Maletton, i ponti e chi finge di non sapere

Tre articoli: di Alessandra Daniele, Gian Luigi Deiana e Nino Lisi

 

Ponti d’oro

di Alessandra Daniele (*)

La specie umana ha fatto anche cose buone. Lo dirà probabilmente chi verrà dopo di noi sulla Terra, alieni, intelligenze artificiali, batteri evoluti.
Non lo diranno delle opere d’arte delle quali siamo più fieri, affreschi, poemi, sinfonie che per loro avrebbero poco significato. Lo diranno delle infrastrutture che potranno essere utili, ponti, strade, acquedotti.
Saranno però ponti, strade e acquedotti costruiti dall’Impero Romano, perché quelli della nostra era non solo non ci sopravviveranno, ma probabilmente ci uccideranno, crollandoci addosso.
Come il ponte Morandi di Genova, mal costruito fin dall’inizio, sottoposto da decenni a un traffico quattro volte superiore al previsto, e abbandonato a una manutenzione palesemente insufficiente. La prevenzione non è un’attività redditizia.
Neanche la progettata variante della Gronda, che sarebbe pronta solo nel 2029, avrebbe evitato il crollo, a meno di fantascientifici effetti retroattivi. Chi oggi lo afferma è un cazzaro, o un renziano cioè un cazzaro.
Se un ponte autostradale si sbriciola facendo una strage, la revoca delle concessioni alla Società Autostrade, e ai magliari a cui è stata regalata dall’Ulivo, è atto dovuto innanzitutto in base al principio di precauzione, il fatto è così intuitivo da essere stato intuito persino da Toninelli.
Non dalla stampa mainstream però, finora schierata in difesa dei Benetton e dei loro affari d’oro, e più in lutto per il crollo in Borsa del titolo Atlantia, che per quello del ponte.
Il fatto che il cosiddetto centrosinistra, invece di pretendere giustizia per le vittime, difenda a spada tratta su giornali e social i monopolisti miliardari che avevano assicurato che quel ponte sarebbe durato cent’anni, spiega perfettamente perché gli elettori italiani abbiano preferito votare letteralmente chiunque altro.
Se abbiamo un ministro dell’Interno che si fa i selfie coi fans ai funerali di Stato, è perché abbiamo un PD che, mentre ancora si estraevano cadaveri dalle macerie, chiedeva un’inchiesta alla Consob per tutelare gli interessi degli azionisti di Atlantia.
Il Movimento 5 Stelle ha fatto anche cose buone. Opporsi alle Grandi Opere dei pupi e dei pupari, e alle cementificazioni idrosolubili è una. La nazionalizzazione delle infrastrutture, di cui parla adesso un Di Maio insolitamente condivisibile, potrebbe essere un’altra, se non fosse soltanto l’ennesima promessa irrealizzabile, l’ennesima arma di distrazione di massa. La procedura è partita, vedremo dove arriverà.
E vedremo se anche lo Stato continuerà ad amministrare secondo le stesse logiche capitalistiche omicide dei privati.
Intanto Genova è spezzata a metà da una nuova zona rossa.
I monconi del ponte zombie incombono sui palazzi e sui capannoni sottostanti, evacuati d’urgenza. Più di 560 sfollati, mentre le macerie ancora intasano il greto del torrente, minacciando di farlo esondare alle prossime piogge.
E in Italia ci sono ancora centinaia di strutture sottoposte allo stesso rischio di crollo.
In un Paese che cade a pezzi, l’emergenza non è mai finita.

(*) ripreso da “Carmilla on line”

MALETTON

di Gian Luigi Deiana

girano sollecitazioni al boicottaggio di benetton, comprensibili, giustificate e scontate; ma a me preme fare tre osservazioni, una sui prodotti di marchio, una sul ricorrente smascheramento di singoli demoni, e una sulle possibilità di elevare il boicottaggio al rango di arma contro il capitale;

  1. il marchio: boicottare i prodotti di marchio benetton significa colpire i negozi ed i negozianti, i fornitori e le commesse e di fatto solo in italia; il padrone ne verrebbe colpito solo se ne derivasse un tracollo
    del titolo, per il resto i suoi tentacoli sono diversificati e mondializzati; tuttavia marchiare di disprezzo il marchio è giusto;
  2. la demonizzazione: due mesi fa si demonizzò zuckerberg per il caso cambridge analytica, poi passato in gloria; un mese fa si demonizzò marchionne, per contrastarne la beatificazione, ma anche questo caso passò presto in gloria (eterna); ora si demonizza benetton, e passerà in gloria anche questo, di qui alla prossima botta: ergo, il problema non é il demonio di ieri, quello di oggi e poi quello di domani, il problema è l’inferno stesso e questo inferno si chiama capitalismo;
  3. l’inferno è comunque sensibile ad attacchi concentrati, preavvisati scientificamente e attuati su larga scala (vedi lo sciopero ryan air); il soggetto che può fare questo su larghissima scala è il consumatore, e la sua arma letale può essere appunto il boicottaggio; per esempio lanciare una giornata mondiale di boicottaggio di fb, o di shell, o di quale altro demonio si voglia, comincerebbe forse a porre qualche problemino davvero

da qui

Ma a Genova è caduto solo un ponte?

di Nino Lisi

A distanza soltanto di qualche anno da un precedente evento catastrofico, Genova è stata colpita dal crollo di un ponte che era un architrave importantissimo dell’economia della regione, di quella dell’intero Paese e forse più. Il crollo ha ucciso 43 persone, ne ha ferito altre 9, ha reso inagibili decine di case e causato centinaia di senzatetto.

Al cospetto di tanto disastro il comportamento della popolazione genovese è stato ed è esemplare per la compostezza con la quale si è affrontato il dolore per la perdita di tante vite umane, la forza con la quale si sopportano i gravi problemi che hanno stravolto la vita quotidiana non soltanto di chi è rimasto senza casa, e per la prontezza con la quale, senza lasciarsi andare allo scoramento, ci si sta mobilitando per dar mano alla “ripresa” delle attività ed alla “ricostruzione”.

Ancora più encomiabile il sistema dei soccorsi che anche questa volta ha mostrato capacità che sfociano spesso nell’abnegazione e competenze organizzative e tecniche elevate. Una volta in più nella disgrazia si è fatta largo un’<Italia che funziona>,del tutto diversa da quella che ordinariamente si manifesta nella normalità quotidiana.

Non altrettanto può dirsi del clima generale che si è determinato nel Paese. E’ immediatamente apparso lo spettacolo inverecondo della politica, di tutta politica, senza alcuna esclusione. Ciascuna componente dello scenario politico si è vergognosamente impegnata, quale con più abilità quale con minori, a tirare l’acqua della disgrazia al proprio mulino e a gettare discredito sugli avversari, dando prova, per altro, di essere completamente ignare della complessità degli eventi e di quanto ogni parola pronunziata in circostanze tanto drammatiche abbia inevitabilmente conseguenze rilevanti sui più diversi fronti. Si è scatenata così una caccia all’untore per l’individuazione del colpevole in una situazione nella quale niente sarebbe più appropriato della sfida con la quale gli accusatori di un’adultera furono bloccati un paio di millenni fa: lanci la prima pietra chi è senza peccato. Il che non servirebbe per scagionare alcuno, ma al contrario,per impedire che le responsabilità di molti venissero celate sotto la comoda copertura di quelle dei capri espiatori.

Per cercare le cause di ciò che è accaduto ci si è affidati soprattutto alla Magistratura perché scopra al più presto i rei e faccia rigorosamente “Giustizia”.Si dà cioè per scontato che le cause del crollo siano tutte ed esclusivamente rubricabili come reati, per cui se a contribuire al collasso del ponte vi fossero stati fattori non configurabili sotto una fattispecie penale essi verrebbero trascurati: la magistratura infatti non è preposta che a perseguire reati. Ma quand’anche si scoprisse che tutti i fattori del crollo rientrassero nella competenza della magistratura non per questo il problema sarebbe risolto: la punizione dei responsabili, per esemplare che fosse, non varrebbe infatti a rimuoverli in modo che non abbiano a causare altre sciagure. Ci si trova infatti di fronte ad una situazione complessa nella quale a scongiurare nuovi disastri non sono sufficienti gli incrementi di scrupolosità, attenzione e solerzia che l’effetto deterrente delle condanne potrebbe produrre. Per soprammercato c’è un’altra semplificazione. Stando al dibattito reso pubblico,sembrerebbe che lo spettro delle indagini sia ristretto al campo dei fattori ingegneristici; questi certamente sono presenti fra le cause del disastro ma è difficile escludere, data la complessità del contesto in cui il disastro è avvenuto, che ve ne possano essere altre di ben diversa natura. E’ verosimile invece che ve ne siano e di non poco conto.

Lo suggerisce la considerazione che, per dirla con un cittadino genovese intervenuto nella trasmissione di Rai 3 Prima Pagina qualche giorno fa, “i disastri a Genova da alcuni anni sono di casa”. E sono disastri che a prescindere dalle dimensioni sembrano presentarsi tutti con un tratto comune: la forzatura sin dall’origine di un limite,come se questa fosse un’impronta peculiare del “modello Genova”.

Ma a ben guardare la forzatura dei limiti non è una prerogativa esclusiva del modello genovese. Provare a spostare in avanti, e sistematicamente, ogni limite è peculiarità nella nostra epoca di tutto il cosiddetto mondo progredito. E’ ciò che avviene nello sport, nella scienza, nella medicina, in economia, nelle costruzioni, ovunque; l’obiettivo va sempre posto “oltre”; tutto deve essere più grande,più alto,più profondo,più largo più veloce,più rapido,più potente; ma anche all’opposto più piccolo, più sottile, più leggero, più silenziosoetc. E’ una corsa generale e ossessiva al superamento di qualcosa e di qualcuno, senza tregua; si vuole, si deve andare  oltre ogni limite che si presenti. Chi primeggia in questa assillante ricerca dei più in là è l’innovazione tecnologica cui le scienze si prestano da supporto.

Per governare tutti questi “più” occorrono sistemi via via maggiormente complessi. E qui ci si può perdere facilmente; si può smarrire del tutto il senso del limite e delle proporzioni, non riuscire a calibrare bene responsabilità e poteri corrispondenti, non cogliere il giusto abbinamento fra poteri e saperi. Si finisce col mettere in campo organizzazioni funzionali incapaci di governare quella molteplicità di “più” che si espande nel tempo. Così le organizzazioni restano inerti quando più impegnative sono le decisioni e più indispensabile sarebbe il loro intervento.

Temo che proprio questo sia capitato a Genova. Temo che la caduta del Ponte Morandi non sia soltanto la distruzione di un asse viario vitale per il congiungimento di due parti di una città e del suo porto. Credo che segni sia il crollo di un “modello” economico con il relativo suo assetto territoriale sia lo smascheramento di una organizzazione funzionale carente e inefficace che, come il cavallo nei concorsi ippici che scarta l’ostacolo, è rimasta impietrita quando è balenata la eventualità di dover prendere decisioni molto impegnative.

Se così fosse – e temo proprio che sia così – la gravità della catastrofe sarebbe terribilmente maggiore di quanto si sia detto sinora. Non si tratterebbe di una tragedia causata da un “concorso di fattori” tecnici ma della dimostrazione che un intero sistema non regge. E poiché è un sistema che non è circoscritto all’area genovese ci riguarda tutti.

Il crollo improvviso ma non del tutto inaspettato del ponte Morandi e l’inerzia del contesto funzionale che lo ha consentito potremmo assumerli dunque a metafora di quel che avviene a scale ben più ampie. Persino a scala planetaria, a esempio per ciò che riguarda l’ambiente.

Si sa che i cambiamenti climatici e il consumo umano (in alcuni mesi delle risorse che la natura genera in un intero anno) stanno modificando l’ambiente al punto da renderlo non più ospitale per l’essere umano. Si sa che ciò avverrà non nel giro di secoli ma che è in atto un processo che può concludersi in un arco temporale misurabile in decenni. Eppure non vi è modo di arrestare il proseguire di questa folle corsa del mondo che insistiamo a chiamare“progredito”.Nessuno è in grado di intervenire efficacemente.

In conclusione, se dai fatti di Genova volessimo trarre qualche insegnamento da applicare in casa nostra, dovremmo porci tutti – non solo i Genovesi – una domanda. Ricostruire d’accordo, ma come? Allo stesso modo di prima, secondo lo stesso modello economico territoriale e la medesima organizzazione funzionale? O dovremmo riconsiderare radicalmente il nostro modo di produrre, di consumare, di stare insieme su questa Terra?

Domanda troppo grossa e impegnativa, lo so. Per questo resterà senza risposta, come i segnali che secondo alcuni cittadini genovesi il Ponte Morandi aveva dato prima di crollare.

 

 

 

 

Redazione
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Un commento

  • Analisi degli articoli è condivisibile, il dramma rimane di un paese con persone che hanno anche avuto responsabilità politiche che continuano a blaterare ed intervenire sui social affermando mezze verità cercando solo
    chi è più colpevole (politicamente) credendo che tutti i cittadini sia dei gonzi, evitando non solo per spirito di parte ma credo e non penso di sbagliare per incapacità e peggio ancora di condivisione di questo modello di sviluppo, ( continuando a richiamarsi a valori di sinistra) e non esprimersi chiaramente perchè credo che non lo sappiano o non condividano, una analisi politicamente seria (il che consiste di dire chi si vuole rappresentare in questo paese) il che significa la messa in discussione di questo modello di sviluppo causa di tutte le tragedie successe in questi anni. Cementificazione selvaggia, strade e autostrade mai con vera intenzione di cambiare il metodo di trasporto da gomma alla ferrovia e via dicendo, ci si preoccupa di più della borsa in calo di Atlantia mentre Benetton anche nei giorni dell’immane tragedia festeggiano a Cortina (solo questo dovrebbe fare riflettere i cosidetti uomini di potere sinistroidi.) Leggevo ieri su Facebook il post di Montroni stesso copione analizzare le colpe politiche certamente necessarie ( dicendo poi mezze verità) ma non una parola che metta in discussione le questioni sopradette. La rabbia di trovarsi in questa situazione è tanta che ancor di più si accentua quando leggo e sento ancora miei coetanei che senza approfondire le cose condividono ancora l’atteggiamente della pseudo opposizione attuale.

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