Le molte americhe di Franco Minganti

db segnala (e raccomanda) «Cool, calm, collected Essays». A seguire «L’immaginario del jazz tra cinema, letteratura e poesia»

«Cool, calm, collected Essays» ovvero «Saggio di documentate passioni» (molto ben documentate in effetti e raccontate con gioia, maestria, capacità di scovare i collegamenti giusti) è uscito da poco per Bacchilega editore: 304 pagine – con molte davvero belllissime foto e immagini – per 25 euri. L’autore è Franco Minganti che qui in “bottega” abbiamo ospitato per una trentina di volte; anzi lo consideriamo un co-fondatore o almeno un “redattore” … se non fosse che è sempre a zonzo per il mondo e mica è facile mettergli il sale sulla coda.

Con esageraaaaaata gentilezza Minganti nel libro cita e loda «la bottega del barbieri» recuperando alcuni suoi scritti («scor-date» e non solo) qui apparsi. Non è per questo però che io consiglio a tutte/i questo libro. E lo stra-consiglio in particolare a chi ama il jazz ma più in generale a chi non si é mai bevuto la comoda barzelletta degli Stati Uniti come un monolite capitalista e imperialista quando invece è un Paese (un continente quasi) da sempre spaccato: l’Amerika con la kappa del Ku Klux Klan, la bandiera stelle/teschi (così la vide Mark Twain) e crudelmente ignorante da una parte contrapposta a un’altra America ribelle, egualitaria, solidale, culturalmente meticcia e avanzatissima.

Dunque fatevi un viaggio fra Pocohontas e Miles Davis, fra il dilagare dell’alcool e le storie di frontiera, fra Salinger e il fumetto, fra Joe Hill e il Mayflower, fra Dylan (ovviamente) e la persistenza di Woody Guthrie, fra i quattro di Greensboro e Richard Brautigan, fra la povertà e i film di Robert Altman, fra le Torri e le nuove cucine, fra Amiri Baraka e «La La Land»… e molto-molto altro che intanto potete scrutare nell’indice qui sotto.

La gentilezza di Franco mi consente anche di “incollarvi” qui sotto un brano del libro, il mio preferito fra i molti amati; praticamente tutti, tranne quei pochi scritti in inglese … lingua che non ho studiato.

A mia (maggior) vergogna devo dire che in passato ho trascurato di raccontare altri bei libri di Franco; come parziale espiazione qui sotto recupero due copertine.

L’immaginario del jazz tra cinema, letteratura e poesia (2010)

[con Alberto Rossatti e Carlo Atti]

[…]

Detto che cinema e jazz hanno percorso strade parallele negli Stati Uniti del XX secolo, occorre annotare che il nero fa la sua apparizione sugli schermi del cinema come performer, condizionato dai modi stereotipati della propria messa in scena, di fatto già popolare, in letteratura, nella minstrelsy e nel vaudeville. All’inizio sono prevalentemente attori bianchi col volto annerito dal nerofumo, dopo di che seguiranno i grotteschi, paradossali blacks in blackface, attori neri truccati da neri, ovvero conciati per assomigliare a quelli bianchi che si fingono neri.

È il profondo sud agrario a fornire gli stereotipi della cangiante Black Image per il nuovo pubblico urbano del cinematografo: il cinema mette in scena unicamente ballerini disarticolati, suonatori improbabili, avidi divoratori di angurie, infaticabili ladri di polli, irrecuperabili giocatori di dadi. La fisicità dei neri, incrociata dallo sguardo esotizzante del bianco, si trasforma nella fonte primaria di energia che innerva la realtà del film, il suo realismo, al punto che i neri arrivano a simboleggiare, da subito, la quintessenza del movimento iconico.

L’arrivo del sonoro offre nuovi spazi di messa in immagine del nero e della sua musica e il jazz con il suo dinamismo innerverà da subito l’immagine in movimento. Hollywood ha contribuito a ridurre la vicenda culturale dei neri alla caricatura o allo stereotipo razziale; un immaginario ben presto allargato alla rappresentazione della musica e dei musicisti neri.

Performance musicale e movimenti del corpo vengono incongruamente assimilati a un fatto “naturale” e non mi viene in mente nulla di più esplicito e sintomatico della sequenza di Hellzapoppin (H.C. Potter, 1941) in cui inservienti e facchini, domestiche e cuochi, cameriere e camerieri, tutti neri, improvvisano un frenetico happening a base di jazz’n’jive: energia pura e puro divertimento.

Hellzapoppin (1941)

La rappresentazione è senza dubbio cartoonistica. Certo, gli anni trenta fanno proliferare un immaginario cinematografico del nero fatto di primitivismo (tribalismo africano), ritmi e corpi fuori controllo, jungle style. Non è necessario mettere in fila una filmografia ad hoc, tanto spesso abbiamo consumato immagini del genere. Da un lato è l’Africa di neri sempre sorridenti e infantili, magari un po’ cannibali con gli ossicini al naso, assorti e allegramente salivanti davanti al paiolone con dentro esploratori e belle esploratrici…

Jungle Jitters (1938)

…mentre dall’altro è l’America di neri pigri, divoratori di cocomeri con un penchant per il jazz:

Scrub Me Mama with a Boogie Beat (1941)

 

Shorts musicali e cartoons coniugano il ritmo impossibile della musica e la sfrenatezza delle danze, là dove l’aspetto caricaturale è più evidente nei cartoni animati, più facilmente versati alla costruzione di una messa in scena surreale e freewheeling. I cartoni con colonna sonora jazz si moltiplicano per tutti gli anni trenta, ambientati tra l’Africa e il Mississippi, con performers neri trasformati in animali, lapalissiano stereotipo razzista della degradazione. Ecco, ad esempio, i ranocchi di The Old Mill Pond (1936):

The Old Mill Pond (1936)

Avrete probabilmente riconosciuto Cab Calloway, un artista molto amato dal pubblico nero, ma criticato da molti afroamericani convinti che le sue performance si avvicinino pericolosamente ai soliti stereotipi.

Cab Calloway Minnie the Moocher (1932)

Non a caso, attraverso la tecnica del Rotoscope, una specie di ricalco sul filmato di un’azione reale, lo Studio Fleischer aveva animato la sua tipica andatura, il “Calloway strut“, in diversi episodi della serie dedicata a Betty Boop.

Cab Calloway & Betty Boop

St. James Infirmary (1933)

Va detto, a margine, che contro la semplificazione cartoonistica – che pure pare mantenere almeno il profilo strutturale di uno dei dati essenziali del jazz, la sua straordinaria energia poliritmica – si muovono comunque altri artisti, ad esempio Duke Ellington, protagonista con la propria musica e la propria, riconosciuta dignità, di molte pellicole a partire dalla fine degli anni venti.

La ricerca di un ritmo e di uno stile visivo che si avvicini al jazz, fin quasi ad avvolgerlo, è nelle corde del jazz film, con esiti a volte davvero interessanti, come nel caso di Jammin’ the Blues (1944) di Gjon Mili. Già fotografo di Life che con le sue immagini aveva contribuito a proiettare un’aura di artisticità intorno al jazz e ai suoi interpreti, ora, nei dieci minuti del suo film, presenta sobriamente i musicisti davanti a uno sfondo bianco, senza scenografia, offrendo abbastanza presto un’analogia visibile all’idea, che si stava affacciando, che il jazz fosse un’arte del tutto autonoma.

Jammin’ the Blues (1944)

Fino a quel momento il cinema aveva ripreso il jazz in prevalenza frontalmente, quasi fosse suonato a teatro, con poche variazioni nel taglio delle inquadrature, tutt’al più con una dinamica di alternanza tra insieme, solisti e leader. Ora, in Jammin’ the Blues i musicisti sembrano raccolti intorno a se stessi, intorno a un focus che è la musica stessa, sottolineata dalla rete di sguardi, tra un jazzista e l’altro, che tesse la dinamica e i rapporti tra musicisti e strumenti, implicando con forza la sua natura relazionale e la sua struttura dialettica, ennesima traccia del call and response e del signifyin(g) della Black Music. Il gruppo pare suonare innanzitutto per il proprio piacere, concentrato sull’ascolto reciproco, raccolto su se stesso e la propria arte, e non rivolto al pubblico dall’altra parte dello schermo – ovvero, non precisamente al proprio posto, a disposizione dello sguardo “razziale” che tollera l’entertainer nero al centro della scena, ma ad uso e consumo dello spettatore bianco.

La mdp si insinua tra gli strumenti, trovando nuovi spazi dentro il suono: è come se fosse stata scoperta la terza dimensione e la realtà volumetrica del jazz si fosse fatta tangibile, al punto da far mutare la dinamica stessa della musica: “this is a jam session!” ci aveva avvertito in apertura una voce fuori campo, tra volute di fumo e il controluce del più famoso porkpie hat della storia del jazz. Per la gioia dell’appassionato-voyeur, musicisti e strumenti possono essere letteralmente avvolti da sguardi ravvicinati: la produzione del suono avviene in primissimo piano e il corpo-strumento domina il centro, con le posture e le diteggiature.

Di più: i profili della tromba, del contrabbasso o del sassofono suonato di traverso da Lester Young, magistralmente disegnati dall’occhio fotografico di Gjon Mili in Jammin’ the Blues, sono l’estetizzazione spinta di elementi iconografici del recente passato, le ombre di musicisti e ballerini, le sagome di esotiche palme, le rutilanti insegne al neon della Harlem notturna. Probabili residui cartoonistici dalle intenzioni caricaturali, sono tuttavia anche le silhouettes, le “three or four shades of black” in stile art deco ispirate da quel grande artista della Harlem Renaissance che è Aaron Douglas, che si ritrovano in tanto jazz cinema degli inizi.

[…]

 

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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