L’uragano Rubin se ne è andato

«Pistol shots ring out in the barroom night»: persino chi (come me) non sa l’inglese capisce e riconosce questi versi,

specie se li ascolta dall’inconfondibile voce di Bob Dylan. E’ la frase d’apertura di «Hurricane», registrata il 30 luglio 1975.
La prima strofa dice: «Colpi di pistola risuonano nella notte del bar / Entra Patty Valentine dal piano di sopra / Vede il barista in una pozza di sangue / E grida: “Dio mio, li hanno uccisi tutti”. / Ecco la storia di Hurricane…», cioè del pugile Rubin Carter, che rimase in galera dal 1967 al 1985 per essere poi prosciolto. Coraggiosa la canzone di Dylan che, in una strofa, chiarisce il clima ovvero cosa succede agli afroamericani in una città razzista: «un poliziotto lo fa accostare al lato della strada / proprio come la volta prima e la volta prima ancora / a Paterson questo è il modo in cui vanno le cose / se sei negro è meglio che non ti faccia nemmeno vedere per strada / o ti incastrano». Ed ecco il processo: «Tutte le carte di Rubin erano segnate fin dall’inizio / il processo fu una farsa, egli non ebbe mai una sola possibilità / il giudice fece passare i testimoni pro Rubin per ubriaconi degli slums / per la gente bianca che osservava lui era un vagabondo rivoluzionario / e per i negri era solo un negro pazzo / nessun dubbio che fosse stato lui a premere il grilletto / e sebbene non fosse stato possibile produrre l’arma del delitto / il Pubblico Ministero disse che aveva compiuto lui l’omicidio / e la giuria composta esclusivamente da bianchi fu d’accordo». Così «lo portarono in una prigione / dove cercarono di fare di un uomo un topo». Conclusione? «Nel vederlo così palesemente incastrato / mi sono vergognato di vivere in un Paese / dove la giustizia è un gioco».
Hurricane – era il suo soprannome da pugile – Rubin Carter è morto a Toronto ieri e nelle frettolose, imprecise, persino favolistiche ricostruzioni giornalistiche a volte sembra che sia stato merito di Bob Dylan se nel gioco per una volta la “giustizia” ha trionfato.
Vale ricostruire, per sommi capi, la storia di «Uragano» Carter utilizzando invece il bel libro biografico scritto nel 2000 da James Hirsch e tradotto in italiano (nel 2010 da Marco Bertoli per le edizioni 66thand2nd) con il titolo «Hurricane, il miracoloso viaggio di Rubin Carter». C’è un’altra, interessante biografia di Carter – alla base poi di un film – che però non è stata pubblicata in italiano.
Il dettagliato libro di Hirsch – 500 pagine – inizia raccontando la (ex) «Casa della morte» di Trenton nel New Jersey dove fu rinchiuso anche Hurricane: «casamatta di cemento e mattoni che ospitava, in celle piccolissime, i condannati alla pena capitale; poco distante, addossata a un muro, c’era una sedia elettrica. Il primo detenuto era arrivato alla casa della morte il 29 ottobre 1907. Sei settimane più tardi era morto, il corpo riverso rasato e umettato con l’acqua salata per condurre meglio la corrente. […] Fu almeno una morte che diede a quel luogo una breve aura di celebrità scellerata. Richard Bruno Hauptmann, condannato per l’assassinio del figlio di Charles Lindbergh, ricevette la scossa nella luce intensa di quella stanza alle 8,44 di sera del 3 aprile 1936. […] La Casa della morte fu smantellata nel 1972 […] I dirigenti della prigione inventarono una nuova mansione per quel locale: sarebbe diventato il Centro visitatori. Fu apprezzato da quasi tutti i carcerati. Era la prima volta che Trenton permetteva ai prigionieri il contatto fisico con i visitatori. […] Ma a Rubin Carter tutto questo non importava, rifiutava qualunque cosa la prigione gli offrisse, comprese le visite».
Hurricane aveva rischiato la pena capitale ma gli furono assegnati 3 ergastoli. Nel settembre 1980 si trovava a Trenton (dove, da 4 anni, non riceveva visite) quando gli giunse una lettera dal Canada: «era di un ragazzo nero dei ghetti di Brooklin che, cosa piuttosto strana, abitava a Toronto» in una sorta di “comune” che lo aveva in pratica adottato. Il diciassettenne Lesra Martin scrisse a Carter che aveva letto la sua autobiografia («La sedicesima ripresa», scritta in prigione nel 1974) «e che questa lo aveva aiutato a capire meglio il fratello maggiore, incarcerato a New York». Da qui inizia «il miracoloso viaggio» che porta alla liberazione di Carter. Non ve lo racconterò ma leggete il libro o recuperate «The Hurricane» (del 1999) di Norman Jewison con il bravissimo Denzel Washington nella parte di Rubin Carter: un film «con un buon sapore d’antico» (scrisse Roberto Escobar) e che Morando Morandini apprezzò particolarmente per come racconta “lo sdoppiamento” in cella del protagonista.
Per quel che riguarda il ruolo di Bob Dylan (all’epoca ancora un “cantastorie” non l’odiosa Spa fabbrica-soldi del periodo successivo) il libro di Hirsch ricostruisce la campagna di mobilitazione per Carter che vide impegnato anche Muhammad Alì e il giornalista Selwyn Rabb. Fu però il cineasta Richard Salomon a contattare Dylan e a convincerlo a visitare Carter in prigione. Secondo la ricostruzione di Hirsch, Hurricane disse a Dylan che «le sue canzoni avrebbero avuto più forza se avessero saputo raggiungere un pubblico multirazziale. “Sei un uomo a 16 cilindri e ne usi solo 4” gli disse Carter».
Sia resa lode a Dylan per il suo impegno però non fu certo quella canzone a riaprire il caso. Ci riuscirono l’impegno di Lesra Martin prima e poi di tutto il gruppo della “comune” canadese che dal 1980 aiutarono Hurricane a ritrovare la fiducia in se stesso e si impegnarono, con un nuovo avvocato, a ricostruire tutta la vicenda giudiziaria. Nel 1985 la Corte Federale sentenziò che Carter e l’amico accusato con lui non avevano avuto un processo equo. Una volta liberato Carter si trasferì in Canada dove si è impegnato con l’Adwc (Associazione per la difesa dei condannati per errore): perché purtroppo il pregiudizio razzista che portò in carcere Hurricane riguarda molte altre persone e dunque… la lotta continua.

Redazione
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  • Ho commesso un piccolo errore. Vedo oggi (da “il manifesto”) che anche un altro libro – quello di Sam Chaiton e Terry Swinton che ispirò il film – è stato tradotto nel 2000: lo trovate da Rizzoli con il titolo “Lazarus e Hurricane”. Il Lazarus in copertina è quello che si solito viene chiamato Lesra. (db)

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