L’ottima fantascienza di Clelia Farris

Si scrive Clelia, come in italiano, ma ovviamente si deve pronunciare Clilia. Il cognome Farris è tipicamente yankee ma forse di ascendenza olandese. Di lei sappiamo solo che vive in quella zona magica degli Stati Uniti intorno ai Monti Appalacchi e che questo è il suo secondo romanzo.

Va detto subito: «Nessun uomo è mio fratello» (Delosbook, 230 pagine per 13 euri) non dovete perderlo. La fantascienza migliore, forte di una metafora sociale vivissima e con una scrittura impeccabile. La trama è di apparente semplicità e il secco riassunto in copertina non inganna: «C  come carnefice e V come Vittima. In una società divisa in Vittime e Carnefici, la legge riconosce al Carnefice di poter uccidere la propria Vittima e restare impunito».

Siamo in Indonesia – così sembra, dai nomi e dai luoghi – e il protagonista, che vedremo crescere, è Enki Tath Minh, figlio di Lau, un contadino odioso: predestinato a raccogliere il riso e a essere trattato male. In una società dove «una sola cosa può sorprendere un Carnefice: la resistenza della Vittima». E dove quasi tutte le persone pensano al destino «come a un fatto personale, non sociale». Ma forse… «il destino accade agli stupidi».

Il prologo inizia così: «Questo è il mio segno. Io sono lui e lui è me». Un piccolo segno sul corpo – talvolta è in bella vista, altre più nascoste – a forma di C o di V segna l’appartenenza. Eccoci subito nella «stagione dei desideri» comprese le fantasie sessuali, ora ingenue e ora violente, di Enki e dei suoi giovani amici. La scoperta dei segni sul corpo è dolorosa. Metterla in discussione sembra impossibile. Per nessun motivo, neppure la legittima difesa, si può trasgredire: «le Vittime non possono uccidere un Carnefice, questa è la legge» dice Tran. E l’amico Ho risponde per nulla scherzando: «Sarebbe il mondo a capinculo», cioè a rovescia.

Eppure…. Passando fra equinozi e noviluni, in una splendida ambientazione di campagna (l’autrice sembra sapere tutto sul riso, Ogm compresi) prima e poi in città e all’interno di una fabbrica, scopriremo che la realtà è ben più complessa: esistono Vittime speciali e Carnefici particolari, qua e là emergono tracce di una fallita rivolta, qualche scienziato conduce esperimenti che potrebbero rendere il mondo ancora più atroce o magari metterlo davvero a «capinculo».

Fra suspence e Ippocrate, fra un andamento noir e spunti di fantascienza pura, fra la poesia della Madre del riso e tremendi scoppi di violenza, le pagine scorrono veloci. Ci sono anche scene erotiche appassionanti: mai volgari, cosa rarissima di questi tempi, capaci di non mettere al centro «la prestazione» ma la complessità dell’amore, del sesso e del fattore x. L’autrice ci accompagna sicura al finale e all’inevitabile colpo di scena. Ma è una soluzione definitiva o siamo di fronte solo a una «penultima verità» come piaceva pensare al grande Philip Dick? Va aggiunto che oltre in 200 pagine qualche «lc» – luogo comune – scappa anche a chi da sempre amoreggia con la scrittura: invece Clelia Farris riesce a rendere nuove e sorprendenti le situazioni più abusate e non celebra mai «le nozze d’oro» fra sostantivi e aggettivi.

Un piccolo colpo di scena c’è anche in questo articolo: infatti l’autrice non è nata negli Appalacchi ma a Cagliari. Se fosse statunitense probabilmente qualche critico letterario griderebbe al “miracolo” ma essendo sarda faticherà a farsi leggere. Peccato perchè questo è uno dei romanzi più interessanti degli ultimi anni e se Clelia Farris continuerà così…. finalmente avremo un Valerio Evangelisti al femminile, cioè la capacità di declinare il meglio di un genere (la fantascienza) rompendone le gabbie e le pigrizie per arrivare a creare nuovi magazzini di mondi e di scritture. Nella acutissima prefazione, Salvatore Proietti giustamente lo definisce «un libro importante, tradizionale e modernissimo allo stesso tempo». E più avanti si chiede se non sia il momento di «raccontare la storia della fantascienza in Sardegna». Sì, sarebbe ora.

(questa mia recensione è in uscita sul quotidiano “L’unione sarda“)

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