Les Mémoires d’un seigneur: di Ballet du Nord e Olivier Dubois

di Susanna Sinigaglia

 

Ballet du Nord

Olivier Dubois

Les Mémoires d’un seigneur

Proprio bello questo spettacolo-danza di Olivier Dubois: bello e torbido, potente e poetico. Costruito intorno all’assolo del formidabile Rémi Richaud con la collaborazione di 40 danzatori non professionisti reclutati a Milano e diretti in modo magistrale, comunica appieno l’idea della mascolinità, della forza che si sprigiona dal potere maschile quando non trova ostacoli di fronte a sé. La coreografia rievoca continuamente la forza dei corpi di Tintoretto o le atmosfere inquietanti di certi quadri fra Cinque e Seicento, per non citare sempre l’onnipresente Caravaggio.

All’inizio un uomo solo appare sulla scena, completamente spoglia se non fosse per la presenza di un grande tavolo dietro al quale l’uomo sembra andare a ripararsi, a tormentarsi anche, per qualche pensiero che non gli dà pace. L’azione si svolge nel silenzio più assoluto, rotto solo da colpi di tosse qua e là di spettatori nervosi o, semplicemente, reduci dall’influenza.

L’uomo è a torso nudo, ha la barba e i capelli arruffati, l’atmosfera è cupa. A un tratto sembra prendere una decisione e si alza con piglio risoluto. È a questo punto che si mostra la folla, una massa composta di soli uomini che avanza muta; e in quel silenzio si percepisce una vaga minaccia.

La relazione che comincia a crearsi fra l’uomo solo e gli altri non è chiara, all’inizio sembra imboccare la strada della diffidenza e dell’ostilità. Ma l’uomo riesce a predominare, a manifestare il proprio potere, a imporre la propria ferrea volontà su quegli uomini – è lui il “seigneur” cioè il signore del titolo – che ora l’ammirano, l’esaltano, l’incalzano; ora lo maledicono o lo sbeffeggiano, ma lo seguono.

 

Finché l’equilibrio si rompe ed è aperta ribellione. La scena della ribellione è resa dalla traversata del palco ripetuta decine di volte, di corsa, da parte dei 40 danzatori come una massa infinita che si riversi dappertutto, un fiume in piena che travolga qualsiasi resistenza.

Però il “signore” – il sire – riesce ancora a prevalere, gli uomini formano un ammasso di corpi sconfitti e forse trucidati, si sottopongono alla sua spada.

 

Lui li guarda da dietro il tavolo rovesciato che ora è il suo palazzo, alla cui finestra si affaccia e non riesce a distogliere la vista da quella montagna di uomini caduti, che forse gli ricordano il possibile rovescio delle sorti.

E infatti alla fine il signore resta solo sul palco e recita il monologo del suo smarrimento, il suo “Addio”. Olivier Dubois lo definisce il “canto del Cigno, l’abbandono. È l’umanità rifugiata. È astro, tomba, sogno e scomparsa”.

Inizia così:

Pensavo fosse un malessere dell’anima.

Ma è il corpo che soffre. La pelle, il petto, le membra mi fanno

male. Ho la testa vuota e lo stomaco sottosopra. E questo gusto

in bocca… né sangue, né morte, né febbre ma tutto questo insieme.

[…]

La performance è suddivisa in 7 capitoli dai titoli evocativi: “Il tempo”, “L’ordine del mondo”, “L’insurrezione”, “La civiltà”, “Il piccolo teatro del Tiranno”, “Il canto della guerra”, “L’addio”. Olivier Dubois, per il suo testo, si è ispirato al Caligola di Albert Camus (1944) e al De morali principis institutione di Vincent de Beauvais (1263).

http://www.triennale.org/teatro/olivier-duboisballet-du-nord-les-memoires-dun-seigneur/

 

 

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