L’eroica Faenza e l’infame Cesare Borgia: storie per l’oggi

recensione a «Il principe e il suo sicario» di Gigi Monello

IlprincipeEilsuosicario

Che errore messer Niccolò (Machiavelli, è ovvio) vedere il modello del principe moderno – parliamo del 1400/1500, ricordate? – in Cesare Borgia, detto «il Valentino», figlio di Rodrigo Borgia, cioè papa Alessandro VI. Nella sua visione real-cinica Machiavelli racchiude in lui i concetti di virtù e fortuna. E tanto dovrebbe bastare. Ma io prendo la rincorsa e contro l’idea machiavellica scaglio, come fosse un giavellotto, codesta citazione di Paolo Sylos Labini (da «Un Paese a civiltà limitata»): «Smith critica Machiavelli perché questi non critica in alcun modo i mezzi usati da certi politici, anzi nella sostanza li approva. E’ giusto affermare invece che i mezzi non possono essere separati dal fine: mezzi barbari deturpano il fine in modo difficilmente rimediabile».

L’affermazione di Sylos Labini è una delle citazioni (le altre sono di messer Niccolò, di Madame de Stael e di Carlo Emilia Gadda da «Eros e Priapo») che aprono un libro strano quanto interessante: «Il principe e il suo sicario» – sottotitolo «Come Cesare Borgia tolse dal mondo Astorre Manfredi. Con note sparse sopra la mente di un tiranno» (188 pagine per 126 euri) – di Gigi Monello è stato pubblicato dalla casa editrice cagliaritana Scepsi & Mattana nel settembre 2014 (*).

In realtà si tratta di un doppio libro in un solo volume. Infatti nelle prime 106 pagine si narra di Cesare Borgia, delle sue conquiste militari, delle infamie, dell’assedio di Faenza e della triste fine di Astorre Manfredi; nelle altre 80 circa si ragiona – con l’aiuto di Erich Fromm, di Dumas padre, di Franco Cordero, ma anche di Quinto Navarra, cameriere di Mussolini – sulla mente dei tiranni antichi e moderni

«Una storia di italianità profonda» scrive Gigi Monello in apertura: «fatta di dilettantismo, cinismo e retoricume». Sta parlando di un personaggio minore (ma fino a un certo punto) cioè il sicario Micheletto Coreglia, ma potremmo prendere questa definizione per l’insieme delle vicende narrate con le solite eccezioni che, si sa, regola non fanno.

«Eppure c’è una sconcezza speciale nella storia dei Borgia» e qui viene ben spiegata navigando nel «serpentario Italia» (cioè «decine di Stati, un mosaico grottesco»), nelle feste e nei brevi Carnevali («cosa nascondono»), nella «sbalorditiva mescolanza di cose opposte» (forza e fratellanza), nelle «belle guerre di Romagna» con un variopinto esercito dove marciano insieme preti e puttane, via via fino alla resa di Faenza «alle ore 12 del giorno 25 aprile 1501»: la resistenza eroica della città contro l’armata di Cesare Borgia durò «157 giorni esatti» e di essa molto si sa mentre per il dopo «tutto in questa storia diventa nebbioso, indefinito, congetturale».

Lascio a chi di vicende storiche si appassiona scoprire il bel lavoro di fonti (certe, dubbie, di parte…) e di ipotesi, anzi «congetture», che l’autore compie nella prima parte di «Il principe e il suo sicario». Una delle definizioni possibili che i vocabolari forniscono per la parola monello rimanda a «vivacità, eccessiva e spesso impertinente»; fedele a questa etimologia Gigi Monello non manca di irriverenza salutare verso la cattiva retorica patriottarda. Ma le “monellerie” sono soprattutto nella seconda parte, le «note sparse sopra la mente di un tiranno».

Cesare Borgia «… punirà atrocemente, danzerà, giocherà, banchetterà, taglierà teste a tori, possederà donne, stuprerà probabilmente; ucciderà con le sue mani, governerà, spargerà terrore, otterrà obbedienza…». Eppure i suoi cantori, i «Borgia-fascinati» – che arrivano a lodare la sua (inesistente) passione per la cultura – ne faranno un «oggetto letterario», cantando il «cattivo grande, perfetto e maledetto». Mentre “il Valentino” era soprattutto uno «smargiasso»; uno di quei «capibanda, megalomani e cinici, ingenuamente scambiati per facitori di storia»; così Gigi Monello intitola un bel capitolo che ci conduce dal 1500 alle cronache italiche contemporanee, passando da Benito Mussolini fino a Cesare Previti che – prima di cadere definitivamente – viene additato come un «affascinante malandrino». Questo per ciò che riguarda il «Principe», i suoi bassi cortigiani e i suoi alti “machiavelli” (**). Per il «sicario» invece è bravissimo Gigi Monello a farci fare un salto di 422 anni parlandoci di Amerigo Dùmini: che ricordiate chi sia oppure no… ragione in più per leggere questo libro.

ATTENZIONE: ho scritto qui sopra che il libro costa 126 euri. Mi tirano le orecchie per il refuso traditore che scoraggia chi vorrebbe acquistarlo; togliete quel 2 in mezzo, restano 16 euri, il prezzo vero. Accettabile per 188 pagine con molte (belle) immagini.

(*) Questa recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi oppur banali e-venti, dal destino “cinico e baro”, dalla stanchezza, dal super-quasilavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più). Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Ah, alcuni libri li compro in ritardo magari sulle bancarelle, o li vado a prendere in biblioteca, visto che costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, se è fiction accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia o tema, personaggi o protagonisti, e stile o analisi mi hanno convinto o catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a s/parlare dei brutti?». (db)

(**) è certamente un caso, però mi piace credere che non lo sia: Machiavelli è il nome dato a un gioco dove si vince, con un pizzico di fortuna certo, sopratutto se si è abili a ri-mescolare le carte in tavola.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Grazie per l’attenzione: gireremo all’autore e ad altri amici; di Romagna e no. Prima che si scateni una corsa alla vendita sul mercato dell’usato, suggeriamo di riportare il prezzo alla sua sobria realtà: 16 euro (dicansi sedici)

  • Paola Murru (Ca)

    Sintesi condotta in modo esemplare. L’autore, come lo zio Toby di sterniana memoria, ricostruisce chirurgicamente, stante il cospicuo numero di fonti consultate, analizzate, sviscerate, l’assedio di Faenza, per poi condurci ad esplorare, sorprendentemente, altri ‘territori’ che è consigliabile scoprire da soli… Ciò che va sottolineato e che rappresenta un valore aggiunto, è la indubbia capacità di piegare di continuo la lingua alle necessità della narrazione. L’uso frequente dell’asindeto e della costruzione paratattica rendono il ritmo incalzante e, a tratti, forsennato, costringendo il lettore a scorrere a tappe forzate le pagine per giungere al più presto alla conclusione; ma c’è una conclusione? La storia raccontata così non l’avevamo mai vista.

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