«Macbettu»

di Susanna Sinigaglia

Macbettu

di

Alessandro Serra

Con la compagnia Teatropersona

Grande, grande teatro, è il primo pensiero che mi è affiorato alla mente uscendo dal palazzo della Triennale dopo aver visto questo straordinario lavoro di Alessandro Serra e della sua compagnia, composta rigorosamente da maschi come richiede il teatro elisabettiano; emozionante, teso, dal ritmo perfetto.

La potenza della loro interpretazione mi ricorda un altro spettacolo molto coinvolgente, però di danza, di Olivier Dubois (cfr qui: Les Mémoires d’un seigneur: di Ballet du Nord e Olivier Dubois) per la straordinaria preparazione fisica degli attori. In questo caso tuttavia li muove, quasi li possiede, la parola che diventa carne e costituisce lo scheletro dell’intero impianto scenico; tutto gira intorno alla parola.

Lo spiega bene lo stesso Alessandro Serra nella presentazione dello spettacolo in un libro che ne riporta il testo e le immagini. Il regista ci rivela da dove nasca la geniale intuizione di tradurre il Macbeth in sardo, e in particolare nel sardo della Barbagia: da un suo servizio fotografico sui “carnevali” sardi. Gli avevano evocato la Scozia cupa in cui si svolge la tragedia di Macbeth quelle figure, sonorità, atmosfere del folclore sardo. Così sono state riversate nel testo, ne hanno impregnato la lingua; e proprio grazie a tale operazione la lingua di Shakespeare ritorna materia viva e universale. In proposito, Serra riporta l’aforisma di un suo conterraneo, Michelangelo Pira: “In sardu, sa paraula est sa cosa (in sardo, la parola è la cosa)”; e quello di Paul Celan secondo cui “in una lingua straniera il poeta mente”. Infatti, sostiene Serra, “mentono gli attori quando recitano Shakespeare in una traduzione che si sforza di restituire un ritmo che non le appartiene”. E siccome “la lingua stessa va riscritta in scena”, Serra ha affidato la traduzione del Macbeth in sardo a uno degli attori della compagnia, Giovanni Carroni. In questa versione il testo già piuttosto breve del Macbeth è stato ridotto all’essenziale, come richiede l’asciuttezza della lingua, secondo il principio di sottrazione. Gli attori, otto, si distribuiscono i vari ruoli: sono le tre streghe, le guardie, i baroni, i servitori. Persino Banquo non è solo interprete di Banquo ma anche del figlio sventurato di McDuff. Ad avere un unico ruolo sono Macbettu e Lady Macbettu che, con tanto di barba e folta chioma, troneggia su tutti dall’alto dei suoi quasi due metri d’altezza.

 

Per il resto, Duncan ha un solo figlio, Malcolm; lady McDuff è nominata ma non compare; c’è un solo assassino e così via. Gli attori si muovono in sintonia come elementi di un coro e anche quando pronunciano monologhi o s’impegnano in dialoghi, le loro parole rimbalzano quasi rimandate da un’eco coreutica.

 

Come nell’opera di Shakespeare, la tragedia inizia con la comparsa delle tre streghe; appaiono da dietro il monolito che sorge in mezzo al palco, che si scompone e ricompone fungendo da quinta o da oggetti diversi di scena mano a mano che la trama si svolge nelle sue varie fasi. La loro comparsa è annunciata dal brontolio di un suono che cresce d’intensità fino a diventare un rombo minaccioso per poi interrompersi bruscamente. Le streghe intrecciano una danza evocatrice del destino di Macbettu, formano un cerchio continuando a danzare e poi scompaiono in attesa della loro preda.

 

Conoscono le debolezze degli esseri umani, i loro cedimenti di fronte al miraggio del potere mostrandone il lato ridicolo, e si fanno già beffe dell’imminente tragedia. Sanno che, preannunciando a Macbettu la sua ascesa fino alla conquista del trono, provocheranno in lui e Lady Macbettu la sete di dominio che li porterà alla rovina.

 

Non c’è solo sottrazione però nel rimaneggiamento dell’opera. Serra e la sua compagnia accompagnano il testo con particolari sonorità e oggetti propri dei pastori sardi: campanacci, pietre sonore e pietre usate come cuscini dove appoggiare la testa durante il sonno, o pietre per uccidere, una specie di forca di legno e il coltello sardo usato da Macbettu per l’assassinio del re, ma anche le scope delle streghe.

 

Soprattutto, sono inserite due scene che conferiscono un tono particolarmente orrifico alla trama. Nella prima, la guardia di fronte alla porta della stanza in cui dorme Duncan diventa uno stuolo di guardie attirate da Lady Macbettu con cibo e vino in modo da distrarle e allontanarle dando così a Macbettu libero accesso alla stanza del re. E lo stuolo di guardie, che mangiano e bevono dalle mani di Lady Macbettu, diventa un branco di porci che grufolano e si spingono per disputarsi il pasto; gli attori imitano alla perfezione i grugniti e i movimenti dei maiali mentre si raccolgono intorno alla mangiatoia.

La seconda scena è quella del suicidio di Lady Macbettu. Nel Macbeth se ne omette la causa della morte, si dice semplicemente che si sentono delle urla e poi a Macbeth viene portata la notizia della morte di sua moglie.

Qui invece Lady Macbettu appare in scena nuda, portata di peso da due uomini (guardie?) in posizione accovacciata e lasciata da sola; dopo qualche minuto di silenzio si alza, si dirige verso il monolito che per l’occasione si è suddiviso in quattro elementi, e si appende. La visione del corpo nudo appeso evoca la rigidità del corpo di un animale appena macellato.

Le due scene rimandano l’una all’altra. Insieme alla lingua, alle luci, ai suoni e agli altri oggetti di scena, infondono un carattere arcaico e ancestrale a questo Macbettu; richiamo forte a un teatro che risale alla notte dei tempi, diverso, e oltre la tragedia greca.

ALESSANDRO SERRA Macbettu

Redazione
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