Le nuvolette dell’omonim(i)o…

una recensione a «Maestri del fumetto» di Daniele Barbieri (che però non sono io)

Gran libro questo del mio omonimo bolognese, semiologo e simpatico. Mi dispiace davvero non poterlo recensire altrove (ve lo immaginate su una rivista pretesa seria Daniele Barbieri che recensisce Daniele Barbieri?). Mi rifarò qui e visto che oggi è il 7 gennaio vi ricorderò che in questo giorno (ma del 1929) «è Hal Foster a firmare come disegnatore la prima incarnazione della striscia di Tarzan» nientemeno che «inaugurando con essa la storia del fumetto d’avventura e impostando la sua vocazione all’esotismo e al fantastico».

Sto citando da «Maestri del fumetto», uscito in giugno dall’editore Tunuè (264 pagine, con molte illustrazioni, per 14,90 euri). Il sottotitolo spiega «Quarantuno grandi autori fra serialità e grapich novel». E qui si fa vivo Severo De Pignolis, il tipo che dormicchia sotto la mia ascella, per petulare: «questo tuo omonimo non sa contare: infatti gli autori sono 58». In effetti se si contano per due le “coppie” ha ragione Severo ma i “doppi” hanno una loro natura “singola”? Che so Jekill e Hyde, Stanlio e Ollio, i da me poco amati Fruttero&Lucentini sono uno o bino? Nella mia esperienza quando ero Erremme Dibbì (cioè scrivevo con Riccardo Mancini) nessuno dei due era se stesso ma entrambi insieme… un terzo. Quanto a Jean Giraud e Moebius sono da considerare uno, due o centomila? Misteri. In ogni caso visto che anche io e quest’altro Daniele Barbieri siamo dalle parti del “doppio” a me va bene pure che 41 e 17 pari siano. «Fosse pure» – dico a Severo – «sarebbe l’unico errore in tutto il libro, ti par bello partire così, con un attacco all’omonim(i)o, invece di lodare questa eccellente sintesi?». Sopracciglio alzato Severo ammette, però ammonisce: «chiarisci subito il contesto».

Già il contesto. Non è che i 41 (anzi 58) sono «er mejo» del fumetto. Anzi il mio doppio chiarisce nell’introduzione che mancano alcuni dei maestri più vecchi e dei più giovani oltre che le donne e un paio pure per «questioni di copyright». C’è sì molto del “meglio”ma i 41/58 sono la scelta della Magic Press per una collana che, nel 2009, andò in edicola con «Il Sole-24 ore» e il pessimo (questo lo dico io) «Panorama». Che poi Max Bunker e Giancarlo Berardi compaiono due volte e dunque bisognerebbe farebbe 58 meno 2… D’accordo, lasciamo perdere i conteggi. A ogni volume il Daniele Barbieri che non sono io, cioè idbcnsi, fece una introduzione. Fu proprio una bella serie: posso confermarlo anche perché… allora ricevetti tantissimi complimenti del tutto immeritati che ovviamente ho re-inviato all’omonim(i)o. Ecco dunque spiegati i 41 volumi che poi erano due in meno perché quelli su Guido Crepax e su Dave McKean-Neil Gaiman non uscirono, «qualcosa è andato storto all’ultimo» cioè a introduzione già scritta. Ora idbcnsi (il Daniele Barbieri che non sono io) recupera questi testi, li amplia e collega, corregge «qualche imperfezione», elimina le ripetizioni e i rimandi troppo espliciti a quella particolare storia ma chiarisce pure che, se fosse dipeso da lui, ci sarebbe stato … dell’altro (certamente Hector Oesterheld, per dirne uno solo, e la Claire Bretecher o Marjane Satrapi per ricordare almeno due maestre). Aggiungo io che forse gli italiani sono troppi rispetto al panorama mondiale e che l’esclusione dei giapponesi si spiega solo con questioni di copyright.

La bella copertina (di Rita Pagano e Valentina Patruno) immagina 12 di questi autori messi a francobolli. Adesso aprite il volume e guardate l’indice: idbcnsi ha diviso i 41/57 in 4 mega-aree: statunitensi e britannici; francesi e belgi; argentini e spagnoli; italiani.

Essendo che idbcsi (il Daniele Barbieri che sono io) in questo campo non ha la competenza dell’altro (idbcnsi) certo non potrebbe entrare nel merito. Così idbcsi ha deciso di sintetizzare ogni capitolo con una frase rubata a idbcnsi. Ed eccole in ordine di apparizione.

Will Eisner. «Spirito umoristico caustico, capace di passare dalla leggera ironia al sarcasmo pesante; una straordinaria capacità narrativa e soprattutto […] storie avvicenti».

Joe Kubert. «Tarzan rappresenta l’anello perduto fra l’uomo civilizzato e la natura selvaggia […] Colpisce così profondamente l’immaginario occidentale da renderlo protagonista di un nuovo genere […] la striscia quotidiana d’avventura».

Harvey Kurtzman e Will Elder. «Mad era un collage di spazzatura urbana che diceva: “attenzione, i massmedia vi ingannano… tutti, anche questo giornalino. […] Kurtzman chiama a suo fianco il fantasmagorico Elder, capace di aggiungere dettagli umoristici alla sua già vulcanica creatività».

Robert Crumb. «Inizia con Fritz the Cat […] Nel ’68 dà vita a Zap Comix. La rivista porta in copertina un avvertimento esplicito. “Solo per adulti intellettuali”. Si tratta ovviamente di una provocazione».

Gilbert Shelton. «Siamo già nel ’68 e The Fabulous Furry Freak Brothers (i Favolosi villosi fratelli fuori di testa, si potrebbe tradurre) […] eccessi e miserie dei tre, peraltro simpaticissimi e umanissimi, personaggi».

Mike Mignola. «Vocazione e predilezione per il mistery […] Un senso dominante di notte e ombra, di profondità temporali non meno che spaziali; un senso di deformità del mondo, di pericolo onnipresente».

Frank Miller. «Negli episodi di Sin City […] estremi cromatici così netti e puri che sembra quasi il colore ci sia […] Nel mondo di Sin City la polizia non è che una gang fra le altre, solo più potente e ammanicata».

Bryan Talbot. «Fin troppo facile cadere nell’eccesso e nella retorica onnipresente dei buoni sentimenti e del rispetto. Sempre facile scambiare moralità e moralismo per credere che una qualsiasi storia di condanna possa essere una buona storia».

Neil Gaiman e Dave McKean. «E’ possibile fare del sarcasmo sul superomismo senza affatto distruggerlo».

Seconda sezione

Morris e René Goscinny. «Sono 4 fratelli, criminali spietati e al tempo stesso di una stupidità senza limiti […] Cattivi, stupidi, iracondi, sono l’opposto perfetto del loro antagonista Lucky Luke […] con le pistole più veloce della sua ombra».

Jean-Michel Charlier e Jean Giraud. «Blueberry sembra appartenere semmai al romanzo picaresco con la sua incapacità di star fermo, la sua noncuranza delle regole e delle convenzioni».

Moebius. «E se anche questo non ci autorizza a celebrare Moebius come il migliore autore di fumetti di tutti i tempi, è tuttavia sufficiente per considerarlo come il singolo autore più influente di tutta la storia del fumetto».

Enki Bilal. «Costruisce con maestria un mondo concreto, tridimensionale, crudo e quasi puzzolente. […] In questo mondo congelato in cui nulla è davvero positivo, l’ambiguità è quanto di più positivo ci resta».

Jean Van Hamme e Philippe Francq. «Non è facile fare di una materia così astratta e astrusa [la finanza] il motore narrativo di una serie fortemente coinvolgente, mescolandola con abilità alle vicende più rocambolesche».

Alejandro Jodorowskky e Francois Boucq. «C’è molto poco di normale […] Per certi versi Bouncer è una sorta di feuilleton o di Gran Guignol in cui i contrasti sono sempre estremi, il sangue tanto, le soluzioni dolorose».

Terza sezione

Alberto Breccia. «Puro dramma, un concentrato di angosce visive ottenuto attraverso un mix di tecniche dal tradizionale pennino al pennello a secco, alla biacca, alla macchia nera grattata con la lametta, al collage».

Enrique Breccia e Carlos Trillo. «E’ in qualche modo il simbolo della nuova America, nato da un europeo e da una donna inca, indipendente e avventuroso, amico dei nativi ma ben radicato nella cultura degli invasori».

Jordi Bernet ed Enrique Sanchez Abulì. «Viene spesso definita grottesco […] non si può capire cosa c’entrino le grotte sinché non si sa che grottesche venivano chiamate le figure, spaventose e insieme ridicole, che decoravano le finte grotte dei giardini del Rinascimento».

Robin Wood e Domingo Mandrafina. «La dura (ma promettente) vita di Giovanni Savarese è la vita degli emigranti italiani che in Argentina si sono fatti strada».

Juan Gimenez. «In quegli anni la fantascienza è il genere vincente, quello che traina gli altri, che fa tendenza».

E infine gli amatissimi (da me medesimo, idbcsi) Josè Munoz e Carlos Sampayo. «L’ uscita di Alack Sinner sulla rivista Alterlinus costituisce un evento cruciale per la storia del fumetto italiano». Aggiungo che la tavola a pagina 134 è probabilmente quella che ha più mosso il mio cuoricino.

Ultima sezione.

Hugo Pratt. «A distanza di 40 anni non è cambiata l’emozione in cui il lettore viene gettato sin dalle prime pagine».

Dino Battaglia. «Senza fotografia, senza musica, senza movimento, il fumetto riesce a fare quanto e più del cinema».

Bonvi. «L’umorismo di Bonvi è mordace perché è nero […] Per l’Italia questa volta l’invenzione di Bonvi appare davvero troppo amara, troppo cruda. Viene pubblicata in Francia l’anno dopo».

Max Bunker e Paolo Pifferaio. «Fin dalla prima pagina ci viene presentata un’aristocrazia francese incapace e intrigante, ferocemente attaccata ai propri privilegi e amante di una vita dissoluta».

Magnus e Max Bunker. «Una serie di spionaggio e agenti segreti che ha per protagonista il gruppo più scalcinato di ingenui e incapaci che si possa immaginare».

Guido Buzzelli. « Nessun disegnatore come Buzzelli sa disegnare il male […] Non il grande male delle sciagure e delle stragi ma il piccolo e pervasivo male della meschinità, della stupidità, della deformità mentale, dell’impossibilità».

Attilio Micheluzzi. «E’ come se i personaggi ci potessero ricordare che essi sono fatti, non diversamente ma ancora più di noi, della stessa materia di cui sono fatti i sogni» (se non l’avete riconosciuta è la frase finale del film «Il mistero del falco» di John Huston).

Sergio Toppi. «La grande libertà compositiva […] Toppi sostituisce una progettazione globale della pagina in cui il percorso del racconto viene suggerito dalla stessa organizzazione grafico-narrativa».

Gianni De Luca. «Ecco dunque la sua invenzione: a ogni scena corrisponde una pagina o una doppia pagina unitaria […] La proposta è moltiplicare le rappresentazioni di ciascun personaggio».

Guido Crepax. «E’ il primo autore italiano a pensare il fumetto come qualcosa che non debba necessariamente rivolgersi a bambini o adolescenti».

Alfredo Castelli e Ferdinando Tacconi. «Pure loro superuomini d’appendice […] però quella che esprimono è la superiorità dell’intelligenza […] di chi sa risolvere una situazione intricata non con i pugni ma con una soluzione imprevedibile e geniale».

Claudio Nizzi e Rodolfo Torti. «Nulla è davvero troppo serio, tutto è occasione per una risata leggera».

Tiziano Sclavi e Giorgio Cavazzano. «Nel ’75 non sono che due giovinotti di belle speranze, dovremmo dire delle promesse».

Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo. «Usare il mito per parlare di noi ma senza fargli perdere con questo le sue caratteristiche di mito». Aggiungo che per me la serie di «Ken Parker» resta ineguagliata.

Giancarlo Berardi e Giorgio Trevisan. «La versione a fumetti di alcuni dei racconti di Conan Doyle centrati su Sherlock Holmes coglie nel segno per più ragioni».

Vittorio Giardino. «E’ davvero grande lo sforzo di progettazione necessario per tenere insieme una vicenda così intricata».

Massimo Mattioli. «Di nessun autore come Mattioli si può dire veramente che l’esperienza inganna»

Carlo Ambrosini. «Ha un segno complesso e insieme dinamico, fitto di ombreggiature e particolarmente espressivo nei volti […] Vi sono aspetti del mondo che sfuggono alla spiegazione».

Lorenzo Mattotti. «E’ oggi, secondo pareri pressoché unanimi della critica internazionale, il maggiore autore italiano vivente di fumetti ed è anche uno degli illustratori più quotati nel mondo».

Andrea Pazienza, «pratikamente una rockstar». «Ci ha fatto ridere amaramente, ma a crepapelle, di noi stessi compresi i nostri desideri d’evasione, di fuga, d’avventura e di fantastico, desideri che erano al tempo stesso anche i suoi».

In chiusura di libro trovate «Suggerimenti di lettura»: 5 (al massimo) per ognuno degli autori. Ma un altro suggerimento lo aggiunge idbcsi: coniugate questo volume con «Breve storia della letteratura a fumetti» (Carocci, 2008) di idbcnsi. Il discorso sarà più completo e affascinante.

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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