«Lavacro di sangue»

Recensione a «La prima estate di guerra (diario di un anarchico: 1 maggio-20 settembre 1915)»

LaPrimaEstateDiGuerra

«Peggio per il popolo! Chi pecora si fa il lupo se la mangia! Vada oggi a farsi decimare dai cannoni, dalle mitragliatrici e dalle granate austriache; al ritorno i padroni e i carabinieri della patria faranno il resto». E’ un Luigi Fabbri, amaro ma lucidissimo, quello che il 22 maggio – cioè due giorni prima che l’Italia entri ufficialmente in guerra – annota nel suo diario che, nonostante l’opposizione di pochi coraggiosi, ormai la catastrofe è arrivata.

Grazie al lavoro di Massimo Ortalli questi appunti sono ora un libro «La prima estate di guerra (diario di un anarchico: 1 maggio-20 settembre 1915)» – 128 pagine per 12 euri – nelle edizioni Bfs cioè la Biblioteca Franco Serantini. Classe 18887, Luigi Fabbri «fu chiamato alle armi come militare di terza categoria, ma poi venne esonerato in quanto insegnante» ricorda nella prefazione Roberto Giulianelli. Cosa sarebbe successo se lo avessero richiamato? Magari per mandarlo in “primissima” linea come capitava ai sovversivi, o sospetti tali, che erano “più” sacrificabili – carne di cannone al massimo livello – degli altri? Fabbri se lo chiede («Disertare è quasi impossibile») ed è scosso da umanissimi dubbi ma conclude, in un appunto del 10 agosto: «Un proponimento fermo ho però fatto entro di me, nel caso in cui mi si mettesse un’arma nelle mani: non ucciderò nessuno!».

Nonostante la censura – «madama Anastasia, come la chiamano in Francia» – che impedisce di sapere cosa sta accadendo in Italia e nella guerra europea, le considerazioni e le ipotesi, come pure i sentimenti, di Fabbri sono sempre sorretti da una capacità di analisi e da una coerenza invidiabili. Le mille bugie della propaganda – una guerra breve, sarà l’ultima, serve a liberare altri italiani oppressi – crollano una dopo l’altra. Già il 21 giugno Fabbri scrive che siccome «a Cormons, a Grado, a Caporetto, a Monfalcone e altrove la popolazione non ha fatto alle truppe italiane “liberatrici” l’accoglienza che si desiderava» – del resto era ben noto che le famose terre “irredente” erano abitate da molte popolazioni di lingue culture e storie diverse – «dovunque si sono eseguite fucilazioni» e la popolazione locale di fatto viene presa in ostaggio.

Sedicenti patrioti e/o intellettuali (da «quel fanfarone» di Peppino Garibaldi a Gabriele D’Annunzio con «le sue concioni un poco pazzesche ma molto monarchiche») chiamano alla guerra: «Ah, poeti e artisti che da Virgilio in poi foste sempre e quasi tutti cortigiani» commenta Fabbri.

E’ ovvio che «dichiarato lo stato di guerra, e magari lo stato d’assedio», censurata la libertà di parola, «ogni opposizione tacerà». D’altronde le masse sono imbevute di «una educazione legalitaria e riformista» come prova «l’opportunismo della maggior parte dei politicanti socialisti».

E’ durissimo Luigi Fabbri con Giovanni Giolitti e non crede alla sua buona fede quando sembra opporsi all’interventismo di Antonio Salandra, capo del governo: «non poteva rendere peggior servizio alla causa neutralista che col dichiararsene partigiano». Solo con una parola d’ordine chiara – l’unica è «guerra alla guerra» – si sarebbe potuto combattere «nel medesimo tempo la iena guerrafondaia e la volpe neutralista giolittiana», scrive Fabbri. Ma «gli anarchici e sindacalisti sono troppo pochi e hanno influenza su parti troppo limitate di popolo per poter attuare alcun atto collettivo in senso rivoluzionario». Certo proseguono le manifestazioni contro la guerra, nonostante lo squadrismo degli interventisti (con il supporto delle “forze dell’ordine”). E ci si continuerà a ribellare perfino nelle trincee, ma il massacro continuerà. Quando Fabbri sarà arrestato – «in carcere per appena 6 giorni» – si sente «mortificato»: i sovversivi fanno così poca paura? «Persecuzioni un po’ più serie o gravi ci avrebbero per lo meno data la dimostrazione o… la illusione d’un po’ più d’influenza da parte nostra e d’un po’ più d’efficacia della nostra azione passata. Quanto siamo deboli ancora!».

Le citazioni e le riflessioni sul traditore Mussolini (sui metodi già allora spionistici e squadristici che propugnava; come nella storia raccontata l’11 agosto) sono impressionanti: «Quanto danno ha fatto quest’uomo, in soli dieci o dodici mesi d’attività giornalistica! Quanto odio ha seminato. Quante idee ha contorte e confuse nell’animo dei suoi lettori più deboli, più ingenui e più incolti» (28 agosto). Fra l’altro si può vedere un interessante squarcio sui legami fra Grecia e Italia – oggi ben pochi ricordano che l’Italia aveva preso, senza alcun diritto, le isole greche del Dodecaneso – ma il mussoliniano Il popolo d’Italia» ha l’impudenza di scherzare: «quei cari greci ci odiano». Ne scrive per esteso il 22 luglio e parla anche di profughi, citando fra l’altro il quotidiano «Etnicos Kirix» di New York: «rifugiati greci provenienti dall’Asia minore che, fuggendo terrorizzati dalle loro terre, cercavano rifugio nelle isole. Questi disgraziati sono stati arrestati e riconsegnati ai turchi per essere impiccati. Donne e ragazze rifugiate non furon lasciate sbarcare e ad esse fu negata acqua e pane nelle loro stesse imbarcazioni». Conclude Luigi Fabbri: «Dopo di che gli ingenui possono ancora chiedere: perché mai in Grecia si parla così male dell’Italia?».

Fabbri si dilunga sull’analisi sull’amnistia subito promulgata dal re; non si duole che la gente esca di galera ma chiarisce: «in realtà l’amnistia non ha che uno scopo: sfollare le carceri, un po’ per economia, e po’ perché i condannati possano, se richiamati, andare sotto le armi. Non si esperimentò forse in Libia che i soldati più valorosi erano… i delinquenti e teppisti?». Sul tema dei delinquenti-eroi di guerra Fabbri tornerà più volte (per esempio in un appunto del 13 luglio). Mentre a costoro vengono concessi premi, nelle «operazioni militari in cui la strage è prevista» di preferenza vengono impiegati i sovversivi o chiunque proviene dalle zone più ribelli dell’Italia. Nell’ultimo appunto, datato 20 settembre, si legge del “filtro” sulle lettere al fronte – passano solo quelle patriottarde che anzi finiscono sui giornali – mentre Fabbri racconta di un ferito il quale sul treno, rivolto a una donna «che cercava di confortarlo», risponde con terribile amarezza: «cara signora lassù la carne si vende a cinque centesimi al chilo».

A livello internazionale e fuori dal campo degli anarchici, Fabbri annota le contraddizioni dei socialisti nei diversi Paesi. Se in Inghilterra i sindacati collaborano allo sforzo bellico, c’è però «il formidabile sciopero dei minatori del Galles» e la rivolta del Sinn Fein – negli appunti di Fabbri definito per errore «Sirin Fein» – irlandese. Per quel che riguarda Jean Jaurés, pur lodando più volte la sua ferma opposizione alle armi («probabilmente avrebbe potuto impedire la guerra tra la Francia e la Germania», per questo fu assassinato nel 1914 da un esponente di destra o meglio «è stato fatto ammazzare dalla banda di pescecani e finanzieri che sgoverna») analizza che i socialisti francesi sono troppo compromessi e patriottici per essere credibili: questione di tempo ma inevitabilmente si sarebbero allineati con lo Stato guerrafondaio. Considerazioni simili per il partito socialdemocratico tedesco con l’eccezione di Karl Liebknecht e del suo movimento di protesta, «il solo, fino a oggi, che possa essere considerato come frutto d’una cosciente rivolta dell’animo, come il trionfo della convinzione intima e della fede nelle proprie idee sull’opportunismo vile dell’ora presente», così che nell’avvenire «sarà forse l’unico che potrà riabilitare il nome del socialismo germanico». Chi sa di storia ricorderà che gli spartachisti di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg a fine guerra verranno massacrati dalle truppe di un governo… guidato da un loro ex compagno.

«Attraverso questo lavacro di sangue» – scrive il 30 giugno – «l’Internazionale socialista può risorgere solo a patto di ritornare qual’era alle origini: anarchica e rivoluzionaria nel fine come nei mezzi».

Nonostante la censura filtrano notizie sugli orrori delle trincee e primi accenni sugli scandali nelle forniture militari (come già era avvenuto per le truppe italiane in Libia) con le scarpe di cartone. Di fronte allo scannatoio, agli schiavi che si ammazzano fra loro magari sperando che la vittoria dei loro padroni riservi loro qualche briciola in più, Luigi Fabbri scrive: «anche noi vogliamo la lotta, non importa se irta di sacrifici. Ma vogliamo la lotta di Spartaco e dei suoi seguaci contro il patriziato, non la lotta ignobile fra i gladiatori nel circo».

Ho iniziato il libro con relativa convinzione: avendo letto tanto (*) prima e dopo la realizzazione di «Ancora prigionieri della guerra» (**) credevo che sarebbe stato “un ripasso” di cose per me già note. Mi sbagliavo. Sia per l’aspetto politico che per quello più personale, questo libro è prezioso per capire meglio la tragedia del primo massacro mondiale e tutti i nodi intorno. Si legga per esempio un lungo appunto del 18 giugno: la guerra dell’Italia è cominciata da neanche un mese ma già Luigi Fabbri prevede lucidamente cosa accadrà alla fine di quella tragedia e conclude: «saprà allora il popolo pigliarsi la sua rivincita? Sarà possibile ciò, oppure anch’esso sarà stremato più ancora che non lo saranno i suoi oppressori?».

(*) qui in bottega si può vedere Mormorò il Piave: bugie lunghe 100 anni (1) e Mormorò il Piave: bugie lunghe 100 anni (2). Ma, fra i tanti post, consiglio anche «Terra Matta»: l’epopea di Vincenzo Rabito…

(**) Se non sapete cos’è «Ancora prigionieri della guerra» guardate in alto – più su, più su … ecco lì, sopra le tre scimmiette “partecipative” – e poi pigiate il ditino o ditone.

 

 

redazione bottega
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *