L’Italia si ri-arma, vende (ai tiranni) e fa guerre

Con testi di Franco Astengo, Giorgio Beretta e Antonio Mazzeo. E uno sguardo sulla Francia atomica (di Gregorio Piccin)

IL PRIMO PROVVEDIMENTO DELLA FASE 3: AUMENTARE LE SPESE MILITARI

di Franco Astengo

Nel momento in cui ci si trova di fronte all’emergenza sanitaria e ad una crisi economico – finanziaria che minaccia sviluppi imprevedibili di impoverimento generale il governo aumenta le spese militari in un quadro di inversione tra la debolezza della politica estera e la messa in mostra di potenza bellica. Un insieme che ci riporta a tempi lontani, quelli di un imperialismo fuori dal tempo.

Il quadro complessivo dell’economia italiana è ben disegnato dal rapporto ISTAT uscito in questi giorni:

L’attuale scenario di previsione si basa su una serie di ipotesi che riguardano il profilo infrannuale del commercio internazionale, dei consumi e degli investimenti soprattutto con riferimento alla ripresa che è attesa realizzarsi a partire dalla seconda metà dell’anno. In questo approfondimento, utilizzando il modello macroeconometrico dell’Istat, MeMo-It, si offre una possibile quantificazione di uno scenario alternativo legato a una riduzione del commercio internazionale. Si propongono anche due ulteriori simulazioni: la prima presenta una stima degli effetti di un incremento della spesa pubblica in investimenti in ricerca e sviluppo (R&D) mentre la seconda valuta l’impatto di un possibile miglioramento della disuguaglianza sull’andamento dei consumi delle famiglie.

  • Per quanto riguarda l’evoluzione del commercio mondiale si è quantificata l’ipotesi di un rallentamento più pronunciato del commercio mondiale nel 2021 derivante dalle difficoltà connesse alla ripresa dei tradizionali processi produttivi connotati dalla presenza delle imprese italiane all’interno delle catene del valore.

L’ipotesi è stata valutata in termini di scostamento rispetto allo scenario di previsione presentato nel Prospetto 1. Un rallentamento del commercio mondiale, pari a 5 punti percentuali rispetto allo scenario base determinerebbe una flessione sia delle esportazioni (-5,3 punti percentuali) sia, in misura minore, delle importazioni (-1,9 punti percentuali), provocando un rallentamento della crescita del Pil pari a 1,1 punti percentuali.

  • Il calo degli investimenti previsto per l’anno in corso è atteso produrre una riduzione della quota degli investimenti sul Pil rispetto al 2019 aumentando le difficoltà del processo di accumulazione del capitale, che appaiono evidenti considerando il confronto con i principali paesi europei.

Nel 2019 in Italia la quota degli investimenti totali sul Pil era pari al 18,1%, decisamente inferiore alla media dei paesi dell’area euro (21,9%) e a quella dei principali paesi europei. Tale valore, seppure in recupero negli ultimi anni (era 16,9% nel 2015), rimane decisamente inferiore ai livelli del 2008 (21,3%). Negli stessi anni la quota degli investimenti mostrava decisi segnali di recupero ai valori pre-crisi per l’area euro (era 22,8% nel 2008), la Francia (23,6% lo stesso valore del 2019) e la Germania (20,3% nel 2008 e 21,7% nel 2019). La Spagna, caratterizzata dal crollo degli investimenti in costruzione durante la crisi finanziaria del 2009 costituisce l’unica eccezione (27,8% nel 2008 e 20,0% nel 2019).

La contenuta ripresa della spesa in investimenti italiani degli ultimi anni è stata caratterizzata anche da una ricomposizione a favore di quelli in macchinari e attrezzature, una evoluzione difforme rispetto ai principali paesi europei. Questo comportamento ha acuito la distanza italiana rispetto agli investimenti in proprietà intellettuale (PRI) che includono quelli in ricerca e sviluppo e software e che risultano maggiormente legati agli aumenti di produttività.

L’Italia ha registrato una dinamica degli investimenti in PRI nettamente più lenta rispetto agli altri paesi nel periodo successivo al 2007. Ponendo uguale a 100 il valore degli investimenti in PRI a prezzi concatenati del 2008, nel 2019 il livello dell’Italia risultava pari a 125 mentre per l’area euro (161,2%) e per i principali paesi europei il livello raggiunto era decisamente superiore (141,2% in Germania, 141,1 in Francia e 136,6% in Spagna,

Un quadro complessivo che fa concludere, sempre secondo la versione dell’ISTAT: “Il quadro previsivo presenta complessivamente diversi rischi al ribasso connessi in parte a un ulteriore proseguimento del deterioramento delle condizioni del commercio internazionale. Questi eventi sono considerati come shock esogeni all’interno del modello macroeconomico e difficilmente manovrabili all’interno delle politiche nazionali”.


Ebbene, all’interno di questo drammatico quadro complessivo, in tempi di isolamento fisico e di distanziamento sociale, dopo aver raccontato favole sui finanziamenti europei cosa decide il governo italiano: aumentare le spese militari.

Ecco di seguito (da Repubblica.it)

L’Italia rinforza le sue missioni nella lotta al terrorismo islamico. Aumenta in maniera significativa lo schieramento nel cuore dell’Africa, mettendolo tutto nelle mani dei francesi. Potenzia il contingente anti-Isis in Iraq, mandando anche una batteria di missili per contrastare “l’assertività iraniana”. Un cambiamento rilevante per la nostra politica estera, che ci vede diventare protagonisti nei due fronti più caldi del pianeta, mimetizzato tra le righe e i tecnicismi in lingua inglese delle 649 pagine del Decreto Missioni appena approvato dal governo.

IRAQ

Dal punto di vista politico, questo forse è la decisione più rilevante. Contrariamente ad altri partner della coalizione anti Daesh, noi manteniamo tutti i 1.100 militari presenti: pure gli elicotteri schierati per proteggere i lavori alla diga di Erbil restano. Il nostro peso quindi cresce, confermandoci come il secondo Paese occidentale dopo gli Usa per numero di uomini e mezzi. Si parla di “nuove esigenze operative dettate dallo sviluppo della campagna militare e del deteriorarsi del quadro regionale che risente della crescente assertività iraniana” che ci portano ad aumentare “le capacità di difesa degli asset nazionali”. Che significa? Che i nostri reparti avranno una vocazione più combattiva. La presenza è rivolta principalmente ad addestrare le reclute irachene e curde, sempre includendo il mentoring ossia la presenza in azione dei nostri soldati al fianco delle truppe locali. Più in generale però le unità italiane saranno capaci di reagire da sole ad eventuali attacchi.

I NUOVI MISSILI

Per questo mandiamo in Kuwait, dove si trovano i caccia e i droni dell’Aeronautica che spiano i movimenti dell’Isis, una batteria terra-aria di missili Samp-t. Sono un’arma che in qualche modo ha una valenza strategica: il più avanzato sistema anti-aereo di fabbricazione europea, in grado anche di intercettare missili balistici come quelli lanciati dall’Iran nella rappresaglia per l’uccisione del generale Suleimani. L’ombrello missilistico italiano avrà quindi il compito di proteggere non solo il nostro stormo ma tutto il Kuwait da eventuali attacchi iraniani: un’evoluzione molto rilevante della nostra presenza nel Golfo, dove i venti di guerra non sono per niente sopiti.

IL SAHEL

Via libera alla Task Force Takuba: elicotteri e forze speciali italiane si aggregheranno ai francesi nella campagna contro le milizie islamiche in Mali. Si tratterà di 200 specialisti con otto aeromobili: probabilmente quattro elicotteri da trasporto e quattro micidiali A-129 Mangusta da combattimento. Ufficialmente, si dovranno occupare del soccorso ai feriti. Ma vengono indicati nel documento come “enabler” – ciò che permette – il contrasto anti-terrorismo. Anche in questo caso è previsto il mentoring, ossia la presenza dei nostri istruttori nelle azioni sul campo delle forze africane. Cambia pure il contingente nel confinante Niger, che cresce fino alla consistenza di 295 militari, con 160 veicoli e 5 elicotteri. Finora agiva in maniera autonoma, appoggiandosi agli americani di Africom. Adesso invece nel Decreto si indica il “concorso” con i francesi, integrando le operazioni in Niger e Mali nel sostegno all’alleato. Tra l’altro, si prevede il supporto dal cielo con droni e aerei per controllare i movimenti dei gruppi islamici e le rotte centro-africane dei migranti.

IL GOLFO DI GUINEA

Nuova spedizione navale per pattugliare l’aerea più colpita dai pirati, che attaccano mercantili e petroliere, con il sospetto che contribuiscano a finanziare gli attentatori islamici. Per un mese ci sarà una fregata, poi affiancata dall’Andrea Doria, una delle navi più grandi della nostra Marina Militare. Un altro fronte che viene aperto, sempre in stretto coordinamento con Parigi.

LIBIA

L’ospedale di Misurata, schierato nell’aeroporto più volte bombardato dai droni di Haftar, resta ancora al suo posto. Viene incaricata la Marina di fornirgli protezione con le sei navi di Mare Nostrum, proseguendo l’attività di ricognizione con aerei e droni sui flussi dei migranti e sui trafficanti di uomini. Nel decreto viene presentata una nuova missione per la formazione della guardia costiera di Tripoli, autorizzata dallo scorso primo maggio. Si prevede l’invio di una vedetta della Finanza e di otto fuoristrada blindati per gli istruttori, che saranno scortati dai paracadutisti del Tuscania. Tra le iniziative pianificate, la gestione di un cantiere per riparare le imbarcazioni libiche e la costruzione di una “miniscuola” per gli equipaggi. Questa missione è stata più volte contestata da alcuni parlamentari del Pd e di Leu, nonché dalle Ong, che accusano le motovedette tripoline di avere fatto fuoco sui migranti. Allo stesso tempo, il governo Conte la ritiene indispensabile per il controllo delle rotte dell’immigrazione. Resta da capire però come sarà possibile conciliare questo impegno con la situazione di guerra civile in Libia.

LA STRATEGIA

La lunga introduzione al Decreto presenta una caposaldo: “Il destino dell’Europa è il destino del Mediterraneo”. Un’equazione che mira a coinvolgere i partner nella sicurezza del Nord Africa, fondamentale per l’Italia. Per questo ci muoviamo potenziando due poli di alleanza. Quello con la Francia, con il coinvolgimento in Sahel. E quello con gli Stati Uniti, facendoci carico di un maggior impegno in Iraq anche in funzione anti-iraniana. Il disegno, non esplicitato, è quello di ottenere in cambio il sostegno di questi due Paesi nell’affrontare il cuore del nostro interesse nazionale: la Libia. Dove i successi raggiunti da Erdogan mettono sempre più in discussione il ruolo dell’Italia.   

Armi all’Egitto: Italia punta a commessa del secolo, ma gli attivisti non ci stanno

Un affare militare da 9 miliardi di euro tra Roma e il Cairo. Soldi con cui il presidente al Sisi intende mettere a tacere le proteste per la mancata collaborazione sulle indagini per l’uccisione di Giulio Regeni. Le associazioni pacifiste e per i diritti umani invitano a mobilitarsi: bloccare l’affare è ancora possibile

di Giorgio Beretta (*)

La chiamano già la «commessa del secolo». Un affare da 9 miliardi di euro per rifornire gli autocrati golpisti del Cairo dei più moderni sistemi militari italiani. Compresi quelli «non cedibili all’estero, pena la diffusione sostanziale di segreti e tecnologie militari nazionali», spiegano fonti ben informate.

C’è dentro tutto l’arsenale bellico del tanto declamato Made in Italy: due fregate multiruolo Fremm destinate alla Marina miliare italiana (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi), ma anche altre quattro navi e 20 pattugliatori (che potrebbero essere costruiti nei cantieri egiziani), 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346. Un contratto, il maggiore mai rilasciato dall’Italia dal dopoguerra, che farebbe dell’Egitto il principale acquirente di sistemi militari italiani.

Armi italiane all’Egitto: così al Sisi vuole mostrarsi un partner affidabile

È l’astuta “mossa del cavallo” del faraone del Cairo. Quella che, con uno spostamento a elle sulla scacchiera, gli permette di liberarsi di un impiccio e di uscire da una situazione critica. L’impiccio per il Cairo è – come noto – l’inchiesta dei magistrati italiani sull’omicidio di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso in Egitto e sulla cui morte le autorità egiziane non hanno mai contribuito a fare chiarezza.

La situazione critica è quella del riverbero internazionale delle terribili condizioni, dal carcere alle torture, in cui riversano in Egitto gli oppositori politici, giornalisti, sindacalisti, universitari, difensori dei diritti umani: non ultimo Patrick Zaky.

Con una sola mossa (l’acquisto di sistemi militari italiani), il presidente al Sisi mira non solo a fare tabula rasa delle rimostranze per la gestione del caso Regeni, ma soprattutto intende accreditarsi agli occhi dell’Italia come un partner affidabile e rispettoso dei diritti umani: quale Paese venderebbe mai un intero arsenale militare ad un autocrate che permette l’assassinio di un suo cittadino? Tanto più quanto questo Paese ha tra le sue leggi quella che vieta espressamente di esportare armi a nazioni «i cui governi sono responsabili di violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani»?

Leggi anche:
Egitto e diritti umani: lavoratori nel mirino di Al Sisi
L’Egitto contro gli attivisti

Disegno di Gianluca Costantini

Pochi politici italiani contro vendita armi all’Egitto

Sono state poche e flebili le voci del mondo politico nei confronti dell’affare militare tra Roma e il Cairo. Lo scorso febbraio, la capogruppo Pd in commissione Esteri alla Camera, Lia Quartapelle, ha evidenziato con un ampio post sulla sua pagina Facebook che «‪le considerazioni politiche da tenere in conto sono due. Abbiamo forti divergenze strategiche con l’Egitto rispetto alla Libia. (…) Vendere assetti di guerra a un Paese che non condivide, ma anzi avversa la nostra visione strategica sul Mediterraneo non ha senso dal punto di vista della politica estera».

Ed ha aggiunto: «Finché le autorità egiziane non collaboreranno per arrivare a un accertamento processuale regolare su chi ha rapito, torturato e ucciso Giulio e sui mandanti, non si può considerare l’Egitto come un paese con cui intrattenere normali relazioni tra alleati. (…) Non c’è politica commerciale senza politica di sicurezza», ha concluso Quartapelle.

Più esplicito Erasmo Palazzotto (Leu), presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni: «Garantire l’approvvigionamento di armi a un paese come l’Egitto ci fa perdere credibilità, oltre a essere in aperto contrasto con gli impegni assunti da governo e parlamento sulla ricerca della verità» ha detto Palazzotto in un post riportato sulla pagina Facebook di Sinistra Italiana.

Qualche giorno prima, Nicola Fratoianni (Leu) commentando l’arresto al Cairo del giovane egiziano studente all’università di Bologna, Patrick Zaky, aveva affermato: «Se pensiamo poi che c’è qualcuno in qualche ufficio del governo del nostro Paese che addirittura vorrebbe vendere delle navi militari a questi signori, di fronte a questi fatti è ancora più forte la voglia di chiederne l’allontanamento».

Forse me li sono persi, ma non ho trovato altri pronunciamenti da parte di esponenti del mondo politico. Spicca soprattutto il silenzio dei portavoce del Movimento Cinque Stelle: non vogliono mettere in imbarazzo il ministro degli Esteri?

LA DENUNCIA DELLE ASSOCIAZIONI PACIFISTE

Forte e chiara si è alzata, invece, la voce delle associazioni della società civile. In un comunicato congiunto, Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace hanno definito «inaccettabile, oltraggiosa e in aperto contrasto con le norme sancite dalla legge vigente» la possibile imminente autorizzazione da parte del Governo italiano di ingenti forniture militari alle forze armate dell’Egitto.

«La legge n. 185 del 1990 – riporta la nota – non solo vieta esplicitamente le esportazioni di armamenti verso i Paesi i cui  governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, ma prescrive che l’esportazione di materiale di armamento e la cessione della relative licenze di produzione “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”». Per questo le due Reti hanno chiesto «al ministro degli Esteri di riferire in Parlamento» e a tutte le forze politiche di «manifestare la propria contrarietà alle nuove forniture militari all’Egitto».

(*) ripreso da www.osservatoriodiritti.it/

Prima missione dei droni AGS Nato di Sigonella. Obiettivo Libia?

di Antonio Mazzeo (*)

Battesimo operativo nel Mediterraneo centrale dei droni RQ-4D “Phoenix” che la NATO ha acquistato nell’ambito del programma AGS – Alliance Ground Surveillance. Ad annunciarlo il generale Phillip Stewart dell’US Air Force, comandante della task force AGS di stanza nella base siciliana di Sigonella. “Abbiamo condotto con successo il primo volo del velivolo a controllo remoto MAGMA10 dalla Main Operating Base di Sigonella”, ha dichiarato l’ufficiale Usa-Nato. “Per la nostra AGS Force e per l’intera Nato si tratta di un evento storico che consente di aprire un nuovo capitolo per ciò che riguarda il miglioramento delle capacità alleate nel settore dell’Intelligence, della Sorveglianza e del Riconoscimento”.

Il drone AGS è decollato dalle piste dello scalo siciliano alle ore 10.26 del 4 giugno scorso ed è rientrato alla base in serata alle 19.46. “Durante il volo, i sensori del Phoenix hanno raccolto immagini e informazioni su obiettivi in movimento che sono state trasferite al Centro di Supporto operativo della task force AGS Nato di Sigonella, dove sono state processate ed elaborate e successivamente trasferite agli Alleati”, ha riferito il Comando Strategico Alleato in Europa (Shape) di Mons, Belgio.

Molto probabilmente, nella sua missione, il drone Nato ha sorvolato anche i cieli della Libia dove è in atto una controffensiva da parte dei reparti militari fedeli al Governo di Accordo Nazionale presieduto da Fayez Muṣṭafa al-Sarraj, sostenuti da Turchia, Usa, Qatar e Italia. In queste ultime settimane a Sigonella è notevole il traffico di velivoli alleati e pure i decolli e gli atterraggi dei droni Global Hawk in dotazione all’US Navy e all’US Air Force.

Il 20 gennaio 2020 si era tenuta nella grande stazione aeronavale siciliana la cerimonia di consegna dei primi due droni AGS e l’inaugurazione dell’Alliance Ground Surveillance System, alla presenza del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, del Presidente del Comitato militare della Nato Stuart Peach e del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, il generale dell’US Air Force Tod Wolters. Il 23 marzo scorso, in piena pandemia da Covid-19, dal Comando Supremo Shape era stato reso noto l’arrivo a Sigonella delle sei unità della componente mobile del Centro di controllo del sistema AGS. “L’AGS Core system, così come i segmenti di controllo mobile e trasportabili via terra sono stati prodotti da industrie europee, grazie a NAGSMA, l’agenzia Nato predisposta specificatamente per il programma Allied Ground Surveillance”, riferiva il portavoce Nato.

Dotati della piattaforma radar MP-RTIP con sofisticati sensori termici per il monitoraggio e il tracciamento di oggetti fissi ed in movimento, i droni AGS possono volare ininterrottamente per più di 20 ore, sino a 18.000 metri di altezza e a una velocità di 575 km/h. I dati rilevati e analizzati a Sigonella sono poi trasmessi grazie ad una rete criptata al Comando JISR, Joint Intelligence, Surveillance and Reconnaisance della NATO, con sedi a Bruxelles, Mons e The Hague. Oltre 16.000 km il raggio d’azione dei nuovi velivoli senza pilota, così da consentirne l’operatività in un’area geografica che comprende l’intero continente africano e il Medioriente, l’Europa orientale sino al cuore della Russia. Grazie alle informazioni raccolte e decodificate dall’AGS, la Nato è in grado di ampliare lo spettro delle proprie attività nei campi di battaglia e rafforzare la capacità d’individuazione degli obiettivi da colpire con gli strike aerei e missilistici.

Entro la fine del mese di giugno dovrebbero giungere a Sigonella gli altri tre droni previsti dal programma AGS. Perché l’intero sistema di “sorveglianza terrestre” sia realmente completato bisognerà però attendere il 2022, cinque anni dopo cioè, di quanto era stato previsto dal contratto tra il comando Nato e l’industria statunitense costruttrice, Northrop Grumman, valore 1,5 miliardi di dollari, il più costoso di tutta la storia dell’Alleanza Atlantica.

(*) ripreso da antoniomazzeoblog.blogspot.com dove vale leggere anche antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/06/daqui-al-2030-faremo-la-nato-ancora-piu

Il nostro vicino Atomico

di Gregorio Piccin (*)

In piena crisi economica e sanitaria Macron ha annunciato la costruzione di una seconda portaerei a propulsione nucleare (classe De Gaulle) da 5 miliardi di euro. Nella spesa prevista non sono compresi i costi per la realizzazione della flotta di supporto ed il costo operativo annuale minimo che ammonta ad altri 220 milioni di euro.

IL GOVERNO FRANCESE ha inoltre fatto sapere che il prossimo 10 giugno – la stampa bretone parla di «finestra aperta tra il 9, il 10 e l’11» – a Penmarch, in Bretagna, avvierà i nuovi test del vettore nucleare M-51 il cui costo unitario ammonta a 120 milioni di euro. Un sommergibile nucleare è in grado di lanciare ben 16 di questi missili i quali a loro volta sono in grado di lanciare 6 testate su obiettivi diversi.
Questi annunci danno quindi avvio ad alcune delle linee guida del recente Libro bianco della Difesa che stanzia 100 miliardi di euro in quindici anni per il programma di rinnovo della flotta di sottomarini nucleari.

Il Movimento per la Pace francese, sceso in piazza anche il 28 maggio, in un comunicato dello scorso 3 giugno, denuncia come questi programmi si pongano in aperta violazione del Trattato di non proliferazione nucleare (Npt) e dichiara che «il governo avrebbe dovuto, in attuazione dell’articolo .6 del trattato Npt, agire in funzione del disarmo nucleare attraverso la sottoscrizione del Trattato per la Proibizione delle armi nucleari adottato dall’Onu nel 2017».

NELLO STESSO comunicato i pacifisti francesi fanno presente come ben altri sarebbero i dossier su cui investire risorse «un piano per la sanità pubblica con assunzione di personale, un piano per ricostruire il settore industriale medico nazionale, un piano per l’energia per avviare la transizione ecologica…».

Paese che vai, riarmo che trovi e i piani di Macron sembrano essere ben altri.

Anche in Francia infatti le spese militari non hanno subìto alcun arresto e si avviano a raggiungere il 2% del Pil come richiesto dalla Nato. Già prima della pandemia Macron aveva varato una Legge di programmazione militare da 295 miliardi di euro in cinque anni.

IL PIANO, evidentemente nemmeno scalfito dal virus, ha l’ambizione di garantire «l’autonomia strategica» nazionale ed europea. Oltre alle nuove acquisizioni (sommergibili nucleari, fregate, droni, satelliti, aerei ed elicotteri) la Legge di Programmazione Militare (Lpm) prevede un corposo aumento del personale: 6.000 unità per le forze armate di cui 1.500 per i servizi segreti e 1.000 operatori per la cybersicurezza più 750 funzionari da impiegare nella «divisione vendite» nella Direction Générale de l’Armement. Con questo livello di spesa Parigi vuole consolidare la presenza militare in Africa dalla Costa Atlantica fino all’Oceano Indiano, dal Senegal a Gibuti, passando per il Sahel e quindi ricongiungersi con altre basi e avamposti presenti nei due oceani.

QUESTA VISIONE strategica espansionista, aggressiva e ambiziosa richiede un concorso negli «oneri per la sicurezza» che la Germania offre già da anni. Mentre la capacità di proiezione globale (condivisa come piattaforma con gli alleati, tra cui l’Italia) offre all’industria bellica francese prospettive infinite; e il governo Macron persegue l’intenzione di dirigere lo scomposto neocolonialismo europeo con il ruolo di capofila militare-industriale e nucleare. Per il momento, sempre all’ombra della Nato.

(*) pubblicato anche sul quotidiano “il manifesto” del 9 giugno

LE VIGNETTE di Mauro Biani sono “vecchie” ma purtroppo sempre vere.

Per inciso, 80 anni fa, Mussolini trascinò l’Italia in guerra. Molti si lasciarono trascinare o preferirono non capire. E se – in questo – il passato assomigliasse al futuro prossimo?

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • La Bottega del Barbieri

    #StopArmiEgitto
    Fermiamo insieme l’invio di armamenti all’Egitto di al-Sisi
    Chiediamo al Governo di bloccare qualsiasi ipotesi di nuove forniture militari all’Egitto di al-Sisi.
    Chiediamo a Deputati e Senatori di pretendere un dibattito aperto e chiaro in Parlamento su questa ipotesi di “contratto armato” (che tocca punti nodali della politica estera e di difesa dell’Italia).
    L’appello di Rete Italiana per il Disarmo – Rete della Pace – Amnesty International:
    https://www.disarmo.org/rete/a/47776.html

  • Gregorio Piccin

    Ricordo che i politici “che si sono pronunciati”, elencati nell’ottimo pezzo di Giorgio Beretta, sostengono tutti il governo e/o ne fanno parte…

    “La responsabilità di governo” in cosa si traduce esattamente?
    Perché il “pronunciamento”, che costa un tweet, un post, una dichiarazione all’agenzia davvero stona con con la concretezza del sostegno incondizionato ad un governo per nulla differente da quelli che lo hanno preceduto.

    Ricordo che il Conte bis, in meno di un anno, ha introdotto la norma “goverment to goverment” che ha trasformato lo stesso ministero degli Esteri in agente di commercio dell’industria bellica nazionale, ha confermato le missioni in Iraq e Afghanistan annunciandone di nuove (in Mali e Libia), ha confermato in piena crisi pandemica tutte le commesse militari di terra, di mare e di aria (f35 compresi), ha posto alla presidenza di Leonardo un generale dei servizi segreti, ha confermato per bocca di Guerini la fede cieca (e fuori tempo massimo) nell’atlantismo. E questo solo per rimanere nell’ambito degli Esteri e della Difesa…

    Da troppo tempo la pace è soltanto un orpello etico con cui infiocchettare le giacche nelle occasioni elettorali.
    Esisterà pure per coloro che si pronunciano una (dico una) questione dirimente ed irrinunciabile tra le tante disponibili?…

    Sarà che la guerra l’ho vista in faccia in Bosnia da giovanissimo ma sul tema sono un irriducibile “massimalista”…
    Parliamone.

    Un saluto fraterno e un ringraziamento particolare alla Bottega che ospita.

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