Lotteranno fino alla morte

di Giuliano Bugani

Ai lavoratori della Fincantieri in lotta

Suicidati. Operai. Padri. Figli. Suicidati. Per loro, altri saranno in lotta. Non preoccupatevi. Dei morti. I vivi e i morti. E il resto non avrà fine. Suicidi. Licenziati da Fincantieri. Anni fa. Poi, oggi, tremila, licenziati. Forse cinquemila. Che importa. A Amministratore Delegato, che importa. Uno più. Mille meno. Che importa. La vostra carne, da macello. La nostra carne. Al manganello. Celere ovunque. Ma io perdo lavoro. Io non rubo. A Celere non importa. Uno più. Mille meno. Sangue. Sul viso. Carne. Da macello. Operai, al patibolo. Ma voi. Verrete al fianco. Fino alla morte. C’è una morte. Anche per Amministratore. Con noi. Sul patibolo. E poi, il politico. Al mio fianco. Una corda. C’è sempre. Sui patiboli della vita. Fine vita. Per noi, che volete chiudere. Non si chiude mai. Sempre si muore. E allora, in ginocchio. Figli di troia. Roma arriverai. Arriveremo. A migliaia. Uno più Uno meno. Sangue. Sul viso. Il tuo. Uno più. Uno meno. Prenderemo auto blu. Le tue scarpe nere. Il tuo funerale. Fino alla morte. Prenderemo il tuo scranno. Fino alla morte. La sera. Torneremo a casa. Quella che paghiamo. Prenderemo la tua. Che ti sei regalato. Fino alla morte. A migliaia di case. Una più. Una meno. Ai compagni, suicidati. Quelli di ieri. Quelli di domani. Dedico un patibolo. In tua compagnia. Uno più. Uno meno. Una guerra. Una più. Una meno. Fino alla morte. Il patibolo, davanti alla croce. Crocifissi. Rideremo. Dei chiodi tra i nervi. Rideremo. Vederti. Penzolante. Amministratore. Delega la morte. Se puoi. Noi siamo occupati. A lottare. Scendiamo. Vedi, dalla croce. Siamo il ferro, dei chiodi. Nervi saltati. Fino alla morte. Per i compagni. Suicidati. Per loro e per altri. Lotteremo. Per un paese diverso. Sarai allora, solo. Sul patibolo. Noi si scende. La corda è tua. Figlio di troia. Non hai capito. Tu, devi morire. Sangue, ancora sangue. Come sempre. Uno più. Uno meno. Nelle strade, a senso unico. Nei palazzi, di potere. Mille più. Mille meno. Fratello d’ Italia. Siam pronti alla morte.

25 maggio 2011 Giuliano Bugani (operaio, giornalista, poeta)

Redazione
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3 commenti

  • spero di esserci anch’io, quel giorno

  • ismaele franco fortino

    appoggio e condivido decisamente e…io porto er sapone!!!

  • Antonio Fantozzi

    «Guarda che bellezza, bionda, fresca, spumeggiante», dice il mio amico barista porgendomi il bicchiere gocciolante, e guarda una bionda che passa e ha un culo che sembra parlare. «Questa città campa di gloria. Gloria che è diventata mito, e dal mito il prestigio. E Loro ne parlano, e il mito lo gonfiano, il mito, il mito. E chi sono Loro? Loro sono quelli che non sono come me e te. Loro sono quelli che governano la città e ne decidono le sorti. Campano di rendita su un prestigio che non appartiene a Loro ma ad altri prima di Loro. Gente come mio nonno che si chiamava Onesto, piccolino e magrolino, ingiallito in una fotografia ingiallita, del colore della sabbia della Libia, con un sacco di frumento da un quintale sulla soma, da mattina a sera, anche lui come un somaro. O se no a scarriolare terra su e giù per l’argine di un canale che ancora canale non era, estate e inverno, all’epoca del Duce. Il prestigio dei partigiani sinceri, delle donne generose, degli uomini onesti. Di questi già morti, chi comanda oggi non è nemmeno parente, e neanche nel pisciare gli assomiglia. Diceva mio nonno, in Africa ti porto, quando sei più grande. Ma per lui non ho fatto in tempo a diventare grande, che è morto prima. A vedere l’Africa ti porto, non a far fatica. È morto di cancro, ingiallito anche lui come la fotografia che guardo ogni tanto. Morto di morte e nient’altro. Poi in Africa ci sono stato, senza il nonno, nel giallo di una terra senz’acqua, a cercarla là sotto, con la trivella. Un’avventura, ragazzo, non la guerra. Ragazzo, non farti fregare dalle apparenze. Questo mio ventre gonfio è come il barile pieno di birra. Tutto il resto sono muscoli. Perché io il mondo l’ho girato a piedi. Non ho mai avuto nessuna superstizione nei confronti della lentezza. La lentezza è la più grande astuzia della Natura. Guarda per esempio la tartaruga. Nessun animale è più lento e allo stesso tempo più longevo, e nelle favole è saggezza quella che esce dalla sua bocca. I tempi della Natura ci rimangono estranei, perché il tempo di noi umani è solo quello dei corpi schiantati dal lavoro. Il nostro è il tempo dello sfruttamento. M’et tot? E adesso un goccio, che a forza di discorsi mi si è seccata la gola. Ti voglio bene. Non so perché, però ti voglio bene. Alla salute! Cerca di volermi bene anche tu e mandami a cagare ogni volta che ce n’è bisogno. A me la gente piace così. Sai quante volte ho incontrato persone che con la bocca mi dicevano parole e nel cuore ne avevano altre? Dì’, lo sai che nella vita sono stato un ladro? Ne ho l’inclinazione. E sono stato un assassino. Io sono tanti, io sono legioni. Senti qua: alla fine, noi occidentali, camperemo sulla pelle di quelli che letteralmente moriranno di fame, e a quelli come me e te toccheranno le briciole, giusto per farci stare buoni, e noi urleremo un grazie grande così. È questa la globalizzazione. Il capitale è uscito dall’angustia degli Stati, e si è fatto mondiale. Ma il mondo è questo, e non è infinito, e oltre al mondo non c’è nessun’altra frontiera. Di’, ti si stanno aprendo le branchie, ragazzo».
    Con questa umidità tutto è possibile, nella terra degli ufo.
    «Senti qua. I giovani lottano al posto nostro, e noi li rinneghiamo. Che padre è quello che tradisce il figlio? Che cazzo di padre è, lo sai tu? Quando le mie figlie spareranno, io voglio essere quello che ricarica i fucili. Ya Basta! urlo, e assomiglia a una bestemmia. Apposta lo dico in spagnolo. Ya Basta! E poi ti voglio dire un’altra cosa. Dobbiamo smetterla di fare paragoni. Questo è meglio di questo? Ma che cazzo dici?! Questo è buono e questo è cattivo! Questo è giusto e questo è ingiusto! È così che si deve dire, è così che si deve pensare, secondo coscienza! E si deve anche dire sì sì oppure no no, e nulla più. Perché, se aggiungi anche solo una parola, mortifichi il senso. Ci hanno tirato su come bestie, dobbiamo tornare a essere uomini. Ma io sono piccolo piccolo, e stupido anche. Bevi, va’ là, che te ne porto un’altra. Manteniamo alto il tasso alcolico e diciamoci la verità. M’et tot?».
    Quando ritorna con due birre fresche di schiuma riprende il discorso.
    «Ascolti la radio? Sì che l’ascolti. Ah, la radio! Lo sai quanto può essere importante? La radio comunitaria, per informare i poveracci delle cose che li riguardano. La salute, per esempio. Per esempio in Africa. Gli indichi un ufficio dove sbrigare certe pratiche, comunichi alle donne in quale ambulatorio andare per le vaccinazioni, le istruisci sul loro corpo, le aiuti quando aspettano un bambino, cose così e molte altre. E poi musica, da ascoltare, la loro musica. Così la gente si sente meno sola. Peppino Impastato lo aveva capito anche lui, e l’hanno ammazzato che neanche aveva fatto cento passi. Gli hanno chiuso la bocca per sempre. Con la radio si può aiutare la gente, con la radio si può fare la rivoluzione. Il problema è che l’hanno capito anche Loro, e si sono inventati il monopolio dell’etere. E poi per mettere su un baracchino adesso ci vogliono troppi soldi, e i poveracci non li hanno, e allora niente radio. Ragazzo, il mazzo di carte è truccato. Dovremmo essere saggi e smettere di giocare. Se c’è la globalizzazione dei ricchi, noi dobbiamo desiderare la globalizzazione dei poveri, e così glielo diamo nel culo. E per arrivare dove? All’armonia, ragazzo, solo all’armonia. E allora fonderemo il Movimento Armonico».
    Ecco, l’ha detto. Armonia. Questa sì che è una parola di verità. E ne parlo anche a casa, con il Genio del fumo, nella città delle rotatorie, nel territorio Emilia Romagna, a Reggio Emilia.

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