L’ape e l’architetto, 35 anni dopo

Sono moltissimi i libri etichettabili di sinistra che in Italia hanno avuto gran successo di vendite almeno sino all’avvento del rampantismo e/o berlusconismo. Pochissimi però quelli che potremmo definire di sinistra estrema o radicale. Fra loro spicca una raccolta di saggi che – non per caso negli anni ’70 – scatenò polemiche feroci nonostante l’argomento non fosse dei più facili.

Si intitolava «L’Ape e l’architetto» con il sottotitolo «Paradigmi scientifici e materialismo storico» e uscì da Feltrinelli. Ne erano autori 4 scienziati (fisici teorici): Giovanni Ciccotti, Marcello Cini (allora il più noto), Michelangelo de Maria, Giovanni Jona-Lasinio. A un saggio collaborò Elisabetta Donini che però non era citata in copertina.

«L’Ape e l’architetto» torna oggi nelle librerie in una bella coedizione fra università Bicocca e Franco Angeli editore (300 pagine, 33 euri) con una serie di riflessioni dei 4 autori integrate da saggi di Arianna Borrelli, Marco Lippi, Dario Narducci e Giorgio Parisi.

Una «chimera» (così si intitola la collana), un’operazione di pura nostalgia o invece il recupero di un testo importante? Persino uno dei 4 autori confessa il suo «spaesamento», altri si stupiscono di quante certezze avessero e del loro saldo marxismo. Eppure, come sottolinea Narducci, «L’ape e l’architetto» pur se invecchiato (e difficile) resta «un libro per tutti» quanto ai temi. I modi di produzione della scienza, la sua presunta neutralità, i suoi intrecci con Palazzi e Poteri sono questioni complesse che chiamano in causa l’intera società; in termini più rozzi ci si può chiedere: ricercare cosa, per chi e spendendo quali e quanti soldi, con che idea di società? Se ne può ragionare o dobbiamo solo tacere facendo decidere tutto a scienziati e politici? Si dirà che oggi non sono più gli Stati (con i soldi nostri) a finanziare le ricerche ma i privati. Motivo di più per capire se – banalizzo al massimo – il privato ci vuol propinare una inutile ma costosa macchinetta al posto di un utile e gratuito “bene comune”.

Il titolo misterioso del libro è facilmente decifrabile a chi abbia studiato il vecchio Marx: proprio all’inizio del «Capitale» infatti si ragiona intorno alle differenze fra «il peggiore architetto» e «l’ape migliore» (o il ragno che però viene ingiustamente dimenticato nelle citazioni). Da qui il volume si articolava in differenti saggi sulla storia della scienza, sulle sue diverse ideologie, su scientismo e meccanicismo, sul «valore-lavoro come categoria scientifica» e soprattutto sulla «produzione della scienza nella società capitalistica avanzata» con un po’ di eccetera: vi erano evidenti richiami alle idee del comunismo ma senza alcuna simpatia per la sua concreta versione (l’Urss) di allora.

Stupisce oggi chi “mastica” un po’ di scienza e legga (o rilegga) questo libro quanto poco quei saggi si mettano in relazione con Thomas Kuhn, Paul Fayerabend, Imre Lakatos, Karl Popper che all’epoca stavano squassando, in differenti contesti, certe idee consolidate («paradigmi») nel mondo delle scienze. I nemici del libro invece sono chiari: i critici irrazionalisti della scienza (che da allora sono divenuti legioni) e gli scientisti di sinistra, diciamo chi ha fiducia illimitata nel potere “salvifico” della scienza in sè.

Era la prima volta che, in Italia, alcuni scienziati mettevano seriamente in discussione lo scientismo (e l’inevitabile “progresso” che sempre e comunque ne deriverebbe, un caso di “a prescindere”) e allo stesso tempo facevano i conti con il marxismo anzichè con le sue versioni da “bignamino”. Ovviamente nelle furibonde polemiche di allora contro “la banda dei quattro” si preferì parlare d’altro, a esempio ridicolizzando l’idea di fondo del libro con argomenti del tipo «la legge di gravità fa cadere i corpi tanto nel capitalismo che nel socialismo». In realtà quel che «L’ape e l’architetto» poneva con forza è assai diverso. La scienza ovviamente non è neutrale nè slegata dai poteri ma è anche fortemente determinata nella sua direzione di ricerca, nel suo pensare dai contesti storici e dalle ideologie dominanti: dunque al suo interno si aprono (o si chiudono) strade in base a rapporti di forza precisi e non solo ai paradigmi egemoni nella “comunità” degli scienziati come già aveva spiegato benissimo Thomas Kuhn.

Moltissimo – quasi tutto – è cambiato, nei 35 anni trascorsi, anche nella scienza, per esempio assegnando il “predominio” alla biologia anzichè alla fisica, rafforzando il ruolo della “big science”, maggiormente intrecciando la ricerca con le multinazionali e con i militari. Nel frattempo le tecnologie hanno invaso le nostre vite mentre noi (grazie anche alla scuola) siamo diventati sempre più analfabeti delle scienze (e non solo): viviamo dunque in un tecno-vudù, in una tecno-magia dove tecnologie (e scienze) sono ovunque eppure la maggior parte di noi non ne comprende le regole di base. Anche questa intuizione serpeggia nel vecchio «L’ape e l’architetto» pur se i computer domestici (e le tecno-manie successive) erano allora quasi impensabili.

Insomma, pur con i suoi limiti temporali e politici, «L’ape e l’architetto» allora seppe porre interrogativi rilevanti ed è un bene che qualcuno – la serissima Bicocca nientemeno – ci inviti a riaprire quelle pagine, a ripensare a quelle domande rimaste senza risposta e che anzi i Palazzi considerano irriverente persino siano formulate. Mi attendo che qualcuna/o (Alessio? Andrea? Barbara? Fabio? Lia? Marco?) su questo groviglio di problemi e di opportunità intervenga in blog e che la discussione riparta… almeno qui, in uno spazio minuscolo quanto irriverente.

A proposito: se non vado errato finora i grandi media hanno ignorato la ristampa (c’avrei quasi giurato). Ovvia eccezione «il manifesto» dove in un articolo gustoso quanto sapiente Marco D’Eramo fra l’altro definisce «L’ape e l’architetto» niente meno – e ha ragione – che «un testo miliare da rileggere anche per capire quanto da allora è cambiato». Di gran soddisfazione (per me asimoviano, dickiano e ora sawyeriano) il suo PS che riporto per intero: «Da un punto di vista strettamente filosofico il grande interrogativo sulla storicizzazione della scienza attiene a un nodo chiamato “sottodeterminazione della teoria”: questi nostri discorsi sono possibili se (e solo se) sono concepibili diverse teorie in grado di descrivere lo stesso mondo o lo stesso insieme di fenomeni. Cioè se la teoria è sottodeterminata rispetto alla realtà. Per dirla in modo più brutale: se su qualche pianeta di qualche galassia lontana esistono esseri che hanno elaborato una matematica (un linguaggio logico) senza numeri, senza rette nè curve nè sfere ma che rappresenta però anch’essa il mondo nel senso galileiano (“la matematica è la lingua in cui è scritto l’universo”)». Di futuri ce n’è tanti e le matematiche sono ancora di più.


Redazione
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2 commenti

  • «la legge di gravità fa cadere i corpi tanto nel capitalismo che nel socialismo»
    con la differenza che nel socialismo ci si chiedeva: posso controllare la caduta del corpo? E nel capitalismo ci si chiede: cosa ci guadagno dalla caduta del corpo?
    Sembra un testo interessante. Bisognerà che gli dia un’occhiata. La scienza è sempre utile alla fantascienza.
    Clelia

  • Ottimo il commento di Clelia. Ottima l’esempio proposto. Illuminante.
    Quanto all’invito a intervenire nel dibattito, ci proverò. Credo però che in alcuni dei ponderosi articoli già postati (non senza qualche protesta per l’eccessiva lunghezza) l’argomento è stato affrontato.
    Vedi “Il Progresso è finito” e “Un Dio Dimezzato”.
    Inevitabile, del resto. Il rapporto tra scientismo e scienza, tra lo scientifico e l’ideologico, è fondamentale per comprendere cosa è e ciò che ha rappresentato la Fantascienza.
    Miglieruolo

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