Marte, stiamo arrivando. E tu Venere aspettaci

quattro articoli di Daniele Barbieri e Andrea Mameli

Come forse sapete, da qualche giorno «Curiosity» (ehi, sembra il titolo di un fulminante bebop alla Charlie Parker) si aggira sul suolo marziano e per un paio d’anni dovrebbe mandare immagini e dati. Al momento dello sbarco (il 6 agosto) il quotidiano «L’unione sarda» ha chiesto ad Andrea Mameli un pezzo tecnico e a me una scheda per vagabondare fra miti vecchi e nuovi (la fantascienza ovviamente) con un pizzico di storia e di «ma perché proprio ora rinasce la voglia di Marte?». Li trovate entrambi, al solito parola più-parola meno, qui sotto. Poi il 27 agosto era il cinquantenario della più importante missione spaziale su Venere: così con Mameli abbiamo bissato: un suo articolo tecnico-storico e una mia scheda balzellante fra miti e mondi. Ve li ho pure incollati qui sotto: sempre parola più, parola meno. E per oggi basta. Se poi volete una illustrazione…. beh cercatela: potete scegliere fra la ovvia Venere che nasce dalle acque e qualcosa di meno convenzionale, tipo «Venere e amorini» di Salvador Dalì. (db)

La missione marziana: Mars Science Laboratory

di Andrea Mameli

Oggi, dopo sette mesi di viaggio, il più sofisticato laboratorio di analisi mai lanciato fuori dal nostro pianeta raggiungerà il suolo marziano. Il rover Curiosity trasporta 80 kg di strumentazioni scientifiche, per 900 kg complessivi: un dato che fornisce le giuste proporzioni, se si pensa che i suoi predecessori, Opportunity e Spirit, pesavano meno di 2 quintali ciascuno e portavano circa 7 kg di strumenti.

Il primo ostacolo di questa complessa missione è l’atmosfera marziana: il prezioso carico terrestre deve rallentare da 21 mila km orari a zero in appena 7 minuti e per questo scopo è stato dotato del più grande paracadute supersonico mai costruito. Ma non basta: per l’ultimo tratto, a 12 km dal suolo, è stato ideato un sofisticato sistema di retrorazzi, con il compito di mantenere in quota il guscio, e di cavi d’acciaio per calare delicatamente fino al suolo il rover costruito nel Jet Propulsion Laboratory.

Curiosity porterà avanti la sua missione con un rilevatore di idrogeno e di acqua (realizzato dall’agenzia spaziale russa), una centrale meteo (costruita in Spagna), uno spettrometro per l’analisi chimica delle rocce (fornito dall’agenzia spaziale canadese), un rilevatore di tracce organiche (prodotto dalla Nasa), uno strumento per l’analisi dei minerali (installato a bordo dal Jet Propulsion Lab), due videocamere, un microscopio in grado di fotografare oggetti più piccoli di una capocchia di spillo e altri strumenti di misurazione. Il tutto sarà comunicato immediatamente, si fa per dire: il segnale radio proveniente da Marte impiegherà 13 minuti e 46 secondi per raggiungere il nostro pianeta.

La missione si potrà seguire in streaming video – www.ustream.tv/nasa – e dal sito web e dai canali social della Nasa. Per l’atterraggio è stato scelto il cratere Gale, giudicato il posto migliore per cercare l’acqua, ma Curiosity si arrampicherà sul monte Sharp, allo scopo di individuare sedimenti molto antichi: utili a ricostruire la storia di Marte e dello stesso sistema solare. Lo scopo dichiarato di questa missione è cercare di capire perché, se 3 miliardi di anni fa Terra e Marte erano pianeti gemelli, oggi il pianeta rosso è così inospitale. Ufficialmente il Mars Science Laboratory non sta andando a cercare tracce di vita marziana, ma è chiaro che la sua strumentazione è in grado di confermare (o meno) l’esistenza di caratteristiche chimico-fisiche riconducibili alla presenza di forme viventi del pianeta, riscontrate a partire dalla missione Viking nel 1976.

La missione durerà un anno marziano, che corrisponde a due anni terrestri, ma a seconda delle circostanze potrebbe anche prolungarsi, come accadde per il rover Opportunity: ancora attivo dal 2004.

Tuttavia l’esplorazione del pianeta rosso potrebbe rivelarsi utile anche per capire quali risorse minerali vi si potrebbero estrarre. E in tal caso il futuro delle missioni su Marte potrebbe portare equipaggi umani e così la produzione di ossigeno, acqua, materiali per le costruzioni e materia commestibile si rivelerebbero determinanti. In questa direzione si sta muovendo il progetto Cosmic che ha per partner Università di Cagliari, CRS4, CNR e Agenzia spaziale italiana. Il 24 luglio è stata depositata la domanda di brevetto internazionale (inventori, Giacomo Cao, Alessandro Concas, Gianluca Corrias, Roberta Licheri, Roberto Orrù e Massimo Pisu) su un procedimento per ottenere prodotti utili al sostentamento di missioni spaziali permanenti su Marte, ma anche su Luna e asteroidi (ossigeno, acqua, monossido di carbonio, ammoniaca, fertilizzanti azotati e biomassa edibile) a partire da risorse reperibili in loco. Alcune tecnologie sviluppate e brevettate nell’ambito del progetto Cosmic sono state prese in considerazione per future missioni lunari dalla Nasa, all’interno del coordinamento mondiale per l’esplorazione spaziale. In questo modo anche la Sardegna potrà offrire il suo contributo. Ma quando arriverà quel momento? Forse la missione Curiosity sarà determinante anche per rispondere a questa domanda.

Marte fra minacce, bandiere e Guzzanti

di Daniele Barbieri

Visibile cioè vicino. E rossastro, dunque color sangue. Così per i vecchi terrestri più paranoici il pianeta si identifica con il dio Marte (Ares, Nergal o come vi pare) che porta guerra e morte. Fu così importante per i popoli italici che Marsi, Mamertini e altri ne ripresero il nome. I romani gli dedicarono un mese l’anno e un giorno della settimana visto che la leggenda voleva Marte padre di Romolo e Remo.

Se il pianeta-dio era cattivo anche i satelliti dovevano far paura: scoperti nel 1877 (curioso: Jonathan Swfit ne aveva scritto ne «I viaggi di Gulliver» 150 anni prima) furono chiamati Fobos e Deimos, cioè spavento e terrore.

La mitologia fantascientifica ha più frecce al suo arco: se la strana coppia Wells-Welles li vuole invasori e cattivissimi, i marziani sono buoni (o estinti) in Bradbury, Clarke, Weinbaum e tanti altri scrittori. Un caustico Philip Farmer immagina che un nuovo Gesù arrivi da lì: altrettanto improbabile che i «Fascisti su Marte» nel film di Corrado Guzzanti.

Negli ultimi due secoli l’acqua marziana fa litigare scienziati, sognatori e rabdomanti: prima si giura che quei canali sono artificiali dunque c’è vita; poi telescopi, sonde e robot sembrano accertare che il pianeta è desertico; per arrivare alla missione del luglio 2008 a garantire che acqua c’è, forse tanta, sotto le calotte polari.

Così il nostro gemello torna appetibile. Dopo la sfida lunare a due nel secolo scorso, quella marziana si giocherà a 3 o a 4: gli amici un po’ nemici Usa ed Europa contro i cinesi e forse la nuova Russia. Dal giugno 2010 gli Stati Uniti hanno iniziato le simulazioni per un viaggio umano che potrebbe partire fra il 2020 e il 2025. Fanno sul serio?

Perché noi (nel senso di terrestri) dovremmo impegnarci in un’impresa così costosa? Chi ci crede «fatti per seguire vertute e conoscenza» (come l’Ulisse dantesco) pensa che voleremo su Marte spinti dalla brama di esplorare nuovi mondi. Chi ha un mirino nel cervello ragiona in termini di vantaggi militari. Chi oscilla fra pessimismo e realismo pensa allo slogan ecologista: visto che abbiamo consumato quasi tutta la Terra, se continuiamo così (a sprecare risorse e a figliare) urgono pianeti nuovi.

Per ora Marte è inabitabile ma da quasi 50 anni si ragiona (o sogna?) sulle tecnologie per «terraformarlo» cioè renderlo adatto a noi. Scienziati e astronauti, ispirandosi allo scrittore Kim Stanley Robinson, profetizzano che quando (o se) ci sarà una colonia terrestre su Marte la sua bandiera sarà rossa, verde e blu a simboleggiare la trasformazione del pianeta arido e cattivo a uno dove rinasca la vita (il verde) e finalmente con un cielo azzurro.

Dopo Marte si va su Venere?

La prima mappa il 27 agosto 1962

Studiare il suo effetto serra è utile a conoscere meglio il nostro pianeta

di Andrea Mameli

Il 27 agosto 1962 alle 6 e 53, ora della Florida, un razzo Atlas-Agena si stacca dalla rampa di Cape Canaveral. La missione, portare la sonda Mariner 2 nell’orbita di Venere, è ambiziosa: bisogna superare 40 milioni di km, cento volte la distanza Terra-Luna. Le premesse non sono incoraggianti: i precedenti 4 tentativi (uno statunitense e tre sovietici) sono falliti.

Il volo dura meno di quattro mesi e durante il tragitto la sonda misura la polvere interplanetaria, che si scopre più scarsa del previsto, la densità della polvere cosmica, più bassa rispetto alle regioni vicine alla Terra, e il vento solare, che nello spazio interplanetario appare scorrere in modo continuo. La sonda rileva anche particelle cariche provenienti dal Sole e raggi cosmici originati all’esterno del sistema solare.

Il Mariner 3 entra nell’orbita di Venere il 14 dicembre 1962 e raccoglie dati per 129 giorni. È un successo scientifico e tecnologico enorme: per la prima volta una sonda sorvola un pianeta diverso dal nostro. Nel corso di questo sorvolo ravvicinato – a 35.000 km dalla superficie di Venere – la sonda raccoglie e invia a Terra una serie di dati che emozionano il grande pubblico e destano l’interesse della comunità scientifica mondiale, confermando alcune misurazioni come la temperatura media, che si aggira intorno ai 480°C e l’atmosfera, che risulta composta al 98% da anidride carbonica. In base agli studi condotti sulla Terra si è poi determinato che il diverso sviluppo dell’atmosfera terrestre rispetto a quella venusiana ha avuto origine dal ruolo di raccolta di quasi tutta l’anidride carbonica presente nell’atmosfera svolto dagli oceani, mentre su Venere l’alta temperatura media superficiale (circa 480°C) ha impedito la formazione degli oceani.

La sonda Mariner 2 ha poi determinato che l’atmosfera di Venere è molto densa: al suolo raggiunge le 90 Atmosfere (quanto la pressione dell’acqua a mille metri di profondità). Ne ha fatto le spese la sonda sovietica Venera 4 distrutta dalla pressione prima di raggiungere il suolo nel 1967.

Alcuni osservatori del XIX secolo ritenevano che periodo di rotazione di Venere fosse simile a quello terrestre. Il primo a ipotizzarne una molto più lenta, compresa tra 6 e 9 mesi, fu Giovanni Schiaparelli nel 1890. Il Mariner 2 ha confermato che Venere ruota intorno a se stesso in 243 giorni terrestri, e intorno al Sole in 224,68 giorni, essendo l’unico pianeta del Sistema Solare con il giorno maggiore del suo anno. Ma è anche l’unico a ruotare da est verso ovest, nello stesso senso in cui si compie il moto di rivoluzione: un fenomeno che tuttora non ha trovato spiegazione.

Dobbiamo attendere un altro agosto, quello del 1990, per avere la prima mappatura di Venere. La sonda Magellano, dotata di un potente radar, effettuò misurazioni altimetriche e riprese tridimensionali della superficie. I risultati della missione hanno consentito di mappare il 98% della superficie di Venere con particolari dell’ordine di grandezza di 100 metri. Le mappe venusiane sono state poi completate dalla sonda europea Venus Express, che ha raggiunto l’atmosfera di Venere il 10 aprile 2006 e ha permesso di analizzare i meccanismi di natura chimico-fisica che regolano il funzionamento della atmosfera di Venere e il suo drammatico effetto serra.

Il 20 maggio 2010 il Giappone ha lanciato la sonda Akatsuki, che ha però fallito l’ingresso in orbita attorno a Venere, previsto per il 7 dicembre 2010, e riproverà nel 2016.

Un nuovo sistema di sorvolo ravvicinato, non ancora ufficiale, consiste nell’invio in atmosfera di un aereo alimentato con pannelli fotovoltaici, la cui alimentazione, abbinata alla durata del giorno venusiano, potrebbe consentire il volo illimitato a una velocità inferiore a 20 km orari.

Avrà invece lo scopo di studiare la composizione delle rocce e di individuare il luogo adatto in cui far sbarcare un equipaggio umano la sonda Venera D, che partirà dalla Russia nel settembre 2013 e raggiungerà Venere nel gennaio 2014.

Un pianeta fra amori e fantascienza

di Daniele Barbieri

Il simbolo astronomico di Venere è lo stesso che indica il genere femminile, poi ripreso dal femmimismo: la rappresentazione stilizzata (ben poco comprensibile però) di una mano della dea che regge uno specchio.

Siccome il pianeta è – dopo la Luna – il più visibile in cielo, sin dall’antichità entra con forza nell’immaginario: ne parlano i Babilonesi (come Ishtar), i Cartaginesi (Tanit), Egizi, Masai, Ebrei, Maya e Toltechi, gli aborigeni australiani, i Greci e ancora in Cina, India e fra i Lakota-Sioux. Si pensò a lungo che la stella del mattino e quella della sera (sempre Venere) fossero due pianeti diversi. Fu un astro particolarmente importante per i Latini convinti che Enea fosse imparentato con Venere-Afrodite.

Sant’Agostino annotò che il pianeta cambia colore. E i popoli pre-combiani sostennero che alcuni venusiani (cioè gente venuta dall’astro del mattino e della sera) vissero a lungo nelle Ande prima di misteriosamente estinguersi. Due storie fantastiche, magari collegabili in qualche romanzo.

La fantascienza non poteva farsi scappare le suggestioni del «pianeta gemello».

Una delle prime conquiste immaginarie avviene nel 1914: l’astronave tedesca Von Humboldt in 41 giorni raggiunge Venere e il Kaiser subito l’annette all’Impero germanico. Un ironico Edgar Rice Burroughs (sì, il papà di Tarzan) nel 1934 immagina che i Terrestri insediati su Venere non riescano a convincere gli indigeni che essi arrivano da un lontano pianeta.

Ma è lo scienziato-scrittore Arthur C. Clarke a scrivere nel 1961 il racconto più bello, «Prima dell’Eden», sulla conquista di Venere. Sembra la realistica cronaca dello sbarco. Con una lieta sorpresa: «qualcosa sta producendo ossigeno» annota un astronauta e un altro, di rimando: «dove ci sono piante, presto o tardi ci saranno animali». Poco dopo lo storico incontro: un enorme tappeto vegetale che striscia, «come il plancton del mare». Non c’è tempo per capire di più, la spedizione terrestre deve ripartire: ma quel «tappeto vivente» è una grandissima scoperta. Però, appena gli astronauti vanno via, «la creatura» annusa le rocce, «fruga coi tentacoli» e si nutre: «mozziconi di sigarette, cellulosa dei bicchieri» vengono assimilati senza danni ma sono rimasti anche «batteri e virus» terrestri che l’avvelenano. Quando l’astronave terrestre è in viaggio, la vita su Venere sta già morendo.

Lo stesso Clarke, forse pentito, resuscita il pianeta nel romanzo «3001 odissea finale»: per «terraformare» Venere (cioè renderlo simile alla Terra e dunque abitabile) basterà deviare frammenti di comete. E la vita rinasce con forse solo un filo di poesia in meno di quella dea scaturita da una conchiglia.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Ho letto con molto piacere, e mi stupisco sempre dell’incredibile immaginazione umana e di ciò che il nostro piccolo cervello è stato capace di fare da quando l’uomo è diventato sapiens sapiens!

  • Buon giorno. Scrivo da Atlanta, USA. Vi informo che noi della Coca Cola abbiamo già depositato il brevetto e organizzato i voli per il trasposto dell’acqua da Marte, quando l’ultima acqua potabile sulla Terra sarà alle soglie della scomparsa. Allora il trasporto da Marte diventerà concorrenziale per i pochi sopravvisuti in grado di pagarsela. Ma quell’acqua sarà solo di nostra proprietà. Un’aggiunta di bollicine, caramello, caffeina e, per voi che ci credete, un po’ della nostra sostanza segreta. Et voilà :Mars Coke!
    Remember: MARS COKE!

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