Ma ancora ci serve Gagarin? Con…

il dubbio che (a volte) la Terra sia un satellite della Luna e la certezza che Giordano Bruno avesse ragione

Il meglio del blog-bottega /114…. andando a ritroso nel tempo (*)

Il primo uomo rimane nello spazio solo per 108 minuti: due orbite intorno alla Terra, poi Yuri Gagarin si lancia con il paracadute e atterra illeso da dove era partito, in Urss.

Vola sulla Vostok 1, piccola ma pesante (quasi 5 tonnellate). I nomi contano, specie in tempi di “guerra (cosiddetta) fredda” e Vostok significa Est. Tutti hanno capito che i sovietici sono avanti nella “corsa dello spazio” (prima lo Sputnik il 4 ottobre 1957, neanche un mese dopo la cagnetta Laika) ma quel giorno di 50 anni fa, il 12 aprile 1961, il distacco impressiona. Gli Usa reagiscono con tutta la loro forza e – 8 anni dopo – sulla Luna arrivano primi. E per ora soli. Nessuno è capace di seguirli o vuol tentare. E gli Stati Uniti non sembrano aver fretta di fare il salto successivo, cioè su Marte, mentre gli ipotetici inseguitori (dalla nuova Russia all’Europa o alla Cina) chiacchierano molto e volano poco. Lo spazio non ci appassiona più?

Alla faccia dei pretesi superuomini, è comunque un piccoletto (1,57), nato in una famiglia povera, il primo a vedere la Terra da lassù. Si racconta che il giorno della premiazione, sulla Piazza rossa di Mosca, Gagarin non sia molto marziale con il reggicalze staccato che gli spunta dai pantaloni. Poco militaresca – ma stupenda – è pure la frase della prima donna nello spazio, sovietica pure lei, cioè Valentina Tereshkova che il 16 giugno 1963 dalla Vostok 6 dice: «ehi cielo, apriti che vengo verso di te». Io ero molto piccolo in quel ’63 ma già azzardavo battute; così in famiglia mi ricordano brufoloso ma sogghignante ripetere a chiunque incontri: «va… lentina? non mi pare, anzi corre forte».

«Io sono Gagarin.
Per primo ho volato,
e voi volaste dopo di me.
Sono stato donato
per sempre al cielo, dalla terra,
come il figlio dell’umanità
».
Inizia così un lungo poema di Evgenij Evtushenko dedicato al primo cosmonauta ma che in lui abbraccia quelle e quelli che sono venuti dopo e che ancora verranno.

Sappiamo oggi che pochi mesi prima del trionfo di Gagarin – alle 18,45 del 24 ottobre 1960 – l’Unione sovietica vive (e nasconde) la peggior catastrofe della storia astronautica: a Baykonur un razzo esplode e provoca la morte di 82 persone (ma altre fonti dicono 126) fra le quali Mitrofan Ivanovich Nedelin, a capo del progetto.

Il vero Korolev e l’altro

Ma il vero cervello del programma spaziale sovietico, che i più conoscono solo come il “costruttore capoè Sergej Pavlovic Korolev. Prima perseguitato da Stalin, poi riabilitato, infine eroe nazionale. Forse la sua morte è una delle ragioni per cui l’Urss perde la “gara”. Ufficialmente, il “costruttore capo” muore il 14 gennaio 1966, durante un’operazione medica. Ma se andate in edicola trovate una più affascinante storia – pura fantascienza è ovvio – secondo cui Sergej vola invece su Marte. Con il romanzo «Korolev» (Urania 1569) l’italiano Paolo Aresi ha costruito uno splendido omaggio all’uomo che aprì la strada verso lo spazio: una frontiera piuttosto vasta visto che di sicuro comprende «qualche migliaio di stelle» e milioni di pianeti. Quello di Aresi è un gran bel libro, non fatevelo sfuggire.

Ben prima di Korolev e di Gagarin, si vola solo con le poesie o i miti (molte e diversissime civiltà sono unificate dal culto delle aquile). Chi osa sfidare gli uccelli e gli dei – così pensano i più – finisce male, si brucia come Icaro. Passano i secoli e qualcuno pensa che si può arrivare dalle parti dalle nuvole ma più su … forse no.

Ne erano certi persino i fratelli Wright, primi veri aviatori, forse per l’influenza del padre (vescovo episcopale) che aveva sentenziato: «L’uomo non volerà mai, il volo è riservato agli angeli». Più cauto, Wilbur, uno dei figli: «Nessuno volerà prima di altri 50 anni» disse al fratello Orville nel 1901, il quale a sua volta (nel 1908) dichiara: «Nessuna macchina volante potrà mai viaggiare da New York a Parigi». Come si sa, i fratelli Wright riuscirono – il 17 dicembre 1903 – a far alzare (per pochi minuti) un aereo mentre per il volo transatlantico bisogna aspettare il 20 maggio 1927 con Charles Lindberg.

Nel ‘900 impariamo a volare ma lo spazio “profondo” ci è precluso e la Luna ancor più. Così pensa la maggioranza quando, circa un secolo fa, i cieli iniziano a riempirsi di oggetti volanti: alcuni più leggeri dell’aria (mongolfiere, dirigibili e cugini vari) e altri più pesanti (aerei).

Si prende atto che un volo Parigi-New York alla fine è possibile come un bombardamento aereo (il triste primato è dell’italiano Giulio Gavotti: il 1 novembre 1911nell’oasi di Tagiura, vicino a Tripoli; coincidenze e ironie della storia, 100 anni fa proprio in Libia) ma qui si ci ferma. Satelliti artificiali, razzi, viaggi interplanetari? Roba da poeti, da scrittori di fantascienza o da innamorati. Fortuna che in giro c’è qualche eretico. Di solito la paternità dell’astronautica è attribuita a uno strano trio di “teorici”: in ordine alfabetico lo statunitense Robert Goddard, il mancato medico tedesco-romeno (i passaporti e i confini cambiano spesso, si sa) Hermann Oberth e Konstantin Tsiolkovsky, un ingegnere utopista russo che però fa il maestro. I tre hanno ovviamente passioni e conoscenze in comune ma – come racconta il bel libro «La luna d’ottobre» (nota 1) – il principale elemento che li unisce è … la lettura di Jules Verne e di Herbert Georges Wells. Eccola di nuovo, la fantascienza. Forse è lei che ci ha portato sulla Luna.

Ti chiedo scusa Leonel

Invito chi sta leggendo a fare con me un doppio salto dallo spazio alla terra e dalla mattina del 12 aprile1961 (se preferite dalle 3,56 del 21 luglio 1969 quando Neil Armstrong posa piede sulla Luna) al 15 gennaio 1970.

Siamo nel “cortile di casa” degli Stati Uniti, un paesotto che si chiama Nicaragua e dove negli anni ’30 un tal Sandino ebbe l’ardire di ribellarsi al potente vicino ma che ora – nel 1970 – è “tranquillo” (e soprattutto filo-yankee) sotto la dittatura della famiglia Somoza.

Quel 15 gennaio ’70 le truppe somoziste intimano a Leonel Rugama – poeta e rivoluzionario “nel nome di Sandino” – di arrendersi. Non ha scampo Rugama ma urla (e in America latina passerà alla storia): «que se rinda tu madre». Verrà assassinato quasi in diretta tv come “monito” a chi si ribella. Però nove anni dopo i sandinisti riusciranno a cacciare la dittatura.

Cosa c’entra il 21enne Rugama – che non si arrende – con la Luna? Pochi mesi prima ha scritto una poesia che in America latina non è dimenticata (da noi invece è quasi ignota). Si intitola «La Terra è un satellite della Luna». Eccola nella traduzione di Alberto Masala (nota 2).

«L’Apollo 2 costò più dell’Apollo 1

L’Apollo 1 costò abbastanza.

L’Apollo 3 costò più dell’Apollo 2

L’Apollo 2 costò più dell’Apollo 1

L’Apollo 1 costò abbastanza.

L’Apollo 4 costò più dell’Apollo 3

L’Apollo 3 costò più dell’Apollo 2

L’Apollo 2 costò più dell’Apollo 1

L’Apollo 1 costò abbastanza.

L’Apollo 8 costò un sacco, ma non si avvertì

perché gli astronauti erano protestanti

e dalla luna lessero la Bibbia,

meravigliando e rallegrando tutti i cristiani

e al ritorno il papa Paolo VI li benedì.

L’Apollo 9 costò più di tutti gli altri insieme

sommato all’Apollo 1 che costò abbastanza.

I bisnonni della gente di Acahualinca avevano meno fame dei nonni.

I bisnonni morirono di fame.

I nonni della gente di Acahualinca avevano meno

fame dei padri e delle madri. I nonni morirono di fame.

I padri e le madri della gente di Acahualinca avevano meno fame dei figli della gente di laggiù.

I padri e le madri morirono di fame.

La gente di Acahualinca aveva meno fame dei

figli della gente di laggiù.

I figli della gente di Acahualinca non nascono per

fame, e hanno fame di nascere, per morire di fame.

Beati i poveri perché di essi sarà la luna».

Aveva ragione Leonel Rugama a contrapporre i costosi Apollo alla povera (o meglio: rapinata) gente di Acahualinca? Sì: aveva e ha ragione e con lui l’assemblea operaia di Porto Marghera (nota 3) che mentre tutto il mondo festeggia la conquista della Luna spiega in un manifesto che, per tenere alti i profitti dei padroni, nelle fabbriche si muore e… dunque cosa c’è da gioire qui sulla Terra?

Io ero – e sono – dalla parte di Leonel e degli operai di Marghera.

Eppure…

spesso fatico a riconoscermi nel realismo. Quello che a inizio ‘900 sentenziava “nello spazio no” e oggi ammonisce: “andare su Marte costa troppo e non porta vantaggi”.

Chiedo scusa a Leonel e alla gente di Acahualinca. Chiedo scusa agli operai gasati dalla Montedison anzi Mortedison (con i tribunali – ricordate? – che assolvono gli assassini). Vorrei spiegare perchè secondo me abbiamo bisogno di Gagarin e di Armstrong, come della fantascienza o della poesia, pur mentre ci impegniamo a lottare per un mondo più giusto.

Non sono un ingenuo o un disinformato. So bene che il volo di Gagarin o l’allunaggio di Armstrong non sarebbero stati possibili se all’epoca non ci fosse stata quella sanguinosa competizione militar-politica che chiamiamo “guerra fredda” (ma tanto fredda non fu, si combatteva e si moriva). Controllare lo spazio assicurava la supremazia.

E’ altrettanto giusto sottolineare che – sono le contraddizioni della storia – quei tanti soldi spesi per lo spazio non hanno avvantaggiato solo i militari o gli studiosi dei “quattro sassi lunari” portati giù. Le ricadute delle scoperte spaziali hanno avvantaggiato la scienza – e tutti noi – in molti campi. Il mio amico Ignazio Onnis, pochi anni fa, andava a curarsi a Vigorso di Budrio (vicino a Bologna) e lì veniva messo in grado di camminare, anche se le sue gambe non glielo avrebbero consentito, grazie a una “armatura” di materiali ultraresistenti ma leggerissimi sperimentati proprio nello spazio. Vigorso di Budrio: sanità pubblica cioè per tutte tutti. So per certo che Ignazio si sentiva più vicino alla gente di una qualche Acahualinca e agli operai Montedison che a chi si interessò alla “corsa” spaziale, al sogno di volare fra le stelle solo per realizzare o minacciare il suo “scudo spaziale” cioè una nuova arma.

Un gelato su Marte, i sogni di Max e di Chang

Quel lontano 12 aprile 1961 non avevo ancora 13 anni ma – se la memoria non mi tradisce – quando seppi di Gagarin giurai a me stesso: «fra 30 anni, o magari 50, andrò a prendere un gelato su Marte con i miei figli».

Chissà se avevo già letto Asimov e «Cristalli sognanti». Ma è all’incirca in quel periodo che mi presi la cotta – mai terminata – per la fantascienza e la sua cuginetta utopia.

Su quella strada, anni dopo incontrai un fratello adottivo-adottante («ho così tanti fratelli – e sorelle – che non li posso contare»: mi ricorda la voce di Mercedes Sosa) cioè Riccardo Mancini. Con lui spesso scrissi – su «il manifesto» e altrove – di quello strano doppio sogno: continuare a desiderare le stelle ma senza rinunciare alla giustizia cioè ai diritti di chi nasce nelle tante Acahualinca del pianeta o di chi finisce operaio nelle fabbriche Mort-edison.

Da qualche tempo Riccardo non c’è più, è volato via: non so dove sia ma mi piace credere che – da nuvola, flauto o da albero – chiacchieri con Horty Bluett e ascolti John Coltrane e Charles Mingus in un inedito trio con Mercedes Sosa o con Miriam Makeba.

Penso che se io e Riccardo insieme avessimo dovuto scegliere – nel vasto magazzino di mondi che si chiama fantascienza – una sola storia per spiegare la comune passione-pazzia per le stelle, alla fine avremmo raccontato «Progetto Giove» (nota 4) di Fredric Brown.

Lo chiamavano «più veloce della luce» perchè scriveva racconti brevi – e finali indimemnticabili – a un ritmo impossibile: il più famoso è «Sentinella». Non solo storie brevi però. Tra la fine degli anni ’40 e i due decenni successivi, Fredric Brown ha scritto anche molti bei romanzi definiti “gialli” (alcuni inediti o introvabili in italiano) più 5 etichettati fantascienza. «Progetto Giove» (ma il titolo originale è «The Lights in the Sky are Stars») del 1953 è la storia di un “innamorato dello spazio”, Max Andrews, e delle mille follie che inventerà per volare verso le stelle… senza riuscirci. Un libro di bellezza così disperante che almeno da un certo punto in poi è difficile non commuoversi. E che finisce con l’ambiguo sorriso di Chan M’Bassi, un matematico di etnia Massai ma adottato in Cina, che forse ha trovato (nel buddismo?) un’ altra via per farci volare. Nelle ultime righe del libro, Max Andrews guarda il lancio di un nuovo razzo. Sa che «a 61 anni non si può piangere». Con lui però c’è il nipote, Billy: «sedette vicino a me, lo sguardo perduto, il desiderio negli occhi. L’aria di un’astronauta costretto a restare sulla Terra. L’espressione del prigioniero».

Infiniti mondi

E anche io mi sento prigioniero di questo piccolo pianeta. Vorrei volare verso gli «infiniti mondi» che Giordano Bruno immaginò (per averlo detto fu mandato al rogo da gente che non capiva nulla di scienza, umanità, desideri e forse neppure di teologia).

Ormai so che non prenderò un gelato su Marte con i miei figli (uno solo stando all’anagrafe, ma milioni se devo credere all’empatia). E se per caso votassi in qualche Parlamento probabilmente in questo preciso momento storico toglierei i soldi a qualunque impresa spaziale per destinarli alle vittime di Mortedison o alla gente impoverita delle mille Acahualinca. Ma quel desiderio – che è mio, di Max, di Valentina… – non è infantile o sbagliato. Il bisogno di viaggiare e di conoscere altri mondi come l’idea di una nuova e immensa «frontiera» appartengono a tutte e tutti noi. Ed è forse quello che – in un domani – può tenere insieme una razza umana, sempre più divisa, disperata e pessimista, privata dei diritti ma persino dei sogni.

Io sono un sognatore ma so anche fare i conti: se solo un centesimo di quello che si spende in armi fosse stato investito in astronautica, forse avrei già gustato un gelato su Marte, al «bar Gagarin». E se tutti i soldi che si spendono in strumenti di morte o per l’egoismo di pochi fosse indirizzato nell’interesse collettivo, milioni di persone avrebbero forse potuto scegliere se restare su una Terra un bel po’ migliore di questa oppure se volare oltre verso Marte e oltre… dove ci aspettano infiniti mondi.

NOTE

1 – «La luna di ottobre» (sotto-titolo «Quando lo sputnik cambiò il mondo») è stato scritto da Romeo Bassoli e Federico Ungaro, con la prefazione dell’astronauta Umberto Guidoni, per la casa editrice Avverbi e pubblicato nel 2007. E’ un libro che Riccardo Mancini, animatore della piccola Avverbi, ha fortemente voluto.

2 – Alberto Masala è un poeta “fuori dai giochi”, un amico, una bella persona. Se lo cercate su questo blog ne trovate le tracce ma io vi consiglio di far tappa (a Bologna, in Sardegna o chissà dove) apposta per conoscerlo. Questo invece è il testo originario di Rugama, per chi conosce lo spagnolo.

«El apolo 2 costó más que el apolo 1
el apolo 1 costó bastante.

El apolo 3 costó más que el apolo 2
el apolo 2 costó más que el apolo 1
el apolo 1 costó bastante.

El apolo 4 costó más que el apolo 3
el apolo 3 costó más que el apolo 2
el apolo 2 costó más que el apolo 1
el apolo 1 costó bastante.

El apolo 8 costó un montón, pero no se sintió
porque los astronautas eran protestantes
y desde la luna leyeron la Biblia,
maravillando y alegrando a todos los cristianos
y a la venida el papa Paulo VI les dio la bendición.

El apolo 9 costó más que todos juntos
junto con el apolo 1 que costó bastante.

Los bisabuelos de la gente de Acahualinca tenían menos hambre que los abuelos.
Los bisabuelos se murieron de hambre.
Los abuelos de la gente de Acahualinca tenían menos hambre que los padres.
Los abuelos murieron de hambre.
Los padres de la gente de Acahualinca tenían menos hambre que los hijos de la gente de allí.
Los padres se murieron de hambre.
La gente de Acahualinca tiene menos hambre que los hijos de la gente de allí.
Los hijos de la gente de Acahualinca no nacen por hambre,
y tienen hambre de nacer, para morirse de hambre.
Bienaventurados los pobres porque de ellos será la luna
».

3- Se la memoria non mi tradisce il testo dell’assemblea autonoma operaia di Porto Marghera si intitolava «Contro la Luna». Fu pubblicato poi anche in un libretto, «La scienza contro i proletari» di Stampa Alternativa (in rete ho trovato la copertina della seconda – o della terza? – edizione, che vedete qui sopra) che di sicuro è da qualche parte nella mia (babelica) biblioteca ma che ora non ritrovo; se lo rintraccio – oppure se qualcuna/o me lo invia – volentieri lo copio qui.

4 – «Progetto Giove» uscì nel 1988 negli Oscar fantascienza. Dubito che si trovi ancora in giro ma… cercatelo. AGGIORNAMENTO 2017: è stato appena ristampato, ne ho parlato in 3fredricbrown3

(*) Anche quest’anno ad agosto la “bottega” recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché circa 12mila articoli (avete letto bene: 12 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Ognun* di noi è destinat* a morire, e la nostra specie è chiaramente destinata all’estinzione. Sopravvivere è una sfida. Io, sono ancora viv*? Nel frattempo, ci poniamo domande. Siamo curios*. È sempre stato così. È un male? Guardare la Luna, e sapere che alcuni di noi ci sono stati, altr* lo hanno reso possibile. È un male? Anche un mondo più giusto, è un sogno. La pace sulla Terra. Un altro sogno. Se, noi, molt* volessimo, sarebbe più possibile. Lavorare insieme e risolvere alcuni problemi, per poter sopravvivere, molt*, di più, più a lungo, prima che la nostra finestra, e la nostra storia, si chiuda. Oppure, altrimenti, cosa? Dormire? Cantare? È sufficiente? È più giusto? Altre domande. Diverse risposte.

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