Le parole possono?

Una recensione – in ritardo ma in tempo per le nuove udienze del processo (la prossima è il 21 settembre) – a «La parola contraria» di Erri De Luca (*)

LaParolaContraria-ErriDeLuca

«Le parole possono solo questo, anche quando incitano a più impetuosi impegni: Aux armes les citoyens è istigazione presente nella “Marsigliese”, inno nazionale francese, il più bello che conosco, incita alla guerra civile, a prendere le armi contro il tiranno. Fa da colonna sonora sottintesa di ogni insurrezione. Claude Joseph Rouget de Lisle, autore del testo, aspetta da un paio di secoli denuncia per istigazione». Così scrive Erri De Luca in «La parola contraria» (Feltrinelli, gennaio 2015: 64 pagine per 4 euri) con in copertina una scultura di Lois Anvidalfarei.

Se non conoscete i contorni della vicenda kafkiana che ha portato De Luca in tribunale (ma lui spiega: «Sul banco degli imputati mi piazzano da solo, ma solo lì potranno. Nell’aula e fuori isolata è l’accusa») potete vedere vari post qui in “bottega” e in particolare xxx Erri De Luca, il rinvio a giudizio e le spine e Io sto con Erri De Luca.

Val di Susa dunque che «si batte contro il disastro ambientale per scongiurarlo, per non doverlo piangere dopo. Si tratta della più intensa e durevole lotta di prevenzione popolare». Prevenzione. Contro la Tav che sta – a me sembra per “truffe ad alta voracità” e/o “truppe appaltatrici violenza”.

Nel libretto si parla di molto altro: De Luca paragona la resistenza civile in Val Susa (zona piena di amianto, sia detto per inciso) con la comunità che a Lampedusa «ha saputo reagire alla degradazione imposta da leggi criminali» e accoglie i migranti: «dare cibo, acqua, vestiti, alloggio, premura per gli ammalati, i prigionieri, i morti: le 7 opere di misericordia sono state compiute da loro che vivono sul mare e usano leggi opposte. Non sono LampeduSanti ma semplicemente LampeduSani».

Non vi fate sfuggire (pag 31 e segg) l’iter della legge 12 novembre 2011; ma anche l’interessante notiziola che la Lft, «ditta costruttrice della Tav», paga «premurosamente» l’alloggio «a 400 (quattrocento) membri delle forze dell’ordine»; ordine pubblico contro disordine privato o più probabilmente il contrario.

Il ragionare di De Luca sulla storia mostra come «la fisarmonica dei diritti a volte si stringe fino a restare senza fiato«»

Pentito? Dubbioso? Mcchè. «Proseguirò la mia opposizione dietro il muro prescritto dalla sentenza. Il mio corpo è d’accordo con me, come succede quando scalo una parete». La responsabilità degli intellettuali? «Questa incriminazione è il mio primo premio letterario italiano» e ancora: «vengo dal campo scuola del ‘900 dove gli scrittori, i poeti hanno pagato il più amaro prezzo per le loro parole». Moderne eresie per modernissimi roghi.

A chi ama il cinema (ma per tutte/i) De Luca consiglia (e io mi associo) di rivedere un film del 1953, «Le salair de la peur» – in italiano «Vite vendute» di Henri-Georges Clouzot; con uno straordinario Yves Montand aggiungo io.

In più occasioni Erri De Luca ha ricordato che «sabotare significa anche non obbedire a un ordine. Smettere di lavorare per qualche minuto. Omettere un’operazione durante una costruzione, a esempio nella catena di montaggio, rendendo il prodotto inutilizzabile ma senza danneggiare i macchinari della fabbrica. Oppure si possono rovesciare le gerarchie: quando quel giovanotto del Nuovo Testamento si mette a dire “beati gli ultimi” sta rovesciando le gerarchie. Sta dicendo che dall’altra parte quelli che sono gli ultimi saranno i primi, mentre coloro che hanno questo primato provvisorio del gradino più alto si ritroveranno in fondo alla classifica. Sabotare è un verbo che non va necessariamente accostato alla violenza, si può commettere un sabotaggio anche senza recare danni a cose e persone».

(*) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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