«L’orribile verità»: un capolavoro di Leo McCarey

di Fabio Troncarelli

Il 20 ottobre1937 il pubblico di Philadelphia potè assistere, estasiato, alla prima proiezione di «L’orribile verità» (The Awful Truth) diretto da Leo McCarey, con Irene Dunne e Cary Grant: uno dei più film più divertenti e raffinati della cosiddetta screwball comedy degli anni trenta, più precisamente di quel sottogenere chiamato da Stanley Cavell «commedie del ri-matrimonio».

Jerry e Lucy Warriner sono marito e moglie e appartengono all’alta società di New York, sempre impegnati in una fatua vita sociale. In realtà sotto la facciata brillante i due sposi nascondo profonde insicurezze e non riescono a fidarsi completamente l’uno nell’altro: fingendo di essere disinvolti e tolleranti, tutti e due sono gelosissimi e questa specie di malattia finisce per rovinarli. I due decidono di divorziare. Vanno a vivere ognuno per conto proprio. Ma non riescono a stare lontani. E cominciano a farsi la guerra. Dopo una girandola di vicende comiche e grottesche, Jerry e Lucy finiscono per caso in due camere da letto che comunicano tra loro, nella casa di campagna della zia Patsy., la notte prima della sentenza di divorzio. Nessuno dei due riesce a dormire e piano, piano, nella notte misteriosa e magica, scoprono di avere fatto uno sbaglio. In un’atmosfera di miracolo domestico tornano insieme

«L’orribile verità» del grande Leo McCarey è un film straordinario. Del resto il regista (oggi dimenticato) è stato un artista di primo piano. Basti dire che ha inventato la coppia Stanlio-Ollio e che ha diretto da par suo i fratelli Marx. Per capire il suo talento di sottile, intelligente, attento, divertito e divertente osservatore della commedia umana basta solo una scena dell’Orribile verità. Dovete guardarla attentamente, in inglese, mettendovi nei panni di uno spettatore del 1937, l’anno in cui il film è stato proiettato. Dunque, lui e lei – Cary Grant e Irene Dunne – che erano marito e moglie, si sono separati in un modo assurdo: forse c’è stato un tradimento, forse no, ma quello che conta è che tutto è precipitato in un attimo senza possibilità di ripensarci un secondo. In attesa del divorzio i due si rivedono e combinano un guaio dopo l’altro. Tutti e due hanno solo un’idea fissa: far schiattare d’invidia l’altro e dimostrare che adesso stanno meglio di prima. Sono due gran signori, snob, persone coltissime e aristocratiche. Lo si capisce subito da come parlano, lui con l’accento inglese (è Cary Grant) e lei con il tono della Lady sofisticata tipico della upper class newyorkese. Ecco, i due vogliono apparire in gran forma e si fanno vedere in giro con un fidanzato e una fidanzata da schianto, da sfoggiare in pubblico per dimostrare che tutto va benissimo, alla faccia di chi ci vuol male. Fidanzata/o da schianto… Beh, secondo gli standard del 1937! Lei (Joyce Compton) è una bonazza di allora che vista oggi sembra quasi una caricatura. E lui (Ralph Bellamy) è un burino prestante che però rispetto a un “tronista” di oggi sembra un gentiluomo compassato. Dovete fare uno sforzo e superare il conformismo bovino della mejo gioventù dei nostri giorni e del Pensiero Unico che ci costringe a vivere incollati al presente e a credere che sia il migliore dei mondi possibili. Nel 1937, negli Stati Uniti, uno era trucido se parlava come un bambinone, con l’accento dei bassifondi, se ballava goffo come un orso; e una era trucida se faceva timidamente vedere le gambe (ricordate Accadde una notte?): insomma se era la caricatura della persona per bene. Per capirlo bisogna fare attenzione a come una persona parla, si muove, non ai tatuaggi sulle braccia. Facciamo attenzione a quel che vediamo: siamo in un locale di lusso ma equivoco. La bonazza è andata a prepararsi per la sua canzone; lui ha detto che lei è «un’artista» e tutti aspettano di ammirare la sua “arte”. Nel frattempo chiacchierano. Cary Grant, perfido, con l’accento British, viene a sapere dal giovanottone che parla come un cow boy e non vede l’ora di sposarsi con la lady sofisticata per portarla nella sua casetta nella prateria. «La capitale?» sussurra Cary Grant, compiaciuto. «In Oklahoma City, la capitale» gorgheggia il baccalà. Con perfido stupore Cary sgrana gli occhi e sillaba: «Davvero?». Come se parlasse di Parigi, mentre la sua ex-moglie sospira imbarazzata, ben sapendo che sta parlando del deserto del Sahara. Ma la delizia di Cary Grant mica finisce qui. Il baccalà gli sciorina estasiato le delizie della vita coniugale, sussurrando suadente che vivranno insieme alla vecchia mamma, come si conviene a una coppia del vecchio West, là dove il ragazzone possiede, come ha detto prima, «bestiame, cavalli e polli». La signora comincia a sudare freddo ma lo fa vedere solo alzando gli occhi al cielo. Ecco che entra in scena la grande “artista”. Attacca una canzone melodica e sentimentale, come andava di moda allora. Versi strappalacrime: «I miei sogni sono andati via col vento». E che succede mentre dice «col vento?». Viene Rossella o’Hara? No! Succede che un vento furioso da sotto la pedana le solleva le gonne e fa vedere – orrore, orrore – le gambe nude. Ecco chi è l’artista. Una spogliarellista.

L’ex-moglie ha un lampo di gioia negli occhi. Il baccalà sgrana a sua volta gli occhioni e nasconde con difficoltà una certa qual cupidigia sessuale, da censurare rigorosamente in pubblico. Cary, che aveva appena gustato il suo trionfo, si nasconde la faccia tra le mani. Il vento continua a sollevare le gonne alla bonazza. Billy Wilder copierà l’idea in Quando la moglie è in vacanza e in una scena memorabile farà sollevare la gonna a Marylin Monroe. Cary Grant vorrebbe nascondersi sotto il tavolo mentre Irene Dunne si lecca i baffi sorniona. La bonazza esce. L’imbarazzo finisce. Cominciano le danze. Cary si meraviglia che il baccalà non inviti la sua lady. “Ma come: lei era una ballerina di classe che lasciava tutti stucco nelle feste raffinatissime della migliore società di New York. Ballava il valzer come una professionista”. Che aspetta il salame a farla volteggiare come una libellula?. Il salame imbocca subito. Affera la sgomenta lady con le sue manone e prima le pesta i calli, ballando come un cane un ritmo lento; poi si scatena in un ritmo “jazz” scalciando a destra e a manca, rifilando un calcio all’esterrefatta signora. Cary Grant tira un sospiro di sollievo. È il suo trionfo. Sposta la sedia in avanti. Non perderebbe lo spettacolo per tutto l’oro del mondo! Dà una mancia al cameriere per far suonare l’orchestra a ripetizione il ritmo matto che strapazza la vera signora e la riduce a uno straccio… Beh, se volete vedere il resto del film, dovete solo comprarvi il Dvd. Buona visione.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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