«Libia»: un memorabile graphic novel

db si entusiasma per il libro di Francesca Mannocchi e di Gianluca Costantini: un libro che regalerei (o presterei) con gioia alle persone che amo

 

Se avete l’irritante sensazione che i mass media italiani (tutti con le eccezioni dei soliti «il manifesto» e «Il fatto quotidiano») da anni mentano sulla Libia beh non siete ammalati di “complottismo”. E’ la pura, tragica verità.

Adesso leggete «Libia» di Francesca Mannocchi e Gianluca Costantini (con la preziosa sceneggiatura di Daniele Brolli) pubblicato negli Oscar Ink – 138 pagine per 10 euri – e vedrete un altro mondo rispetto alle stupidaggini dei massmedia. La quarta di copertina lo presenta così: «Trafficanti di esseri umani, fondamentalisti religiosi, giovani disillusi e nostalgici del regime. La vita quotidiana in Libia, luogo simbolo del nostro presente, in una pietra miliare del Graphic Journalism italiano». Un filino trionfalistico? Non voglio rubare il mestiere al mio omonimo – cioè il Daniele Barbieri, esperto di fumetti – ma mi sento di dire che è la pura verità. «Una pietra miliare» perchè di inchieste così in Italia per ora ve ne sono poche (almeno sul presente; se guardiamo invece a vicende del passato il discorso cambia).

Nel libro di Mannocchi e Costantini che posto ha il petrolio? Non c’è ma è ovunque.

E i legami (sanguinosi: fra l’intervento armato nel 2011 e i migranti morti in mare) fra Italia e Libia? Non sono al centro eppure spuntano dappertutto. Come «lo stemma di tutte le guerre: il denaro».

E nel tragico gioco dell’oca delle armi e delle galere quale parte hanno giocato la “civile” (e soprattutto petrolifera) Europa e poi il fascista Erdogan, lo zar Putin? «Voi non avete capito. O forse avete capito benissimo. E avete accettato in silenzio».

La prima delle storie che qui si intrecciano riguarda Abu Salim e il lontano 1996. Ne avete sentito parlare? Quasi certamente no perché appunto il giornalismo non è più “di moda”. Eppure 1270 morti non sono pochi.

La seconda vicenda si intitola «La nebbia libica» dove «la realtà scompare, come quando si parla di scafisti». Ma tutto doveva ancora peggiorare…

Nella terza storia conosciamo «Isaa, la guardia costiera di Garabulli» e nella quarta incontriamo una giovane eritrea, «Wered, la libia come trappola» (con 4 parole e un’immagine finali che restano a lungo nella memoria).

La quinta vicenda si intitola «Un’altra rivoluzione?» e l’ultima «La dittatura dell’abbondanza».

Narrazioni chiare, documentate, efficaci nella sintesi. Un libro imperdibile che, almeno per me, resta scandito da definizioni e frasi – dittatura, libertà, «tu puzzi», «da solo nessuno è un criminale», «i grandi trafficanti non li vedi», «6 milioni di persone e 20 milioni di armi» – con le immagini che aggiungono sempre qualcosa e non solo illustrano (comunque benissimo). L’ultima pagina si chiude così: «La nostra ricchezza è la nostra catena. E tutti intorno anziché aiutarci a liberarci delle catene le stringono. Ogni guerra di più».

NOTICINA: se i treni sono in ritardo, fffffffiguratevi le recensioni di db

Anche questa mia recensione arriva “lunga” e così va a collocarsi nella serie (o rubrica?) «Chiedo venia». Come ho già scritto mi è capitato, mi capita e continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni libri letti e molto apprezzati. Perché? I motivi sono tanti, sia seri che banali: a volte indugio nella ricerca del momento giusto per rendere la grande emozione ricevuta ma poi invece vengo risucchiato e soffocato dal quotidiano o dalle stanchezze. E dunque chiedo venia. [db]

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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