«L’uomo che vendette la luna»

  3R3D: tre recensioni tre – quasi tutte mie – al romanzo di Cory Doctorow

Cory-copertina

Venghino siore/i, venghino: tre recensioni al prezzo di una.

 

La PRIMA rec è quasi telegrafica.

A proposito di Cory Doctorow, da poco «Bruno Alpini» ha scritto nei commenti della “bottega”: «…e leggetevi l’ultimo, L’UOMO CHE VENDETTE LA LUNA: in 100 pagine c’è tutto». Confermo eppur smentisco. Ipotizzo che «Alpini», al contrario di Alexik e Francesco – vedi altri due commenti – al momento di scrivere non conoscesse i precedenti «Homeland» e «Little Brother». In queste 100 pagine c’è un bel po’ di Doctorow ma altrove trovate di più e di meglio.

 

La SECONDA rec è qui sotto: brevina anch’essa ma – devo dirvelo – sarebbe più corretto che non la leggeste oggi.

Come negli altri suoi romanzi – almeno quelli che ho letto finora – Doctorow scrive fiction ma definirla fantascienza è improprio, visto che le tecnologie di cui tratta sono quasi tutte già disponibili. Su questo mi piacerebbe sentire un po’ di voi “hackerofili”… Perciò la mia rec non dovrebbe essere postata di Marte-dì ma queste forse sono pignolerie. Certo esiste la fanta-sociologia ma: a) non è questo il caso e b) si tratta comunque di un altro discorso.

 

LA TERZA rec è quella “martedi-ana”.

Al terzo libro che mi entusiasma posso dirlo: il quasi canadese – come Robert Sawyer – Cory Doctorow è ormai nella mia personale “hit parade” della fantascienza post-anni dorati. Ma se questo romanzo, pur essendo ambientato nel 2019 e terminando nel 2057, non fosse fantascienza? Chissene, neanche il mio aaaaaaamatissimo Theodore Sturgeon scriveva sempre fantascienza. Come dite? «L’uomo che vendette la Luna» ha vinto il premio Sturgeon 2015? Appunto.

Sto parlando di un agile libretto – 100 pagine per 12,80 euri – del 2014 appena pubblicato nella collana Odissea da Delosbooks e tradotto… non posso dirvi da chi, in quanto che se non sono orbo nella mia copia di ciò si tace.

Chi spesso passa da qui sa che io non trovo giusto svelar troppo le trame, così mi limito di solito a gettare esche. Vediamo se abboccate.

«La Luna appartiene alla gente, non alle multinazionali». Che ne dite?

Quanto alle stampanti 3D – vere coprotagoniste del romanzo – e simili ci sono passaggi che copierei per intero. Come quello in cui spiega come certa tecnologia «sconfini nella magia». Sono un vecchio stregone del “tecnovudù”: non me ne vanto però neppure me ne pento.

Sul lavorare insieme mi limito a dire, con Doctorow, che spesso «è l’esatto contrario della catena di montaggio dove la lentezza di una persona costituisce un problema per l’intera fila. Una buona catena umana consente a tutti di contribuire al ritmo loro congeniale e quante più componenti ci sono, meglio funziona la catena».

Docttorow ama le feste un po’ estreme: così qui ci porta al «Quattro di Juplaya» («stai dicendo che è come il buddhismo con l’aggiunta di stupefacenti ricreativi e di esplosioni?») e di nuovo – come nello splendido inizio di «Homeland» – al più famoso «Burning Man».

Vi annuncio che me ne “rivenderò” – magari citando la fonte – alcune: la definizione «loscocrazia americana»; l’assioma «ci sono zero possibilità che non fare niente sia la cosa giusta»; il sogno di «un futuro dedicato a soddisfarsi l’un l’altro»; i ragionamenti fra pagina 57 e 58 come quelli sulla “fame nel mondo”.

Diranno i pignolini – e si associa infatti Severo De Pignolis, il quale dorme sotto la mia ascella destra – che forse il romanzo è un po’ squilibrato fra le due parti, con un finale brusco. Può darsi ma di nuovo chissene: qui c’è abbastanza intelligenza, amore e rabbia, idee, personaggi, intrecci per scrivere altri 4 romanzi. Su una cosa concordo invece con Severo De Pignolis: in italiano «trentatrè» non è palindromo.

Dunque consiglio a tutte/i «L’uomo che vendette la Luna», con particolare impeto a chi si occupa di permacultura, a chi ha sconfitto qualche cancro, a chi «bisticcia» con i programmi dei computer, a chi pensa che la Terra è troppo stretta per il genere umano perciò prima o poi dovremo riprendere il nostro viaggio anche negli spazi esterni. E anche a chi sa che Venezia verrà sommersa e Padova ne trarrà vantaggio; a chi crede nel crowdfunding; a chi sa che «il capitalismo in stadio avanzato non è riformabile»; e ovviamente a chi traffica con la stampa 3D.

 

       BIBLIOGRAFIA MINIMA IN “BOTTEGA”

Di «Homeland» ho scritto due volte, di Marte-dì e no: qui «Ci dicono che questa è la nuova normalità» e qui Ops, mi è scappato un Marte-dì (rinforzato da Francesco Masala: cfr Homeland – Cory Doctorow). Di «Little Brother», letto in ritardo, ho da poco “cantato le lodi”: vedi Quanto mi piace Cory Doctorow. Mi sono poi ricordato – ah la memoria a gruviera – che di questo autore avevo letto dell’altro e infatti in “bottega” troverete anche Su «Infoguerra» di Cory Doctorow.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Grazie per le recensioni; la traduzione, è obbligatorio dirlo, è del nostro Marco Crosa che traduce buona parte delle cose di fantascienza che curo io. Imperdonabilmente nel volume è saltata la dovuta indicazione.

  • Nema problema, Silvio.
    L’importante è averlo tradotto.

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