Le tante Italie narrate: una lettura contropelo

Recensione-riflessione attorno a «L’infinito sotto casa» («Letteratura e transculturalità nell’Italia contemporanea») di Nora Moll

LettMigrante

«Quante volte ho pianto perché possiedo poche parole, poche frasi». Potrebbe essere il tormento di una persona migrata in Italia. Ma è invece/anche la citazione presa da un lungo racconto dove una giovane istriana racconta il suo percorso di vita nel ‘900 dei nazionalismi e delle guerre – attraverso la penna di Nelida Milani in «Una valigia di cartone» – mettendo a nudo il suo continuo «sfasamento di mondi linguistici e ideologici» come ben spiega Nora Moll.

Incontriamo il dramma istro-dalmata e il «fare letterario», essenziale anche al recupero della memoria e alla rielaborazione di una «fragile sostanza identitaria» nel primo capitolo di un caleidoscopico, approfondito ma anche frizzante saggio di Nora Moll: «L’infinito sotto casa» – appena pubblicato da Patron editore: 226 pagine per 20 euri – con il sottotitolo «Letteratura e transculturalità nell’Italia contemporanea». Il primo capitolo scava nelle terre di confine “nostre” (cioè italiane almeno in parte, magari per volontà di regime) fra gli elementi «interculturali e transnazionali» della letteratura italiana novecentesca. Nora Moll è brava a disegnare una sintesi: l’orrido (politicamente) Filippo Tommaso Marinetti, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Giorgio Pressburger, Luigi Meneghello, Fausta Cialente, Gerhard Kofler, Carmine Abate, Fulvio Tomizza, Giacomo Scotti…

La tappa successiva, cioè il secondo capitolo del libro di Moll, è «Viaggi, migrazione e letteratura: l’Italia e l’altrove»: fra esotismi, razzismi, curiosità, fra «visto e pre-visto» nelle pagine di Edmondo De Amicis, Guido Gozzano, «Tempo di uccidere» di Ennio Flaiano e poi Fosco Maraini, Antonio Tabucchi, Gianni Celati, la profezia pasoliniana di «Alì dagli occhi azzurri» ma anche «gli stereotipi abusati» di Alberto Moravia. Ed ecco Alice/Altrove passare dall’altra parte dello specchio: chi migra in Italia e comincia a raccontare, a riscrivere, a mescolare culture e immaginari. Fra i tanti nomi Helene Janeczek, Stefanie Golisch, il nuovo, ironico incrocio di sguardi in Amara Lakhous, Tahar Lamri, Laila Wadia, Christiana de Caldas Brito (in codesto blog-bottega spesso gradita ospite) ci fanno da guide, da ponti persino verso il terzo capitolo cioè le «Nuove identità letterarie italiana: sguardi, scontri, stili, ri/scritture». Ecco, solo per fare qualche esempio, i geniali «imbarazzismi» di Kossi Komla-Ebri, racconti e romanzi di Igiaba Scego, l’«extracomunitaria follia» di Claudilèia Lemes Dias, Nicolai Lilin (l’unico che non ho letto, lo conosco solo per buona fama), Jarmilla Ockayovà, Gabriella Ghermandi (anche lei presente in blog), i tanti nodi che si aggrovigliano e si sciolgono in Cristina Ubax Ali Farah, «l’allunaggio di un immigrato innamorato» alias Mihai Mircea Butcovan. E altre/i ovviamente non li cito perché è difficile dar conto di tutto in sole 226 pagine, figuriamoci una breve nota.

Quarta e penultima tappa: «Percorsi poetici, le lingue dentro la lingua». Ci accompagnano nel cammino Amelia Rosselli, Edoardo Sanguineti, Barbara Pumhosel, Livia Bazu, «la compagnia delle poete», il celebratissimo Gezim Hajdari, Marcia Theophilo, Rosana Crispim da Costa, Cheikh Tdiane Gaye e altre/i.

Il viaggio si conclude – temporaneamente come ogni esplorazione che non sia egocentrica – nel quinto capitolo cioè «rinarrare gli spazi e la storia» che, proprio perché sfaccettato e seducente, affollato (persino di zombi) e in perenne movimento non mi azzardo a riassumere.

Rubando una frase bicefala (Galilei e Calvino) «discorrere è come correre, raccontare è come camminare»: questo piacevolissimo libro aiuta a tenere un buon passo ma permettendo/insegnando qualcosa sul necessario guardarrsi intorno.

Disaccordi o perplessità? Da parte mia quasi zero. Io avrei forse dedicato maggiore attenzione ad alcuni libri di Karim Metref, a Genevieve Makaping – che è sì antropologa di primo mestiere ma anche squisita narratrice – e alle poesie emblematiche di “Teodoro” Ndjock Ngana. Ma capisco che 226 pagine sono poche per un così lungo viaggio.

Lo consiglio senza esitazioni. Purtroppo certi saggi anche importanti risultano noiosi a leggere: pesano i linguaggi specialistici, i “vizi” della cattedra, le pretese enciclopediche. Nulla di tutto questo in Nora Moll: anche quando deve ricorrere agli specialismi si fa capire ed è bravissima a inserire le sue considerazioni sempre all’interno delle narrazioni e non nel “ditino alzato” alla Grillo S-parlante. Un eccellente libro per chi si accosta a questi temi; un ottimo “ripasso” per chi (temo poche/i) ha saputo leggere l’Italia sotto molte angolazioni, culture, scritture.

(*) L’immagine che illustra questo post è ripresa dalla rete. Non ho trovato indicazioni dell’autore/autrice: ne dò volentieri conto… se lo vengo a sapere o se chi passa di qui colma la mia ignoranza (db)

 

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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