Le sensazioni del cittadino Zeta

di Pabuda

Il cittadino Zeta abita al Casoretto, un quartiere del nord-est urbano di Milano. Un tempo c’era il Leoncavallo, il centro sociale: quand’era casinista e battagliero e non assoldava buttafuori prezzolati maneschi come una discoteca qualsiasi. C’aveva i suoi propri compagni autoctoni maneschi autoprodotti (e molto economici) per “isolare politicamente” cacciare i sospetti spacciatori. Negli anni Settanta il Casoretto era anche la base della “banda Bellini”. Il cittadino Zeta ne sentì parlare appena arrivato a Milano: le scorrerie erano terminate da un pezzo ma il sindacalista Sergio ne raccontava sempre, con un po’ di nostalgia e con le solite esagerazioni mitologiche. Poi lesse anche il romanzo di Philopat, mettendone da parte le romanticherie, come si fa col grasso in eccesso dal prosciutto, e utilizzandolo quasi come una guida stradale per conoscere la città, o come un atlante storico.

Al Casoretto c’è via Mancinelli, su un lato di quel quadrilatero storto del fu Leo, dove assassinarono Fausto e Iaio. Da quando il cittadino Zeta sbarcò a Milano, il centro sociale fu significativamente rimpiazzato da una banca, un vivaio con annessa erboristeria e un ristorante fighetto caro come l’oro. Oggi il quartiere è un posto tranquillo, abitato soprattutto da anziani, che si anima un po’ solo il giovedì mattina, quando c’è il mercato in via Ampere. Il cittadino Zeta compra il buon pane e la cattiva focaccia troppo lievitata alla panetteria sull’angolo di Piazza Durante. È lì che ha conosciuto il signor Elvezio. Poi, da cosa nasce cosa, un’idea tira l’altra. Ma questa è un’altra storia: ancora da scrivere.

Qualche mese fa, il cittadino Zeta nota dei manifestini appiccicati qua e là. In particolare, ne vede tanti, troppi sui vetri della vecchia, ormai inutilizzata, cabina telefonica di Piazza San Materno, collocata in posizione equidistante fra il più disordinato e polveroso negozio di colori e vernici che si sia mai visto sulla faccia della terra e il pizzaiolo turco apprezzato per il discreto kebab e per dei falafel ottomani di laboriosissima digestione. Si incuriosisce: i manifestini pubblicizzano la nascita di un comitato di cittadini denominato “ViviCasoretto”. Sui manifestini sono riportate un paio di frasi abbastanza generiche: “qualità della vita nel quartiere” e “lotta al degrado”.

Per farla breve: il cittadino Zeta chiama al cellulare indicato su quei foglietti fotocopiati e manda un email all’indirizzo del comitato, chiedendo informazioni.

Al telefono gli risponde un tale dall’accento inconfondibilmente lombardo che, con orgoglio, riferisce: “Ueh… abbiam fatto un gazebo per il problema della macelleria islamica di via Casoretto: due giorni dopo la polizia municipale ha fatto il blitz nel negozio”. Come d’incanto, al cittadino Zeta girano le palle: borbotta qualcosa per comunicare la sua disapprovazione e riattacca. Quindi, dimentica rapidamente l’intera faccenda. Dopo qualche settimana però riceve una email che lo avvisa di una riunione del comitato ViviCasoretto. Il cittadino Zeta memorizza il messaggio elettronico ed è quindi in grado di riferirlo riga per riga: “Buongiorno. Come coordinatrice dei comitati cittadini per conto dell’assessore, volevo comunicare che il giorno venerdì 3 aprile alle ore 20.30 il comitato in oggetto ha organizzato una riunione per fare il punto della situazione. Se vuole partecipare la riunione si terrà presso il Centro Identitario, in via Bassano del Grappa 32. firmato: Tal dei Tali – segreteria particolare assessore Grande e Grosso – territorio e urbanistica – Regione Lombardia; telefono …”.

Il nostro Zeta vuol saperne di più: non è difficile: gli basta visitare il sito dell’assessore: tutto un inno verde alla “devolution/revolution”, all’ordine, agli sgomberi dei campi rom e dei centri sociali di merda.

Il cittadino Zeta non si scoraggia: è un ficcanaso democratico: la curiosità lo spinge ad andare alla riunione.

Il Centro Identitario è un locale dimesso, protetto da un robusto cancello e da numerose telecamere. Appena entrati, si è colpiti da un immagine lugubre: sulla parete opposta all’ingresso campeggia una grossa ascia bipenne in metallo finto-antico. Il cittadino Zeta non sa dire se gli ricorda di più il simbolo della disciolta organizzazione neofascista Ordine Nuovo o l’arredamento pseudo-medievale dei negozi di Grazzano Visconti. Su un’altra parete sono riportati slogan e immagini che ricordano il Sacro Fiume Po.

Finalmente, si entra nella stanzetta della riunione. Il “comitato” è sparuto: c’è il Presidente (la cui voce ricorda quella lombardissima che rispose al primo contatto telefonico), c’è la segretaria dell’assessore, truccatissima e carica di bigiotteria, che se facesse un bagno nel Naviglio Martesana colerebbe a picco in un battibaleno, c’è un anziano signore con giacca, panciotto floreale con cipolla e catena silmil-oro ficcato in un taschino (sembra simpatico, soprattutto per i baffoni sproporzionati, e un po’ svitato: abita in qualche altra zona e, a suo dire, passa ore e ore del giorno e della notte a “monitorare” i movimenti sospetti individuabili sotto il suo balcone), c’è un ragazzetto nervosissimo tutto appuntito (naso pinocchiesco, capelli biondastri stile istrice nibelunga, sguardo aguzzo e sospettoso) e ci sono altre due o tre persone meno appariscenti. Nelle chiacchiere di presentazione tutti fanno riferimento alla Lega Nord e all’assessore già citato, a parte uno che viene presentato un po’ ruvidamente: “Lui è quello di Forza Italia”. La discussione non è molto interessante: il cittadino Zeta non capisce gli astiosi riferimenti ad altri leghisti nominati come fossero traditori o avversari, né il livore contro il prete della chiesa di Casoretto.

I piani di lavoro sono ridotti all’osso: qualche altra iniziativa contro la macelleria islamica (fra l’altro, ci si augura un provvidenziale incendio), la presa di contatti con l’associazione dei commercianti e magari una petizione per spostare da via Ampere il mercato di strada del giovedì. Il cittadino Zeta prova a chiedere spiegazioni riguardo a questi obiettivi. Ma nessuno se lo fila: son tutti presi a vantare (millantando?) ottime entrature con questo o quel graduato di una mezza dozzina di corpi di polizia o similari; il più sfortunato conosce solo qualcuno coi gradi nei vigili del fuoco. Ridono tutti: “potrà servire per rallentare l’intervento se la macelleria dei musulmani va in fiamme” dice qualcuno con tono divertitissimo.

Il cittadino Zeta è sulle spine. Oltretutto, nessuno ha messo in atto qualche strategia di reclutamento nei suoi confronti. Così, sfoglia una rivistina che trova buttata su un tavolo: “Idee per l’Europa dei popoli”. Non c’è molto da leggere. Il trimestrale è “espressione dell’Associazione Federalista per l’Europa dei popoli” presieduta da Mario Borghezio. L’onorevole firma il secondo editoriale intitolato “Dal Kosovo alla Padania per la causa dei popoli”. Il cittadino Zeta si tocca facendo gli scongiuri ma legge, tra l’altro: “la difesa della nostra cultura identitaria è (…) indissolubilmente legata alla difesa della nostra identità biologica ed etnica. (…) è assolutamente necessaria una lucida consapevolezza del rischio mortale che rappresentano, per il futuro della nostra civiltà, l’africanizzazione e l’islamizzazione dell’Europa.”.

Lo sguardo corre alla (s)consolante conclusione dell’articoletto borgheziano: “la minaccia di sparizione può produrre proprio quella salutare reazione identitaria che noi preconizziamo…”.

Quando torna a casa, il cittadino Zeta è nervoso, non è neanche sicuro se andar subito a letto: le sensazioni sono contrastanti, seppure tutte sgradevoli. Pensa alla combriccola riunita al centro identitario e si chiede: “ma son queste le ronde di cui tanto si parla?” e quasi gli scappa da ridere.

Fatto sta: fra una cosa e l’altra, il cittadino Zeta non riesce a prendere sono. Si gira nel letto, tira le lenzuola, accomoda le coperte dopo averle stropicciate tutte, prova a trovare il verso più fresco del cuscino, rigirandolo più volte. Sinché, accende l’abat-jour e perlustra la piccola catasta di libri accumulatasi sul comodino pencolante. Trova il volumetto di William S. Allen “Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930- 1935”, letto qualche settimana prima. Un brivido gli corre lungo la schiena.

 

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