Lilith e gli alieni rigenerano il mondo…

dopo la catastrofe (*)

di Erremme Dibbì

A giorni Urania riproporrà in edicola questo libro stupendo. Il consiglio (accorato, convinto, quasi ululante) è di non perderlo. Vi avviso: qui sotto c’è spoiler, dunque se non volete conoscere troppo… fermatevi subito.

E’ uscito in edicola con una copertina grigioargento che grida «speciale» e per una volta non si tratta solo delle urla da imbonitori. «Dawn» (in italiano «Ultima genesi») di Octavia Butler è davvero un romanzo straordinario che lancia un’autrice di prima grandezza.

Affascinante e inquietante il tema: la xenogenesi cioè la nascita di una nuova razza dalla fusione dei terrestri con gli alieni che li hanno strappati – ormai poche persone, moribonde – all’«inverno nucleare».

Protagonista è una donna, Lilith Iyapo, che un tempo – quando ancora esisteva la Terra – era una statunitense “di colore”: lo dirà, per inciso, l’autrice che è una quarantenne afroamericana, dunque minoranza nella minoranza anche nella science fiction. Lilith viene «svegliata» per l’ennesima volta – scoprirà poi che sono passati 250 anni – da misteriosi invisibili carcerieri e quando decide di collaborare scopre che il primo di loro appare, a distanza, umanoide ma coperto su tutto il corpo di «peli» che sono in realtà «organi sensori» («tentacoli» rabbrividirà Lilith). E l’astronave stessa in cui è rinchiusa le risulta incomprensibile, trattandosi di un organismo vegetale-animale.

Gli alieni Oankali sveleranno a Lilith di essere affascinatti dai terrestri e turbati da «due caratteristiche incompatibili»: la prima è «l’intelligenza, la caratteristica più recente che avreste potuto usare per salvarvi dalla guerra atomica» mentre la seconda è una «struttura gerarchica» primitiva e pericolosa.

Gli Oankali non sono astratti studiosi: ciò che chiedono ai terrrestri è di prestarsi a uno scambio genetico, un incrocio razziale. Gli umani ne ricaveranno alcuni vantaggi (non più tumori, a esempio) ma le loro caratteristiche di specie spariranno nel tempo. In cambio, se vorranno, potranno tornare sulla Terra o meglio in alcune foreste dove la vita post-atomica è relativamente possibile.

Per Lilith – nome simbolico che ricorda il mito della donna precedente la biblica Eva – gli Oankali sono di volta in volta anmmirevoli, incomprensibili (per quale motivo le negano con durezza ogni materiale su cui scrivere?) ma anche flessibili, straordinari per intuito («un’azione che ben pochi esseri umani sapevano compiere: lasciare a qualcuno il tempo di riflettere») e capaci di imparare da lei e dal suo bisogno di dignità.

Il primo incontro di Lilith con un maschio umano, «svegliato» come lei, e passato dalla parte degli alieni, non sarà certo positivo: Paul cercherà di stuprarla e la picchierà a sangue perchè lei resiste.

E’ forse meglio allora – giunge a chiedersi Lilith – «spartire il sesso» con gli Oankala (come le viene chiesto e dolcemente imposto) sensibili quasi fino alla telepatia? Lilith finirà per cedere («fai pure ciò che sostieni di dover fare»): sarà un’esperienza al contempo dolorosa, piacevole e confusa per lei ma anche per il suo partner-bambino, Nikan che le dice turbato: «sei così piena di vita e di morte e di potenziale cambiamento; adesso capisco perché alcuni ci hanno messo tanto tempo a superare la paura per voi».

Infine Lilith accetterà di «svegliare» 80 umani: quali? come? Per dire loro tutta la verità o solo una parte? E quale uso dovrà fare del proprio corpo? Lei stessa è ormai sospesa fra un senso di gratitudine-amicizia-attrazione sessuale per gli Oankali da una parte e dall’altra sentendosi usata come «animale da pollaio». Le stesse sensazioni avranno gli altri umani «svegliati» e gli Oankali con stupore scopriranno che i corpi dei terrestri possono affermare una cosa (per esempio la violenza) e la loro parola una opposta. La violenza e la paura sono in agguato. Tutti sbaglieranno e il finale del libro è un nuovo (splendido) inizio.

Octavia Butler è afroamericana, nata in California nel 1947. Ha all’attivo una decina di romanzi e sta scrivendo altri due romanzi di questa trilogia della xenogenesi. Così ha scritto a proposito del ricorrente tema dell’incontro fra razze diverse: «Ho messo insieme gruppi multirazziali di uomini e donne che devono far fronte alle differenze esistenti fra loro come alle situazioni nuove che invento, nessuna delle quali è necessariamente controllabile dalle capacità che ciascuno di loro possiede».


(*) Questa recensione fu pubblicata, con lo stesso titolo, il 29 settembre 1987 sul quotidiano «il manifesto». Per anni io (Dibbì) e Riccardo Mancini (Erremme) quando scrivevamo di fantascienza e dintorni – su «il manifesto» e altrove – ci firmavamo così: Erremme Dibbì. Il nostro entusiasmo per «Ultima genesi» è percepibile, eppure all’epoca in Italia pochissime persone si accorsero dell’importanza di questo libro. Per fortuna oggi tutta l’opera di Octavia Butler è stata compresa e rivalutata, anche se putroppo non tutti i suoi libri sono tradotti in italiano.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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