Manifesto dell’educazione diffusa

Primi firmatari: Paolo Mottana, Giuseppe Campagnoli, Francesca Martino, Dimitris Argiropoulos, Anna Sicilia, Luigi Gallo, Ester Manitto, Mariagrazia Marcarini, Alice Massano, Francesca Pennati e redazione di Comune-Info

L’educazione diffusa è un’alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale. È tempo di rimettere bambini e bambine, ragazzi e ragazze in circolazione nella società che, a sua volta, deve assumere in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo.

La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attività che devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale, tramite un progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attività pubbliche e private interessate, degli insegnanti e dei ragazzi e bambini stessi.

All’apprendimento chiuso e iperprotettivo della scuola, privo di motivazione e connessione con le realtà si sostituisce progressivamente un apprendimento realizzato con esperienze concrete da rielaborare e condividere. Non più insegnanti di discipline ma educatori, méntori, guide, conduttori capaci di agevolare i percorsi di interconnessione e indurre sempre maggior autonomia e autorganizzazione. I ragazzi e i bambini nel mondo costituiranno una nuova linfa da troppo tempo emarginata e costringeranno la società e il lavoro a ripensarsi, a rallentare e a interrogarsi.

È un atto politico portare questo modello nella società. È un impegno, una scommessa e una prospettiva di vita sensata che chiediamo di sottoscrivere impegnandosi a divulgare l’idea e il progetto per trasformarlo in esperienze diffuse nel territorio.

L’educazione diffusa pone al centro della vita educativa l’esperienza autentica, quella che mobilita tutti i sensi ma soprattutto la forza che li accende, la passione.

L’educazione diffusa ribalta l’idea che la mente possa imparare separatamente dal corpo, è attraverso il corpo, i suoi sensi, il suo impegno, che si verifica un vero apprendimento duraturo.

L’educazione diffusa libera i bambini e i ragazzi, le bambine e le ragazze, dal giogo della prigionia scolastica: li aiuta a trovare nel quartiere, nel territorio e nella città i luoghi, le opportunità, le attività nelle quali partecipare attivamente per offrire il proprio contributo alla società.

L’educazione diffusa è un reticolo in continua espansione di focolai di attività reali nelle quali i più giovani, al di fuori della scuola, esplorano, osservano, contribuiscono, si cimentano, danno vita a situazioni inedite, aiutano, si esprimono e imparano da tutti e da tutte, così come insegnano a tutti e a tutte.

L’educazione diffusa sradica la malapianta delle valutazioni insensate per mezzo di attività reali delle quali correggere sul campo eventuali cadute, imperfezioni, fallimenti e delle quali solo il raggiungimento e il processo valgono come documenti vivi per poter stabilire se ciò che si è fatto è valido e ripetibile o da rivedere e correggibile

L’educazione diffusa vede gli insegnanti mutare in mèntori, educatori, accompagnatori, guide indiane, sostenitori, trainer, organizzatori di campi d’esperienza nel mondo reale e non nel chiuso di aule panottiche dove l’apprendimento marcisce e i corpi avvizziscono.

L’educazione diffusa chiama tutto il corpo sociale a rendersi disponibile per insegnare qualcosa ai suoi più piccoli e giovani: ognuno dovrebbe poter regalare con piacere un poco della sua esperienza, condividendo finalmente la vita con chi sta crescendo e imparando da loro a riguardare il mondo come non è più capace di fare.

L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.

Nell’educazione diffusa si assiste alla costruzione di un tessuto sociale solidale, responsabile, finalmente attento a ciò che vi accade a partire dal ruolo inedito che bambini e adolescenti tornano a svolgervi come attori a pieno titolo, come soggetti portatori di un’inconfondibile identità plenaria.

Per iniziare a sperimentare l’educazione diffusa occorrono un gruppo di genitori motivati, di insegnanti appassionati e possibilmente un dirigente didattico coraggioso che abbiano voglia di vedere di nuovo allievi vivi che gioiscono dell’imparare e di essere riconosciuti come soggetti a pieno titolo nel mondo.

Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).

 

Azioni di educazione diffusa

  1. Costruire la rete di Educazione Diffusa e Comunità Educante che sottoscrive il Manifesto dell’educazione diffusa. La rete può essere costituita da almeno un istituto scolastico (“campo base”), comitato di genitori, enti locali ed enti pubblici, parchi e aree protette, botteghe, mercati comunali, teatri, biblioteche, librerie, musei, sedi di associazioni e cooperative, centri sociali, centri sportivi, università e altri spazi sociali  e culturali, professionisti, singoli cittadini, etc. etc. (consapevoli che dal punto di vista normativo si tratta di attività realizzabili nell’ambito dell’autonomia scolastica, coerenti con le Indicazioni nazionali – Linee guida per tutti gli ordini e gradi di istruzione).
  2. Avviare incontri di auto-formazione tra scuola, realtà sociali e culturali, fautori di buone pratiche nel territorio circostante – anche con il supporto dei primi firmatari del Manifesto della educazione diffusa – per definire nel dettaglio il percorso di sperimentazione che lavori agli obiettivi, i tempi, le modalità e i parametri da misurare.
  3. Elaborare, come gruppo di supporto della sperimentazione, progetti volontari di architettura per trasformare gli spazi individuati della città educante (edifici storici, botteghe, teatri, biblioteche, musei, piazze, parchi…) in luoghi di apprendimento (privilegiando l’autocostruzione e il coinvolgimento dei territori), sia in relazione con gli enti locali che in quanto cittadini autorganizzati. Dirottare le risorse dedicate alla obsoleta edilizia scolastica verso esperimenti di progettazione e costruzione di “portali” e di recupero e trasformazione di spazi e luoghi della città in educanti.
  4. Avviare la sperimentazione includendo anche una parte sempre crescente di attività come “scuola aperta”, per cominciare ad abitare in modo diverso gli edifici scolastici sia durante il tradizionale orario scolastico che oltre, quando sia possibile cogestire gli spazi con associazioni di genitori e realtà sociali locali.
  5. Monitorare il percorso sperimentale attraverso incontri e ricercare e partecipare a bandi pubblici locali, regionali, nazionali ed europei e di fondazioni private per rafforzare le azioni di educazione diffusa.
  6. Stimolare e promuovere politiche dettagliate di cittadinanza dei bambini e bambine, ragazzi e ragazze in ogni settore politico: trasporti, urbanistica, cultura, ambiente, servizi sociali, sport, sviluppo economico, pubblica amministrazione, sanità, sicurezza fino a definire nei bilanci degli enti la quota dedicata a tali obiettivi.
  7. Dedicare parte dei percorsi di educazione diffusa alle emozioni, alle relazioni, all’introspezione e ad esercizi di dialogo interno attraverso elaborazioni teatrali, festival delle emozioni ed ogni altra iniziativa che promuova l’emersione dei sentimenti profondi degli individui, solitamente rimossi dalla vita scolastica, per un confronto vivo all’interno della comunità educante.
  8. Realizzare passeggiate cognitive alla scoperta di quartieri, strade, luoghi naturali, luoghi abbandonati, luoghi dimenticati per ripensare e riprogettare il territorio e per tornare a prendersene cura a partire dalle osservazioni e le analisi di bambini e bambine, ragazzi e ragazze.
  9. Strutturare in dettaglio i processi di partecipazione e decisione dei bambini e ragazzi nella definizione dei percorsi di educazione diffusa in modo da rispondere ad una parte dei loro bisogni e dei loro quesiti desiderosi di risposte.
  10. Documentare il percorso con tutti gli strumenti possibili: studi scientifici, comunità virtuali, prodotti audiovisivi in modo che siano consultabili da altre scuole e città.

Appunti per un Progetto di educazione diffusa

Primi firmatari:

Paolo Mottana, Giuseppe Campagnoli, Francesca Martino, Dimitris Argiropoulos, Anna Sicilia, Luigi Gallo, Ester Manitto, Mariagrazia Marcarini, Alice Massano, Francesca Pennati, redazione di Comune

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

4 commenti

  • gualtiero via

    mi piace. Penso che lo firmerò anch’io.

  • Luciano Dondero

    Interessante, ma non mi sembra né radicale né concreto. Per capirci, non si dice niente su uno degli aspetti più limitanti dell’attuale sistema scolastico, ovvero il fatto che i bambini sono divisi rigidamente per classe d’età. Ora, un cambiamento significativo richiede che l’intreccio non sia solo fra i bambini e gli adulti, ma fra bambini di età diverse, i quali ovviamente si trasmettono delle conoscenze, ecc. ecc.
    Cioè un’effettiva trasformazione dei meccanismi di apprendimento tale da farli diventare molto più vicini a ciò che si verifica nel mondo reale, sia quello umano che quello dei nostri parenti animali più vicini (scimmie antropomorfe), dove i piccoli socializzano fra di loro senza rigidi vincoli di classe d’età, e con giovani adulti, e con adulti maturi.
    E’ solo la scuola a introdurre e mantenere un meccanismo rigido di divisione annuale, che poi si è estesa agli eserciti di leva.
    Questo naturalmente comporta tutta una serie di problemi, non da ultimo quello di diventare un fattore di ostacolo per lo sviluppo della meritocrazia, e di un sano confronto competitivo a tutto campo, e non solo coi propri pari-età.
    Mi rendo conto che quello che dico non rientra nel criterio buonista, che sta probabilmente alla base di questa proposta.

  • Mi mancava una nuova teoria, altro che diffusa, la scuola la si vuole fusa! Dopo tanti anni di insegnamento, dopo aver dato credito o provato le teorie che via, via emergevano, ho capito che ognuna di essa mi poteva aiutare nel mio lavoro se usata con realismo e secondo le situazione che incontravo, i mezzi che avevo a disposizioni le persone con cui dovevo interagire. Sposare in toto una delle tante teorie emergenti, pur se vi leggo alcuni spunti interessanti, è disastroso e impone una nuova rigidità. Permettete agli insegnanti di affinare le proprie competenze con validi aggiornamenti e non con le pagliacciate che spesso mi sono trovata a subire, utile solo per pagare con un mucchio di quattrini il raccomandato di turno; date di nuovo fiducia agli insegnanti facendo sentire l’importanza di questo ruolo tanto delicato e poi partoriremo ancora dei geni che vincono il Nobel di matematica e avremo bambini più sicuri e responsabili comunque.
    Grazia

  • insegnante da 30 condivido l’appello.I nostri ragazzi stanno troppo in classe in uno sazio ” panottico” dove ancora è l’insegnante che guarda e i ragazzi lo/la f guardano dato che possono solo stare in fila con la nuca del compagno davanti con il quale non possono nemmeno scambiare lo sguardo. NOn si possono fare laboratori o spostare i banchi per la sicurezza e poi perchè le classi sono piene di banchi e studenti,piccole, calde, spesso senza tende ,con sole e termosifoni vicini ai banchi , che non possono spostarsi più di tanto. Pochi aramdietti nelle classi per lascirea ciò che si vorrebbe usare ogni giorno a scuola e non portare nel pesante zaino che i ragazzi trasportano. Altro che classe capovolta!I corsi buoni, costosi della flipped classroom ci sono ma poi come realizzarla a scuola? io ci ho provato 4 anni fa, informazndo dirigente, colleghi, discutendone con i ragazzi e i genitori.L’esito è stato la solita risposta che , secondo l’etichettamente che mi perseguita : ” le solite cose strane altro che far imparare il diritto ai ragazzi!..”mi chieda prima l’autorizzazione” aveva detto il dirigente, altro che autonomia,” cos’è questa cosa strana” alcuni colleghi mi hanno chiesto. I geniotei mi hanno risposto che sarebbe stato interessante ma forse i loro figli ” sono abituati ad altro” , geniotri sostenuti dal dirigente e dalla coordinatrice ,che non aveva mai sentito parlare di classe capovolta.
    Finalmente lo scorso anno ci sono stati dei corsi, delle incentivazione… non è stao più l’idea strana di una docente un pò strana, che sempre cose nuove ,ha perfino fatto comprare il codice ai ragazzi ( e continuo) mentre le colleghe glielo mostrano sulla lavagna elettronica. Sono oersino l’unica che, da sempre, parla dei diritti umani.Insegno oltre che relazioni internazionali anche diritto e legislazione turistica in una scuola dove le classi turistiche non possono uscire più di un tot , credo 3 volte l’anno. In compenso vivo e insegno in un paese da Treviso e Venezia che i ragazzi non conoscono.
    I ragazzi imparano molto più nel mondo girando che nell tradizionali, noiosissim, piene di insegnanti annoiati e , giustamente, frustrati,anche loro resi stanziali, dal basso stipendio e dal continuo imegno a scuola, neanche riconosciuto,altro che 18 ore.Quest’anno nella mia scuola abbiamo potuto chiedere le ferie solo dopo il 15 luglio,in considerazione che il ritorno era già previsto per il 27 agosto… altro che 3 mesi di ferie!
    Consdivido qualcosa con grazia quinis, sono 4 anni anni che faccio i corsi per i neoassunti e posso condividere che molti, purnon conoscendo autori o testi, mi chiedevano piattaforme o app,ma anche questo è un punto da considerare.
    Condivido anche qualcosa con Luciano,ma ora con il progetto erasmus si dovrebbe poter affrontare e sostenire la mobilità multicuturale,iterculturale dei ragazzi ma non sempre la scuola e i docenti sono competente e organizzati.
    Come Gualtiero firmerò perchè Mi fido e apprezzo daniele barbieri fin dal primo momento che l’ho conosciuto molti anni fa in un divertente e interessante corso di formazione per docenti.Teresa Lapis

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