Liberare i crocefissi

di Francesco Masala (*)

 

Nessuna legge della Repubblica italiana scritta dopo la fine del fascismo obbliga all’esposizione del crocefisso nei uffici pubblici, né vieta la sua rimozione.

 

Esistono due leggi fasciste (il 30 aprile fu adottato il regio decreto n° 965 del 30 aprile 1924 recante l’Ordinamento interno delle giunte e dei regi istituti di istruzione media, il cui articolo 118 recita:
«Ogni istituto ha la bandiera nazionale, ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re.»
L’articolo 119 del regio decreto n 1297 del 26 aprile 1928, recante approvazione del regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare, precisa che il crocifisso figura fra gli “arredi e il materiale occorrente nelle varie classi e dotazione della scuola”), mai abrogate, e pertanto facenti parte del nostro ordinamento, che fa obbligo alle scuole di esporre il crocefisso.

E pur essendo obbligatorio esporre il crocefisso nelle aule scolastiche , in poche aule lo hanno appeso al muro, per pigrizia, per risparmio, per evitare sollevazioni, fatto sta che non c’è quasi mai, come d’altronde in molte case degli abitanti di questo paese.

E però quando un docente o un magistrato ritengono che lavorare con quel simbolo religioso nella stanza deve esercitano la loro professione non sia giusto, e con rispetto lo staccano dalla parete (per poi rimetterlo), o chiedono che non ci sia, e basta, si sveglia la burocrazia e dice che no, Dio ce l’ha dato e non si tocca.

Esiste anche un autorevole pronunciamento europeo, Il 18 marzo del 2011 la corte Europea dei Diritti dell’Uomo sentenzia (qui il testo) che “La Corte deve di regola rispettare le scelte degli Stati contraenti in materia di educazione e d’insegnamento, compreso lo spazio che questi intendono consacrare alla religione, sempre che tali scelte non conducano a una qualche forma d’indottrinamento.

A tal proposito la Corte constata che nel rendere obbligatoria la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, la normativa italiana attribuisce alla religione maggioritaria del Paese una visibilità preponderante nell’ambiente scolastico. La Corte ritiene tuttavia che ciò non basta a integrare un’opera d’indottrinamento.

Invero un crocifisso apposto su un muro è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose.

La Corte conclude dunque che, decidendo di mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai figli della ricorrente, le autorità hanno agito entro i limiti dei poteri di cui dispone l’Italia nel quadro del suo obbligo di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e d’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire tale istruzione secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche” (qui)

 

Il prof. Franco Coppoli è stato, nel 2009, sospeso per un mese dall’insegnamento (da qui) soltanto perché all’inizio delle sue lezioni toglieva il crocifisso, che regolarmente riappendeva una volta terminate, adesso un altro procedimento a suo carico, adesso è ricaduto nell’errore, ecco l’accusa nel procedimento disciplinare a suo nome: «Il fatto che abbia divelto dalle pareti di quattro aule in cui fa lezione i crocefissi fissati con una vite a pressione e con la colla provocando danni alle pareti durante le ore di lezione e che successivamente sempre durante le attività didattiche abbia proceduto personalmente a chiudere i fori».
Ma c’è di più. Nella comunicazione si «evidenzia che i fatti che si contestano, la rimozione dalle aule, sono stati oggetto di precedente procedimento disciplinare a suo carico e che pertanto rappresentano una recidiva» (leggi qui e qui, con un’intervista al professore)

Tra l’altro il professor Coppoli è quello stesso che ha impedito che entrassero in classe i poliziotti con i cani antidroga per una perquisizione (leggi qui)

Ci sarebbe molto da dire sull’utilità di operazioni di quel tipo, se non, per usare le parole di Al Capone (Roberto De Niro), nel film “Gli intoccabili”, che sono “chiacchiere e distintivo”, ma questa è un’altra storia.

E chissà se gli estensori del documento sulla Buona Scuola sanno che don Milani, da loro citato, nella scuola dove insegnava staccava toglieva il crocifisso dalle pareti per cancellare ogni sospetto di pedagogia confessionale.

 

Allego un po’ materiale, per chi ha tempo e voglia.

qui  la sentenza del 18 marzo del 2011 della corte europea dei Diritti Umani

 

commenti alla sentenza: qui e qui

 

qui un dossier dell’UAAR sul crocefisso, che persegue una campagna permanente di sensibilizzazione per la rimozione dei crocifissi dagli edifici pubblici, dal titolo: Scrocifiggiamo l’Italia

 

Carlo Gubitosa parla del crocefisso: “voglio trovare un crocifisso quando vado in chiesa, voglio trovare una lavagna quando entro in una scuola, voglio trovare persone serie quando vado in parlamento, voglio che il mio paese sia talmente cristiano da poter accogliere senza odio, paura o diffidenza tutte le religioni del mondo.“ (qui),

 

don Paolo Farinella parla del crocefisso: “Tutti parlano del Crocifisso come segno unificante dell’ identità culturale del nostro Paese, il governo addirittura ricorre contro la sentenza e ognuno usa il Crocifisso come una clava: e tutti vanno a Messa a pregare Dio, ma tu ti preghi il tuo e io mi prego il mio. Povero Crocifisso! Tutti lo vogliono, nessuno la calcola, e ognuno lo usa per il proprio brodo e la propria indecenza. Se io fossi il Crocifisso – absit iniuria verbi – tra le due e le tre di notte (orario canonico legale), mi riprenderei la croce e me ne andrei su Plutone. “ (qui),

 

Sergio Luzzatto parla del crocefisso: “Io penso che gli uni e gli altri abbiano ragione, a dire che senza il crocifisso di Stato l’Italia non sarebbe piú la stessa. Ma proprio per questo vorrei che fosse tolto dal muro: perché l’Italia del futuro non somigliasse all’Italia del presente. Perché gli italiani maturassero idee nuove – meno provinciali, piú chiare, piú generose – su che cosa significano i simboli, soprattutto i simboli che pretendono di essere universali. E perché raggiungessero una visione meno zuccherosa e piú razionale, meno retorica e piú critica, insomma una visione piú seria, dei modi in cui la presenza (e l’invadenza) della Chiesa nella vita collettiva ha condizionato e condiziona la nostra storia. Vorrei che il crocifisso fosse tolto dal muro, perché credo che un’Italia dove le pareti degli edifici statali fossero bianche non sarebbe un’Italia piú povera, e deteriore: sarebbe un’Italia piú ricca, e migliore.” (qui),

 

Luciano Benini parla del crocefisso: “I crocifissi che la scuola dovrebbe tenere sempre ben evidenti davanti agli occhi dei ragazzi sono i crocifissi in carne ed ossa della storia, le vittime delle guerre, delle malattie, delle sventure. Se una scuola li esclude dalla visione del mondo proposta ai ragazzi, si pone dalla parte dei crocifissori, fosse anche la scuola più “cattolica” e più decorata di segni religiosi. Visitare un ospedale e osservare i malati, leggere sulle riviste di solidarietà coi popoli derubati i numeri della violenza economica, informarsi sulle guerre da chi non spaccia le falsità necessarie alle guerre: questo è venerare il Crocifisso nella carne di tutti i crocifissi di oggi. Quelli di legno si possono anche buttarli: non è peccato. Ma mettere al loro posto il volto di una vittima, ricevere lo sguardo che obbliga a stare coi carcerati e non coi carcerieri, coi torturati e non con gli aguzzini, con gli uccisi e non con gli assassini. O il vecchio crocifisso aiuta a fare questa scelta nel mondo di oggi, oppure, se non fa questo, non vale più, è diventato inutile, abusato in senso contrario, e serve solo a far litigare le religioni e a far chiacchierare i fracassoni superficiali, occupatissimi a distrarre il popolo dalle cose importanti, pericolose da far sapere. “(qui)

 

Mario Gozzini parla del crocefisso: “Se fossi ancora in Parlamento, la coscienza mi imporrebbe di non limitarmi più alle parole. Un disegno di legge per abrogare le antiche norme del 1924 e del 1928? Meglio, forse, uno strumento che impegnasse il presidente del Consiglio a studiare e a compiere i passi opportuni per ottenere, dalla Conferenza episcopale, l’assenso a togliere di mezzo un segno diventato, quantomeno,equivoco.” (qui).

 

(*) «Nella prefazione a “Le folgori d’agosto” (edizione Vallecchi 1973) alla domanda sul perché scrive Jorge Ibargüengoitia ha confessato che scrive un libro ogni qual volta desidera leggere un libro di Ibargüengoitia, che è il suo scrittore preferito. Quella lettura fu una folgorazione, da allora ogni volta che voglio leggere qualcosa di veramente bello e interessante che non riesco a leggere da nessuna parte, me la scrivo da me, anche perché non è mica facile per gli scrittori sapere quello che voglio leggere io». Francesco Masala si presenta così. Aggiungo solo che una delle sue frasi preferite è «La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta» di Theodor W. Adorno. (db)

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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