Le mani sulla donna

    «Contro la misoginia che ammorba il mondo islamico, primavere arabe comprese»: recensione a «Perché ci odiano» di Mona Eltahawy, lettura che assolutamente non può essere rinviata

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Potrei cominciare all’incirca come ho fatto, due giorni fa, nel recensire «Elogio della nudità» (*) di Anna Meldolesi: se amate i grovigli questo è un libro per voi; se avete invece la presunzione di tagliare i nodi con il sistema gordiano, vedrete che intorno alla «provocatoria chiamata alle armi per l’uguaglianza di genere nell’Islam» di Mona Eltahawy si aggirano questioni più complesse della (formuletta comoda ma fasulla) riduzione a “Occidente contro resto del mondo” che viene, in varie salse, raccontata e starnazzata. Dunque questi nodi non possono essere sciolti da spade simboliche e tanto meno da scimitarre o da guerre ingannevolmente definite umanitarie o “di civiltà”.

«Provocatoria chiamata alle armi per l’uguaglianza di genere nell’Islam» è il sottotitolo dell’edizione italiana, in realtà una frase di «Publishers Weekly». A me “chiamata alle armi” piace poco e mi pare più pertinente la dedica che l’autrice ha posto in apertura: «Alle ragazze del Medio Oriente e del Nord Africa: siate impudenti, ribelli e disobbedite, consapevoli di meritare la libertà». Il libro in questione è «Perché ci odiano» (216 pagine per 17,50 euri; traduzione di Alessandra Montrucchio) di Mona Eltahawy e lo ha pubblicato Einaudi a novembre. L’autrice è giornalista, fra l’altro editorialista del «New York Times», vive fra il Cairo e New York: i suoi genitori sono egiziani ma lei è cresciuta fra Inghilterra (dai 7 ai 15 anni) e Arabia Saudita, poi in Egitto e Usa.

E’ una lettura che non può essere rinviata. Credo che il modo migliore per spiegare le ragioni di questa urgenza sia lasciare la parola all’autrice. Ecco qualche frase-tassello ma l’intero puzzle sarà ovviamente chiaro quando lo avrete letto tutto.

Il femminismo – ma con questa espressione si intende a volte anche il semplice accettare che le donne abbiano i minimi diritti – sarebbe un modo di pensare “occidentale”: così si ripete a pappagallo ovunque con lievi sfumature (di astio o di giubilo). Ma fin dall’inizio di «Perché ci odiano» compaiono le femministe del mondo arabo, poi le interpretazioni dell’Islam diverse da quelle patriarcal-oppressive e infine l’idea che i diritti sono per tutte/i ovunque, dunque non possono dipendere da religioni/culture o dalla geografia. La prima di queste donne ribelli all’oppressione-odio, citate nel libro, è Alifa Rifaat, un’autrice egiziana. Poi l’autrice ci dirà di Huda Shaarawi («che si tolse pubblicamente il velo al Cairo nel 1923»), di Doria Shafik, di Nawal al-Sa’dawi, di Hala Shukrallah, delle più giovani bloggers egiziane, di Aliaa Elmahdy che postando la sua nudità sul blog «fu come se avesse lanciato una molotov dalle barricate del privato», dell’artista Nadine Hammam e della scrittrice marocchina Fatema Mernissi, che è l’unica un po’ conosciuta in Italia; anche «Oltre il velo» di Leila Ahmed fu tradotto, nel 1995, in italiano ma passò relativamente inosservato. Ma vengono citati anche alcuni uomini controcorrente come il poeta siriano Nizar Qabbani. E naturalmente si fanno paragoni con quanto avviene fuori dall’Islam, per esempio nelle parole di Lola Iturbe, «anarchica e resistente spagnola», che spiega come certi maschi siano moooooooolto rivoluzionari fuori casa ma assai reazionari fra le lenzuola.

Fin dalla seconda pagina Mona Eltahawy espone con chiarezza il contenuto del suo libro: «Impossibile indorare la pillola. Noi donne arabe viviamo in una cultura che ci è fondamentalmente ostile, imposta dal disprezzo maschile. Gli uomini ci odiano perché siamo libere, come recita lo stanco cliché americano post 11 settembre? No. Noi non siamo libere perché gli uomini ci odiano». E poco dopo: «Fatemi il nome di un Paese arabo e vi reciterò una litania di abusi commessi contro le donne di quel Paese in quel Paese, abusi alimentati da un cocktail velenoso di cultura e religione che in pochi sembrano disposti a non bere, nel timore di risultare offensivi e blasfemi». I dati purtroppo sono agghiaccianti e sarebbe bene memorizzarli, invece scivolano via… quando pure li conosciamo. Così ignoriamo o rimuoviamo alcuni eventi particolarmente agghiaccianti e simbolici: l’incendio del 2002 in Arabia Saudita con «la polizia della moralità» che impedisce agli uomini «compresi i pompieri» di aiutare le alunne a fuggire perché «non indossavano velo e ‘abaya»; la morte per stupro di una “moglie”che aveva 8 anni; «la ragazza dal reggiseno blu» che fu spogliata e presa a calci dai soldati, «icona dell’abuso di Stato» nell’Egitto post-primavera.

Quando ricorda che negli autobus sauditi ci sono pochi posti, in coda, riservati alle donne, Mona Eltahawy aggiunge: «Vi suona qualche campanello? “Segregazione” è l’unica definizione possibile». L’autrice va a vivere in Arabia Saudita – «un pianeta i cui abitanti desideravano che le donne non esistessero» – e diventa «femminista per trauma». Ma la sua storia personale è lunga e complessa, quanto emozionate da leggere; giusto che io questa parte non provi a riassumerla.

«Perché ci odiano», «Velo nero, bandiera bianca», «Le mani sulla donna», «Il dio della verginità», «Casa», «Strade del deserto» e «Parla per te» sono i titoli dei 7 capitoli – seguiti da un breve «Epilogo» – del libro. Al centro differenti questioni: dalla lotta delle saudite per poter guidare fino ai «matrimoni combinati»; dalla tragedia delle mutilazioni genitali femminili agli stupri seguiti dal «matrimonio riparatore» (**) … ma unico resta il filo patriarcal-oppressivo. Diverso è il quadro politico, legislativo, sociale e storico: in Yemen o in Sudan, in Arabia Saudita o in Tunisia, in Marocco o negli Emirati, in Egitto o Libia, in Mauritania o in Giordania, in Irak (dove il codice penale «condanna gli uxoricidi a tre anni di carcere al massimo»), in Siria o in Algeria (della quale qui poco si parla) con qualche accenno (la Malesia) all’Islam non arabo … ma di nuovo ciò che conta è quel filo nero dell’odio verso le donne. «Dobbiamo collegare tra loro la violenza domestica, lo stupro coniugale, le mutilazioni genitali femminili e la violenza sessuale nei luoghi pubblici e chiamarli in modo forte e chiaro con il loro nome: crimini contro le donne» così Mona Eltahawy nell’epilogo.

Qualcuno (per esempio Severo De Pignolis che vive sotto la mia ascella destra) potrebbe dire che in qualche punto «Perché ci odiano» sembra scritto in fretta – in effetti credo sia così – e/o non ha avuto un buon editing. L’unica risposta seria è «machissenefrega»: è un libro così importante che ogni difettuccio deve essere messo da parte per concentrarsi sul cuore del discorso che è politico e a un tempo personale in quei passaggi dove ci chiama – uomini e donne – in causa come parte del problema e/o della soluzione.

Non solo Arabia Saudita, da dove il libro parte. Anche in Egitto, dove l’autrice è nata, «il denominatore comune è l’oppressione delle donne», pur in vari contesti: «che le nostre politiche siano permeate di religione o di militarismo» o che comandi Mubarak, appoggiato da «5 amministrazioni americane a spese della libertà e dignità del popolo egiziano». E contro la libertà femminile si uniscono «la famiglia, la strada e lo Stato» come spiega un’attivista egiziana nel terzo capitolo.

Contraddizioni? Tante. Il “libero” Occidente è in eccellenti rapporti con la capitale mondiale dell’odio verso le donne, cioè l’Arabia Saudita. Grazie al «flusso di petroldollari» che sovvenziona, felicemente e ininterrottamente, i produttori di armi nei Paesi occidentali». Così ai sauditi si perdona tutto mentre nulla, per esempio, viene concesso al “nemico” Iran: ma sappiamo bene che se dopodomani gli Usa cambiassero alleati potrebbe succedere il contrario; i veri criteri di giudizio fissati a Washington non sono i diritti umani ma appunto armi e petroldollari.

Ecco l’autrice nel groviglio: «Quando scrivo o parlo in pubblico della diseguaglianza di genere in Medio Oriente o in Nord Africa, mi rendo conto di camminare in un campo minato. Da un lato c’è la destra occidentale, bigotta e razzista, che non vede l’ora di sentir criticare quella regione e l’Islam […] Vorrei ricordare a questi conservatori che nessun Paese è libero dalla misoginia e che i loro sforzi di fare marcia indietro sui diritti riproduttivi, così faticosamente guadagnati dalle donne, li rendono fratelli d’odio dei nostri islamisti». Ma anche la sinistra – che potremmo chiamare “differenzialista” aggiungo io – «a volte soffre di un razzismo implicito che la spinge a usurpare il mio diritto a stabilire che cosa posso o non posso dire». Avere presente il terribile adagio “ma è nella loro cultura”? Come se ogni cultura fosse un macigno, unico e immutabile. Mona Eltahawy non ha dubbi: «Quando gli occidentali restano in silenzio, in nome del “rispetto” delle culture straniere, dimostrano di appoggiare solo gli elementi più conservatori di quelle culture. Il relativismo culturale mi è nemico tanto quanto l’oppressione che combatto all’interno della mia cultura e della mia fede». Non è l’Occidente che deve salvare l’Islam: «è la nostra battaglia e dobbiamo vincerla noi. Imploro gli alleati dei Paesi mediorientali e nordafricani di dedicare più attenzione ai diritti delle donne e di evitare che il relativismo culturale giustifichi le orribili violazioni di quei diritti. C’è una bella differenza dal chiedere a chicchessia di “salvarci”».

Un nodo ben aggrovigliato che l’autrice ci invita a sciogliere: «Islamofobi e xenofobi» in Occidente e “guardiani” delle donne, seguaci del patriarcato nell’Islam politicamente sono diversi ma «dobbiamo affrontare gli uni e gli altri, non allearci con gli uni per combattere gli altri».

Quanto alla dialettica sul velo – e sulla legge francese che lo ha vietato nelle scuole – scrive Mona Eltahawy: «Ironia della sorte, i divieti al niqab potrebbero costringere ad affrontare quel discorso sul velo che troppe comunità musulmane non hanno il coraggio di intraprendere». In particolare: «che succede a chi è islamico e vive in Occidente? Che succede quando si è al contempo musulmani e occidentali? Queste identità sempre più visibili ci aiuteranno, spero, ad abbandonare i binari della dicotomia Islam-Occidente».

Non per caso Mona Eltahawy ringrazia, accanto alle femministe arabe e islamiche, anche quelle del Paese in cui vive, gli Stati Uniti: le afroamericane Audre Lorde (***) e bel hooks (è lei a firmarsi con le minuscole) e la chicana Gloria Anzaldùa, fra le altre: «donne non bianche» che «parlano ad alta voce di misoginia e rifiutano di farsi imbavagliare».

Ovviamente qui non c’è (non può esserci) tutto. E spetta a noi muoverci sul versante della “nostra” – intendo l’Occidente – misoginia, dei suoi nodi e delle sue radici. A esempio, quando il libro riporta le interpretazioni assai differenti date ad alcuni passi “misogini” del Corano, nella parte del mondo a maggioranza cristiana dovremmo seriamente fare i conti con il feroce antifemminismo della Bibbia e con la “comoda” rimozione/ignoranza al riguardo (****).

Nella mia mancanza di attenzione o forse pigra superficialità non avevo riflettuto su alcune contraddizioni che Mona Eltahawy porta in primo piano: perché se si è fedeli alla “tradizione” in Arabia Saudita non si amputano le mani ai ladri mentre si pretende che i diritti femminili siano vincolati ad “antichi” codici? Perché invece di cavillare sull’esatta interpretazione di un solo versetto non si prende a esempio Maometto «che non picchiò mai una donna»? E a proposito di quella parte dell’Islam che ritiene un diritto “il matrimonio” («o meglio lo stupro») delle bambine di 8 anni, perché si ricorda la giovane età – forse 9 anni, forse 19 – di Aisha, una delle mogli del profeta e non che la sua prima sposa era Khadija «una ricca divorziata che aveva 15 anni più di lui»? E quanto all’idea (peraltro resistente anche in Occidente) che i rapporti tra uomini e donne siano “affari privati”, domestici ecco come Eltahawy chiude il terzo capitolo: «Casa è dov’è il dolore e casa è dove dobbiamo cominciare a guarire».

Non credo che dimenticherò i numeri impressionanti citati in questo libro e le tragedie delle adolescenti Amina Filali e Amina Tamiri. O le testimonianze delle molte donne coraggiose che Mona Eltahawy ha raccolto. E neppure molti racconti e alcune immagini di questo libro: dalla «caramella scartata» al pendolo della storia; dai discorsi sui piccoli privilegi di classe e sul “maquillage” dei regimi oppressivi alla terribile immagine del poliziotto «a guardia della Ka’ba alla Mecca» che palpa una giovane donna; dalla discussione sulla «cultura della purezza» (e il voto di verginità) che torna anche negli Usa del nuovo fondamentalismo a quando la femminista tunisina Amira Yahyaoui, di fronte a un parlamentare salafita che l’accusa di esser nuda perché non porta il velo, inizia a spogliarsi… per fargli intendere cosa significhi davvero nudità; e ancora i versi – di Audre Lorde – «allattate a paura dalle madri» che aprono uno dei capitoli; dai messaggi terribili che l’autrice ha ricevuto al «test di verginità» che l’esercito egiziano impone alle donne fermate perché manifestano; da certi uomini che, quando in pubblico finalmente si parla di violenze sessuali cadono dal pero (“possibile accada questo?”) alle risposte delle donne («Ma dove eravate? chiedete a vostra moglie, a vostra madre, a vostra sorella, alle vostre amiche…»); dal culto dell’imene al «cosa fai per spingerlo a picchiarti?»; dal lavoro di «Kafa» in Libano – «è esattamente di iniziative simili che abbiamo bisogno se non vogliamo che le nostre leggi rimangano lettera morta» – alle mille contraddizioni delle leggi ispirate alla shari’a; dalle atlete (saudite e non solo) definite «puttane» perché fanno sport ai vergognosi silenzi di Yakin Erturk, «inviata speciale delle Nazioni Unite, o di John Kerry, «segretario di Stato americano», sulle violazioni dei diritti umani nei Paesi dei petroldollari . Così mi resteranno in mente lo scontro in tv di Mona Eltahawy con Tariq Ramadan (*****) e le tre paginette sulla discussione con gli studenti universitari (sì, «insegnare è un’alchimia» e davvero si può restare «a bocca aperta davanti ai risultati»). Oppure una semplicissima frase che mette il mondo sottosopra: se davvero per le donne è così pericoloso uscire perché non si impone il coprifuoco agli uomini?

Grazie dunque per questo libro e per le lotte che racconta, compresa quella più personale dell’autrice. Non è retorica, almeno per me, ribadire che ogni azione – individuale e politica – per riconoscere o allargare i diritti aiuta tutte/i nel cammino verso la libertà.

(*) è qui: Il nudo è tutto, meno che manicheo

(**) sarà bene non dimenticare che relativamente poco tempo fa accadeva anche in Italia: specie se il nome di Franca Viola non vi fa scattare un chiaro ricordo andate a leggere qui Scor-data:17 dicembre 1968 e qui Franca Viola, la storia, un appello

(***) Più volte in “bottega” si è parlato di Audre Lorde: qui, per esempio Scor-data: 18 febbraio 1934 .

(****) Stupitevi guardando qui: Cosa dice davvero il Corano? Se…

(****) In “bottega” – Siamo tutte/i composti di identità multiple – ho parlato di un bel libro in cui Tariq Ramadan dialoga con Edgar Morin: un Islam “europeo” aperto con il quale mi sembrava giusto fare i conti. Ma, secondo quanto racconta qui Mona Eltahawy, Ramadan “predica bene e razzola male” al punto da cercare di impedire a lei di prendere la parola in quel dibattito e di calunniarla. Ne prendo atto e siccome credo che le parole siano importanti ma i fatti pesino di più… modifico la mia precedente impressione abbastanza positiva.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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