia sono stati un richiamo potente per grandi fasce d’elettorato.

DEMOCRAZIA IN USA E POTERI DELLE LOBBY NEL QUADRO MONDIALE

In seguito al particolare sistema dei Grandi Elettori, Trump è stata fondamentalmente eletto con i voti decisivi degli abitanti delle aree rurali e delle aree industriali in declino, che rappresentano la minoranza numerica del paese. Chi ha contribuito a convincerli?

Secondo tutti i costituzionalisti, una democrazia si basa sull’equilibrio tra i settori legislativi, esecutivi e giudiziari. Questo equilibrio ha smesso di esistere fin dal tempo di Ronald Reagan. In un paese in cui solo il 50 per cento delle persone votano, la polarizzazione politica ha portato ad un conflitto strutturale tra il settore legislativo e quello esecutivo del sistema. La Corte Suprema, che dovrebbe difendere i diritti dei cittadini, è diventata un braccio politico del Presidente che nomina i giudici. Con una sentenza a maggioranza repubblicana, era stata sanzionata la vittoria di George W. Bush, non di Al Gore, nelle elezioni presidenziali del 2000, escludendo la volontà popolare. E nel 2010 era stato deciso che le imprese hanno gli stessi diritti dei cittadini e possono pertanto finanziare campagne elettorali, proprio come i cittadini.

Di conseguenza, i fratelli Koch, signori di combustibili fossili, possono votare singolarmente come cittadini, ma contribuiscono con 900 milioni di dollari all’elezione dei candidati repubblicani conservatori. Una elezione presidenziale costa almeno due miliardi di dollari. E un’elezione senatoriale 40 milioni. Queste sono cifre che emarginano il cittadino comune. Non abbiamo allora un’oligarchia piuttosto che una democrazia?

Fondamentalmente, la democrazia cessa di essere reale se i cittadini non credono più nel sistema politico. Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, con la fine delle ideologie, la politica ha perso la visione e la strategia a lungo raggio, diventando un fatto fondamentalmente amministrativo, con un sostanziale aumento della corruzione. I cittadini, e soprattutto i giovani, non si sentono parte del sistema. Partendo dai meccanismi partecipativi, i partiti politici sono arrivati a diventare autoreferenziali. E alla disaffezione politica, dobbiamo aggiungere la scoperta che il modello neo-liberale economico del libero mercato non ha in alcun modo portato alla crescita annunciata per tutti, ma ha invece aumentato in misura senza precedenti il ​​divario tra i ricchi e i poveri (sempre più numerosi). Questo disastroso quadro etico, politico e sociale è aggravato dall’immigrazione di massa che, va ricordato, è il risultato della gran parte degli interventi militari statunitensi e europei in Iraq, Libia, Siria e Yemen e della crisi climatica.

Come sfondo di questo contesto occidentale, cresce una leadership mondiale di Putin nei confronti dei movimenti all’attacco dei diritti civili, abbiamo una Cina, un Giappone e un’India governata da nazionalisti e le Filippine con un presidente eletto sulla promessa di uccidere 60.000 persone, vittime di droga. E, ancora, un’America Latina che subisce una profonda crisi politica, evidente in modo diverso dal Brasile al Venezuela, dalla Colombia alla Bolivia, dall’Ecuador all’America Centrale. E, infine, un’Africa con una popolazione che crescerà da un miliardo a due miliardi in soli tre decenni e che continua ad avere frequenti crisi democratiche e inadeguate risposte alle esigenze economiche e sociali del continente.

Ma forse la maggiore novità è che il mondo anglofono ha deciso di abdicare al suo ruolo storico a favore della democrazia e del multilateralismo. In pochi mesi, il voto di Brexit ha portato la Gran Bretagna fuori dal tempo europeo e gli Stati Uniti sotto Trump si spostano da una politica globale ad una con una dimensione prettamente nazionale. Tutto questo avviene in un mondo multipolare, dove la Cina può ora trovare opportunità impreviste, come gli altri paesi emergenti finora incastrati in un ordine mondiale governato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei.

LA QUESTIONE CLIMATICA? MEGLIO CON TRUMP FUORI

Per concludere questa escursione, vorrei sdrammatizzare l’operazione forse più gretta in animo a Trump, riguardante il ritiro dall’accordo sul clima raggiunto a fine 2016 a Parigi.

Cos’hanno in comune Papa Francesco e l’attuale presidente degli Stati Uniti che si sono incontrati in Vaticano? Quasi nulla. Hanno una visione del mondo diametralmente opposta. Al di là dei convenevoli di protocollo, si sono scambiati alcuni doni. Trump ha regalato al Papa una scatola blu contenente i libri di Martin Luther King e, consegnandogliela si è augurato una buona accoglienza: c’è da scommetterci che gli piaceranno dal momento che è già avvenuto che Francesco abbia citato Luther King in qualche suo discorso come quello ai Movimenti popolari del 5 novembre 2016. Da parte sua, il Papa ha consegnato a Trump ciò che dona normalmente ai presidenti che lo visitano: il testo della Laudato sì e il testo del messaggio per la 50ma Giornata mondiale della pace. A parte i doni, erano più che latenti le differenze tra i due leader mondiali: questione climatica e pace come priorità ambientale e sociale da una parte; negazionismo, rilancio dei fossili, riarmo dall’altra. Solo una pragmatica distanza di funzioni su piani formalmente incompatibili o forse la messa in evidenza del campo su cui si dovrà giocare anche al suo interno la funzione planetaria della potenza ancor oggi più ambiziosa?

Giustamente la posizione sul clima del presidente americano crea scandalo, ma le reazioni non si stanno facendo attendere. Si stanno creando legami finanziari e industriali tra potenze che hanno un sostegno reale da parte dei popoli e dei movimenti e che, contestando il ritiro della firma USA a Parigi, ritengono ormai chiusa la parabola del sistema energetico già oggi in profonda crisi e trasformazione. Perfino nella fida Inghilterra conservatrice si è costituita “Conversation UK”, che riceve fondi da Hefce, Hefcw, SAGE, SFC, RCUK, Fondazione Nuffield, The Ogden Trust, Royal Society, The Wellcome Trust, Esma Fairbairn Foundation e The Alliance for Useful Evidence, nonché l’adesione di sessantacinque membri dell’università. Secondo questo trust la saggezza convenzionale per cui gli Stati Uniti dovrebbero rimanere nell’ambito dell’accordo di Parigi è errata. Un ritiro statunitense sarebbe il miglior risultato per l’azione sul clima internazionale. Anch’io mi sento di sdrammatizzare il ritiro degli USA dall’accordo sul clima e di accettare realisticamente le conseguenze dell’isolamento a cui vanno incontro come un danno politico per loro assai più rilevante che per i Paesi che mantengono fede agli impegni.

Gli stessi aiutanti del Presidente USA sono divisi sulla questione. Il capo strategico Steve Bannon testa la fazione negazionista spingendo per un’uscita. Il Segretario di Stato e l’ex direttore esecutivo di Exxon Mobil, Rex Tillerson, sostengono invece che gli Stati Uniti dovrebbero mantenere una “sedia al tavolo”. È nel potere del presidente ritirarsi dall’accordo di Parigi e forse anche dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che ha guidato la diplomazia globale del clima per oltre 25 anni. Un ritiro statunitense minimizzerebbe i rischi e massimizzerebbe le opportunità per la comunità climatica. In poche parole: l’amministrazione USA e Trump possono fare più danni all’interno dell’accordo che al di fuori di esso.

Ci sono quattro rischi legati alla partecipazione statunitense all’accordo di Parigi: che gli Stati Uniti mancheranno il loro obiettivo di emissioni; che mineranno gli aiuti finanziari; che provocheranno un effetto “domino” tra altre nazioni; e che ostacoleranno i negoziati delle Nazioni Unite. I primi due rischi non sono influenzati dal ritiro in sé. L’accordo di Parigi non richiede che gli Stati Uniti soddisfino il loro attuale impegno per la riduzione delle emissioni, o per offrire ulteriori finanziamenti climatici ai paesi in via di sviluppo. L’accordo è procedurale, piuttosto che vincolante; richiede un nuovo e più forte impegno per il clima ogni cinque anni, ma non è obbligatorio centrare questi obiettivi.

Gli Stati Uniti guidati dall’attuale governo mancheranno probabilmente il loro obiettivo climatico indipendentemente dal ritiro della firma. Avrebbero bisogno anche di più del piano di energia pulito varato da Obama per ridurre le emissioni del 26-28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025. Le emissioni statunitensi con Trump sono destinate ad aumentare fino al 2025, piuttosto che diminuire. Lo stesso vale per i finanziamenti internazionali in materia di clima, che saranno tagliati nel piano di bilancio “America First”. Già avrebbero dovuto fornire 3 miliardi di dollari ma hanno finora donato solo 1 miliardo. Il rimanente non verrà mai.

Il terzo rischio è l’effetto domino: le azioni statunitensi dentro l’accordo potrebbero ispirare altri governi a ritardare l’azione per il clima, rinunciare ai propri obiettivi o ritirarsi. Ma ci sono poche prove che suggeriscono che l’abbandono statunitense indurrà altre nazioni a seguirne l’esempio. Il parallelo storico più vicino è il Protocollo di Kyoto, che gli Stati Uniti hanno firmato ma non hanno mai ratificato. Quando il presidente George W. Bush ha annunciato che gli Stati Uniti non avrebbero ratificato il trattato, gli altri Paesi si sono riuniti a sostegno del protocollo e hanno spinto gli Accordi di Marrakech nel 2001 per rafforzare le norme di Kyoto. Quello che più probabilmente provoca un effetto domino è il comportamento domestico degli Stati Uniti, piuttosto che qualsiasi possibile ritiro dall’accordo di Parigi.

Il quarto rischio è che gli Stati Uniti agiscano come freno nei colloqui internazionali sul clima mantenendo la loro adesione. Se gli Stati Uniti restano nell’accordo, conserveranno una funzione di veto nei negoziati o potrebbero sovraccaricare i negoziati chiedendo modifiche alle verifiche previste nel 2018 come ha suggerito il segretario dell’energia Rick Perry. In questa luce, dare all’ex capo di Exxon Mobil una “sedia al tavolo” è un’idea terribile.

Un ritiro statunitense, d’altra parte, potrebbe creare nuove opportunità, come la rinnovata leadership europea e cinese. Sulla scia delle elezioni statunitensi del 2016, l’ex candidato presidenziale francese Nicholas Sarkozy ha sollevato l’idea di applicare un’imposta sul carbonio del 1-3% sulle importazioni statunitensi.

La Cina, l’Unione europea e l’India – che sono i più grandi emittenti di CO2 insieme agli Stati Uniti hanno annunciato che resteranno impegnati nell’accordo di Parigi in caso di uscita americana. Ciò suggerisce che il consenso internazionale sulla lotta contro il cambiamento climatico attraverso l’accordo rimarrà intatto. In questa fase non è chiaro quale strategia seguirà l’amministrazione di Trump per uscire dall’accordo di Parigi. Tuttavia, riteniamo che sia improbabile che una rinegoziazione dell’accordo in linea con le intenzioni della Casa Bianca possa avere successo.

In realtà il ritiro ha già avuto un responso insieme critico e sprezzante: Macron ha corretto lo slogan “Make greater America” in “Make greater our planet”, segno di un diffuso sentire che giunge dai popoli in disaccordo con la vacuità degli obbiettivi sovranisti. Concludo con pessimismo che, purtroppo, nemmeno di Macron ci si può fidare, dopo le sue affermazioni di essere “e di destra e di sinistra”, come il gatto di Schroedinger che è complementariamente vivo e morto. Per scherzarci sopra amaramente, ma anche per ricordare l’inganno della politica, ricordo che Erwin Schrödinger immaginava una curiosa esperienza il cui laboratorio è l’immaginazione: racchiudere un gatto in una scatola sigillata. La scatola contiene un dispositivo che uccide il gatto appena rileva la disintegrazione di un corpo radioattivo che è un evento totalmente casuale. Dall’esterno è impossibile sapere cosa succede all’interno della scatola. Il gatto può essere vivo o morto, almeno per l’esperienza di conoscenza dall’esterno. Il gatto ha un “n” % di probabilità di essere morto, e un “m” % di probabilità di essere vivo. O, che è la stessa cosa, il gatto è vivo e morto allo stesso tempo. Per essere “e di destra e di sinistra”, Emmanuel Macron è come il gatto di Schrödinger. Nel piano della meccanica quantistica, un simile candidato possiede il dono dell’ubiquità. Ma non stare da nessuna parte è impossibile perfino dove sono state tentate, sperimentate, esaltate le “terze vie”: la voce dei popoli si sentirà assai prima di quanto ci aspettiamo e c’è da augurarsi che non acquisti il timbro di Trump.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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