L’Espresso che non vale un caffè

di Barbara Bonomi Romagnoli (*)

BraveBambine

Ti si ferma lo sguardo su parole e immagine e subito hai un sussulto. Che la copertina faccia a pugni (chiusi come quelli delle Femen) con il titolo (**) e l’inchiesta delle pagine interne, lo hanno già notato altre. Per il contrasto dei significati ma anche perché sono le solite tette a illustrarci “qualcosa” che dovrebbe, pur ammiccando agli uomini, riguardare solo le donne, come se la rivoluzione femminista non avesse riguardato, e non riguardi, l’altro sesso. Non solo, ogni volta che sento o leggo che “le donne hanno perso” mi dico che se perdono loro, perdono tutti.

Più rigiro il numero 41/2015 dell’Espresso fra le mani e più mi chiedo il senso di questa voluta disinformazione. L’articolo si apre ovviamente con l’aggancio all’attualità, l’imminente uscita nelle sale del film sulle suffragette, senza dubbio fra i più importanti movimenti di emancipazione delle donne, poi però quel che accade oggi – sui/attorno/dentro i femminismi – non è più notizia. Si torna immediatamente al passato, ai favolosi anni Settanta come se dopo ci fosse stato il diluvio universale.

Si continua a parlare al singolare e sono intervistate le solite voci autorevoli, ovviamente nulla di personale contro di loro, ma é abbastanza evidente – anche dalle loro risposte – che nessuna di loro abbia il polso diretto della situazione, né che frequenti le reti e i collettivi attivi oggi nel nostro Paese, che sono tanti e producono pratiche e pensiero come vado ripetendo da un anno e mezzo, non perché sono una folle girovaga ma perché almeno un po’ di queste storie ho cercato di raccontarle. Da Genova a Catania, da Trieste a Napoli, da Torino a Bari e passando per tutto il resto del paese, le donne non si sono mai fermate, si scontrano e confliggono fra loro e con i territori che abitano, non riusciranno a fare una manifestazione a settimana ma vanno avanti nonostante le discriminazioni, la precarietà, la violenza.

E se é indubbio che stiamo rischiando di vedere andare in fumo le conquiste di trenta e oltre anni fa, anziché ripetere questo ritornello, forse sarebbe il caso di raccontare chi cerca di difenderli e rilanciarli questi diritti o magari di chiedere alle ventenni cosa gli piace o meno della rivoluzione femminista, se la pensano in generale una possibile rivoluzione. Non c’é una sola intervistata italiana che abbia meno di trent’anni, forse Postorino. Magari si poteva intervistare le attiviste di Atlantide a Bologna che in questi giorni difendono il loro spazio fisico e simbolico di agibilità politica e cercano di rispondere all’attacco dalla politica che sgombera e fa piazza pulita del diritto al dissenso.

Si nomina l’educazione sentimentale nelle scuole e nulla viene detto dei femminismi che hanno preso parte all’iniziativa promossa da tantissime donne con un titolo “Educare alle differenze” che dovrebbe essere quello di un programma di governo. Così come non si accenna all’uso delle nuove tecnologie e ai tanti blog che in rete sono animati dalle più giovani, penso a Pasionaria o Narrazioni Differenti solo per citarne due, e tanto per smontare il pregiudizio che le “giovani” non ci siano o non abbiano qualcosa da dire in proposito.

E se non si arriva alle masse é responsabilità anche di questo giornalismo che mette in luce solo un aspetto, spesso solo quello piú mortifero, come se non ci fossero le femministe del gruppo Le Voltapagina di Catania che con pazienza sono riuscite oggi, 2015, a far intitolare una piazza a Goliarda Sapienza, tanto per tramandarne l’arte della gioia. O le donne e femministe dell’Aquila che i primi di novembre riapriranno la casa delle donne in una città ancora ferita e su cui é calato il sipario dei media.

Nomino volutamente solo esperienze italiane perché, nonostante le citazioni di donne straniere nell’articolo, operazioni mediatiche di questo tipo non fanno che portare acqua al feminilismo di stato di Boschi e di tutte le donne che puntano sul pari opportunismo e sulla mera emancipazione, legittimo ovviamente ma nulla hanno a che vedere con i femminismi.

Come se non bastasse, la scheda di Damilano che scopre l’acqua calda sul sessismo del Belpaese ma scrive rigorosamente avvocato e ministro quando si tratta di donne. Tanto perché il linguaggio sessuato, che é anche un corretto uso dell’italiano, resta un optional nei media mainstream.
Qui se ha perso qualcuno é solo il buon giornalismo, per fare le inchieste non basta alzare il telefono, il mestiere dovrebbe averci insegnato che le storie si vanno a stanare, con il registratore in mano.

RIPRESO DA https://abbattoimuri.wordpress.com/2015/10/16/lespresso-che-non-vale-un-caffe/

(*) Barbara Romagnoli è autrice del libro «Irriverenti e libere. Femminismi del nuovo millennio» del quale più volte si è parlato qui in “bottega”.

(**) Titolo nel classico stile “L’Espresso”: «Donne, il femminismo ha perso?».

 

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