Marcinelle (1956) e gli omicidi bianchi di oggi

articoli di Franco Astengo e Vito Totire

Cristo fra i muratori e Marcinelle

di Franco Astengo

L’annuale ricordo della strage di Marcinelle – avvenuta l’8 agosto 1956 – non può essere mancato. Un appuntamento con la memoria che, in questo drammatico 2020, si dovrebbe intrecciare con il ricordo dei due muratori caduti, il 20 luglio, da una impalcatura la mattina del 20 luglio. Questi due martiri del lavoro, di 29 e 53 anni, sono precipitati da un’altezza di oltre 20 metri mentre stavano tagliando una trave di cemento in piazza Lodovico Cerva, in zona Vigna Murata a Roma. La nostra mente è tornata così a tante altre tragedie di questa natura, figlie dei tempi e dei modi di uno sfruttamento eternamente intensivo nella logica del profitto più vorace.

C’è un film «Cristo tra i muratori» (del 1949) di Edward Dmytryk che riassumeva questa costante, sempre rinnovata tragedia e che potrebbe rappresentarla ancora adesso in questa tragica “modernità” che stiamo vivendo.

Tratto dal romanzo «Crist in Concrete» di Pietro Di Donato – che ha cercato di coniugare, non senza difficoltà, ideali cristiani e prospettive marxiste – il film venne concluso in Inghilterra, a causa degli ostacoli creati al regista per supposte “attività antiamericane”, e racconta la misera vita di Geremia, un muratore italiano nella New York degli anni venti. L’incisiva recitazione degli attori e l’ambientazione sobria sono in forte sintonia con le poetiche del neorealismo e ne fanno quasi un archetipo della narrazione del dramma del lavoro strappato in cambio del rischio della vita.

Arriviamo così alla memoria di Marcinelle.

L’8 agosto di 58 anni fa, 262 minatori, tra i quali 136 italiani, morirono nelle miniere di carbone a Charleroi, in Belgio, a causa di un incendio. Ricordarli oggi significa trovare nel quotidiano le ragioni che ci fanno ancora cercare una nostra civiltà, non potendo riconoscere questa nella quale che il morire per lavorare fa ancora parte della più stretta attualità. Abbiamo ancora davanti agli occhi una foto dove l’ingresso della miniera assomiglia tanto all’ingresso di un lager e il pensiero corre immediatamente all’Arbeit macht frei.

Da Marcinelle nel 1956 a Vigna Murata (e tante altre stragi) nel 2020. Si dimostra ancora per intero la veridicità dell’analisi marxiana: i morti, i sacrificati all’idea dello sviluppo erano e sono gli sfruttati portati all’estremo sacrificio. Nella modernità di oggi tutto questo non è finito: pensiamo alle lavoratrici e ai lavoratori esposti, in tutto il mondo, al contagio della pandemia soltanto per ragioni di accumulo di mero profitto. Nel loro dramma si ascolta il respiro del mondo, si misura l’idea di uno sviluppo capitalistico globale che intensifica lo sfruttamento, scuote le relazioni fra le potenze, modifica i rapporti di forza tra le classi, spinge i padroni a schiacciare i proletari. Nell’Occidente sviluppato e maturo emergono tratti di vero e proprio “ritorno all’indietro” alle condizioni sociali della prima rivoluzione industriale, quelli descritti dalle pagine di Dickens o di Zola. Aumenta la pressione sulla condizione operaia in Europa come in America, il Sud del mondo viene usato per esasperare la concorrenza e costruire le condizioni dell’esercito di riserva, si sviluppa la politica imperialista contro i salari. Non si possono coltivare illusioni localiste, nazionaliste, protezioniste: la sola strategia per ricostruire, in Occidente come altrove è quella di una visione internazionalista rappresentativa di tutti gli sfruttati. La memoria di Marcinelle, momento storico esemplare nell’idea della ferocia dello sfruttamento, deve servire prima di tutto a ricordarci questo.

6 agosto 1956 Marcinelle; dopo una strage operaia ne accadono altre e risparmiare sulla sicurezza del lavoratori è una piaga sempre aperta!

di Vito Totire (*)

«Pietro, sai cosa c’è che non va in questo lavoro?E’ un lavoro di merda perché quando arriviamo in miniera al mattino è ancora buio… e quando finiamo e usciamo dal buco , è già notte. E’ questa la vera miseria , non vedere la luce» (tratto da «Marcinelle 1956» di Sergio Salma, Diabolo edizioni)

Il 4 maggio 2020 – in occasione dell’anniversario della strage operaia di Ribolla (1954) – abbiamo proposto l’avvio di un coordinamento, dal basso, delle città vittime di stragi operaie o legate al “modo di produzione”. L’elenco è drammaticamente lungo: Ravenna-Mecnavi, Torino-Tyssenkrupp, Bologna OGR-Casaralta, Casale Monferrato-Eternit, Monfalcone-cantieri navali, Viareggio-strage ferrovaria, Napoli-Pozzuoli Sofer, Taranto-Ilva, Molfetta-serbatoi (e trasporti), Mineo-depuratori, Arena Po-zootecnia, Modugno-fuochi artificiali… E potrebbe non finire più.

Quello che critichiamo della scadenza istituzionale dell’8 agosto (la giornata dell’italiano all’estero) è la cecità delle istituzioni che oggi fanno finta di commuoversi per i morti “italiani” di Marcinelle. La realtà è la condizione del lavoratore immigrato (italiano o no) e la sua condizione spesso di sfruttamento al limite – o persino oltre – della condizione schiavistica. Certo la grande maggioranza dei morti a Marcinelle fu di italiani, come lo fu di immigrati da regioni del sud a Ribolla in Toscana. Tuttavia solo la cecità politica della destra italiana potrebbe narrare che Marcinelle abbia rappresentato una contraddizione del passato; la stessa contraddizione oggi si ripresenta nelle campagne italiane, nella logistica, nel lavoro nero dell’edilizia e del turismo. Anche alcuni organi di informazione hanno denunciato lo schiavismo dei nostri giorni con le sue drammatiche conseguenze. Si pensi alla morte del giovane ventenne ghanese Alì Saibu nelle campagne di Aragona-Agrigento. Si pensi ai tanti morti sul lavoro come Reuf Islami (**) al quale il Comune di Bologna, da quasi venti anni,ancora “non riesce” a intitolare una strada. Ma si pensi anche al lavoratore polacco Antoni Rokita Grzegorz , ultimo di una serie di quattro morti a Bologna nel luglio di questo anno. Morti che spesso non entrano nelle “statistiche Inail” perché vengono sfruttati senza neanche essere assicurati.

Alla cecità politica della destra ha fatto da supporto l’assenza del ceto politico di “sinistra” incapace di vedere nella Giornata dell’italiano all’estero quello che è: una mistificazione operata da chi , in verità, sostenendo le forme più disumane dell’organizzazione capitalistica, non ha a cuore la salute e la vita dei lavoratori né italiani immigrati all’estero autoctoni, immigrati dal meridione o non di origine italiana.

Fra i lavoratori sfruttati non c’è alcuna barriera ma, a volte, un differente gradiente di rischio, con una minaccia che però incombe su tutti. Infatti in Italia è strage continua di lavoratori (autoctoni o immigrati). In soli 11 giorni a Bologna vi sono stati quattro morti sul lavoro e non pare scattato nessun campanello di allarme da parte delle istituzioni come si trattasse di eventi “normali”. Nè si può rimuovere la strage covid-correlata che ha visto nell’esposizione indebita di migliaia di lavoratori il veicolo della strage “paralavorativa” allargata. In tutto il pianeta: dalla sanità, alla logistica, al comparto carni e quello estrattivista, al settore raccolta rifiuti.

Basta con le ipocrisie e le rimozioni, l’8 agosto diventi in tutto il pianeta la giornata delle iniziative di difesa di chi lavora (e delle persone in cerca di reddito per sopravvivere) costretto/a a migrare nel mondo.

(*) Vito Totire, medico del lavoro, è portavoce della “Rete nazionale per l’ecologia sociale”.

(**) cfr Reuf Islami: 17° anniversario della morte (sul lavoro) e Morire di lavoro: Samuel Remel come…

In “bottega” cfr Scor-data: Marcinelle, 8 agosto 1956, La strage di Marcinelle: due ricordi per l’oggi e 8 agosto 1956-2018: morire di lavoro

 

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • mio marito, Massimo Sani, allora giovane giornalista, è accorso tra i primi a Marcinelle su richiesta della RAI, dato che si trovava come giornalista in quei paraggi.
    Ha assistito alla tragedia , al trasporto in superficie dei corpi, alla disperazione
    dei familiari migranti italiani….
    Nel cinquantenario Il Manifesto allora diretto da Gabriele Polo gli ha lasciato
    un grande spazio per la rievocazione di quella strage da lui vissuta direttamente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *