Marte-mix-dì: fra Miéville e «Linus»…

passando per Resnick, la sorprendente Simonetta Olivo, l’omonimia e la curvatura dello spaziotempo

1- Se pure viviamo già all’Inferno…

forse una speranza c’è, ha scritto Calvino (Italo non Giovanni) in «Le città invisibili». È una frase che, anche d’intesa con il mio “socio di scrittura” Riccardo Mancini, avrò declinato decine di volte. Torna ancora utile per la conclusione della (fiacca) trilogia della «Commedia Galattica» di Mike Resnick, riproposta da Urania come «Paradiso remoto», «Purgatorio: storia di un mondo lontano» e «Inferno» (210 pagine per 6,50 euri: traduzione di Maura Arduini). Anche nel romanzo conclusivo Resnick oscilla fra il palloso e l’ovvio, con manciate di colonialismo e qualunquismo fra valanghe di “non senso” ma d’improvviso il finale si riscatta. Non svelo, come di consueto la trama [si inserisce un anglofono “db aggiornati, bisogna dire spoiler” ma subito si reinserisce db “non mi faccio cocacolonizzare le parole”] però il colpo di scena colloca tutta la vicenda dentro un’altra prospettiva, quella diciamo del “se stai dalla mia parte ma senza farmi partecipare allora sei contro di me”. Così queste ultime pagine salvano Resnick (e soprattutto chi legge) dall’inferno della stupidità per regalare poi – dopo la fine – un ottimo racconto, meritato finalista al «Premio Urania Short 2017». Se volete saperne di più passate a 1 bis; altrimenti peggio per voi che restate ‘gnurant.

1 bis- La semplicità difficile a farsi

Neanche 10 pagine ma «Un giorno perfetto» di Simonetta Olivo azzecca personaggi, trama e scrittura: lo colloco fra i più bei racconti italiani degli ultimi anni. In apparenza è semplice ma invece “scava” dove serve senza fare proclami. Sa rielaborare il nostro immaginario: leggendo di un robot Daneel chi è tenacemente asimoviana/o penserà subito a “R. Daneel Olivaw” mentre i-le fans di Lou Reed avranno la loro “giornata perfetta”. Perfetta come la capacità dell’autrice di tenere tutto sotto controllo, dalla prima all’ultima emozione, allusione, suggestione. Quasi una dimostrazione: come 10 pagine raccontano, inventano, emozionano e convincono più delle quasi 200 del “rinomato” Resnick.

2- Scusate il ritardo…

Come ho già raccontato, io sono arrivato ai romanzi di China Mieville in ritardissimo. E me ne sono innamorato; qui in “bottega” sono in buona compagnia (ne hanno scritto Bianca Menichelli e Francesco Masala, a esempio). Visto che Fanucci ha ristampato – a buon prezzo – i “vecchi” Mieville, sto colmando le mie lacune. Giorni fa ho concluso la fatica (solo un grande libro mi tiene incollato per oltre 700 pagine) di «La città delle navi». Questa mini-recensione inizierà con «santo sputo divino» e con «merda solare», imprecazioni rubate al suddetto libro, per esprimere il mio sconcerto nel vedere la maestria di Mieville. Soltanto lui e pochissimi/e altri/e potrebbero tenere insieme orrori e meraviglie del mare, vampiri di tipo (quasi) nuovo, avventure e architetture, meticciati estremi, incantesimi, «alghe senzienti», donne zanzare (fanno più orrore o pena?), «depositi di occasioni» e molto altro, senza mai stancare. Ci sono anche i suoi “soliti” pazzeschi calendari: che ne dite di «scansadì»? o della «Vigilia di Malalivarda»? O di «Blubato 27 Polverile 1779» che poi sarebbe «Sepredì 4 Quarto Embricato 6/317»?

Critiche? Forse è lento a decollare e magari 100 pagine in meno ci stavano; ma quando China Mieville decolla… ti porta ovunque. La sua scrittura è cesellata, in certi punti eccelsa (immagino che chi lo traduce – in questo caso è di nuovo Elisa Villa – goda quanto sudi). E ora un avviso speciale per chi lavora in mezzo ai libri: a pagina 179 c’è uno straordinario (da far ammutolire, giuro) elogio delle biblioteche pubbliche: non p-e-r-d-e-t-e-v-e-l-o. Insomma: bummp, chhh, bummp, chhh. Grancassa e piatto; vi è chiaro il concetto?

3- «Ci rivediamo tra cent’anni»

Ogni domenica il pessimo «Corriere della sera» manda in edicola, a soli 50 centesimi, il supplemento «La lettura» che è invece mediamente buono (salvo alcune marchette disgustose). Se vi è sfuggito quello datato 20 maggio qui sotto vi incollo l’inizio – e poi anche il link, evviva – a una «Conversazione di Giulio Giorello con Jim Al-Khalili» intitolata appunto «Ci rivediamo tra cent’anni» sotto l’etichetta – prudente? ironica? esorcistica? – «(Fanta)scienza».

“I viaggi nel tempo affascinano da secoli l’immaginazione umana suggerendo percorsi circolari attraverso la curvatura dello spazio-tempo”

“Nel presentare i saggi che compongono il volume, Il futuro che verrà (dal 24 maggio in libreria per Bollati Boringhieri), Jim Al-Khalili, fisico teorico nonché apprezzato comunicatore scientifico, inizia così: «Secondo la teoria della relatività il futuro è sotto i nostri occhi, pronto ad attenderci: tutti i tempi lo sono — passato, presente, futuro — preesistenti e permanenti in uno statico spaziotempo a quattro dimensioni, e tuttavia la nostra coscienza è inchiodata a un oggi in continuo mutamento». Sicché «non riusciamo mai a vedere ciò che sta davanti a noi». Eppure, questa non è una ragione per dichiarare persa la partita e non tener conto delle previsioni formulate da esponenti del mondo scientifico provvisti di notevole competenza. Dice Al-Khalili: «Un libro dedicato al futuro della scienza come potrebbe non parlare dei viaggi nel tempo?».

Se vi interessa leggerlo tutto in rete lo trovate su www.iniziativalaica.it.

4 – «Science Fiction Now!»…

è il titolo ma l’occhiello addirittura urla «La fantascienza è la migliore metafora del nostro tempo». Nell’eterno (?) cattivo uso di etichette e consumo/abuso di parole, fa piacere che il nuovo «Linus» – da maggio al timone c’è Igort – abbia un simile elogio della fantascienza a firma Sergio Brancato. C’è il “mio” Dick ma anche il “vostro” (da me è poco amato) Gibson fra Baudrillard, molto cinema, serie tv e ovviamente fumetti. Per comporre un discorso apertissimo e necessario, come si evince anche dalle frasi finali: «… l’immaginario fantascientifico teso a cogliere il mutamento che investe la prospettiva dell’umano. Sino a rendere la fantascienza di oggi una sorta di dissonanza cognitiva, una sfida a riconoscerci nell’idea mutata di noi stessi… ».

4 bis – Io sono db e a volte no

Se qualcuna/o ancora non lo sa, esito a parlare di fumetti in bottega – e soprattutto della rivista «Linus» – perché esiste un altro Daniele Barbieri che lo fa molto meglio di me (e a volte sono geloso). Perfino qui in bottega; a esempio qui: Dei 50 anni di «Linus». Capirete che questa precisazione è necessaria, visto che veniamo spesso confusi. Omonimia per piccina che tu sia… tu mi sembri una malìa.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Sub 2 – benvenuto nel club, dibbi! Meglio tardi che mai! Sperando che tu abbia già letto Perdido Street Station.
    Quando mi capitò in mano nel 2003 mi dissi:”Questo ragazzetto ne farà di strada” o di pagine che dir si voglia.
    Non mi ha deluso.

    • Daniele Barbieri

      Grazie Bianca.
      Io mi distraggo spesso (sarà l’età? o l’abuso di cioccolata?) ma anche tu hai perso un post. “Non so bene se il mese era «Fertilaio», «Colpaio» oppure «Stuoile»…” o forse ottobre 2017 come contano molti bipedi terrestri; il giorno – di certo – era Marte/dì. Scrissi un “peana” a Melville intitolato: Torna in libreria «Perdido Street Station» di China Miéville

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