Martin Luther King e Obama a Selma (Alabama)

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la marcia da Selma a Montgomery, nel 1965:

La marcia di Selma non è finita: ”ci sono altri ponti da attraversare”, nella consapevolezza che ”basta aprire gli occhi per sapere che la storia razziale di questo paese getta ancora un’ombra lunga su di noi”. Barack Obama prende la parola a pochi metri dal ponte Edmund Pettus, simbolo dei sanguinosi fatti saliti alle cronache come ‘Bloody Sunday’, quando manifestanti pacifici scesero in piazza, cercando di attraversare il ponte, per rivendicare i loro diritti civili e furono assaliti dalla polizia. Le immagini scioccarono l’ America e aprirono la strada all’approvazione, in quello stesso anno, del Voting Rights, la legge che consentì ai neri di votare. Un discorso appassionato, una lettera d’amore per le generazioni future, i cui toni ricordano quelli di Obama nel 2008, efficace, chiaro e diretto. Ma anche quelli di Martin Luther King. Un Obama emozionato nel ripercorrere uno spaccato di storia americana, che gli ha consentito di diventare il primo presidente afro americano degli Stati Uniti.
Lo riconosce John Lewis, il parlamentare della Georgia rimasto ferito durante la marcia di 50 anni fa a Selma. ”Se qualcuno mi avesse detto allora che avremmo un presidente afroamericano e che sarei stato io a introdurlo, gli avrei detto che era matto” afferma Lewis introducendo alla folla, circa 40.000 persone, Obama. Il presidente ringrazia e si dice onorato di poter intervenire dopo uno dei suoi ”eroi”. ”Selma e’ uno dei posti che ha definito il destino di questo paese. Se Selma ci insegna qualcosa e’ che il lavoro non e’ mai finito” afferma Obama, a Selma accompagnato dalla famiglia, con Michelle Obama che siede in prima fila accanto all’ex presidente George W. Bush e sua moglie Laura. Non c’e’ bisogno – aggiunge Obama – del rapporto di Ferguson per dire che ci sono ancora discriminazioni razziali. Ad ascoltarlo i genitori di Michael Brown, il teenager afroamericano ucciso a Ferguson da un agente di polizia. Un caso analogo a quello piu’ recente in Wisconsin. A Madison un 19enne di colore disarmato e’ stato ucciso nelle ultime ore da un agente. ”Dobbiamo riconoscere che il cambiamento dipende da noi, dalle nostre azioni, da quello che insegniamo ai nostri figli. Con questo sforzo possiamo assicurarci che il nostro sistema giudiziario funzioni per tutti, non per alcuni” mette in evidenza Obama, ammettendo che anche se c’e’ ancora strada da fare, molti progressi sono stati compiuti. ”Rifiuto l’idea che nulla sia cambiato. Chi lo ritiene, dovrebbe chiedere a qualcuno che e’ vissuto a Selma, a Chicago o Los Angeles negli anni 1950. Nel perseguire la giustizia, non possiamo permetterci ne’ compiacenza ne’ disperazione”. Obama guarda quindi al futuro. Lodando i manifestanti del 1965, ”gente ordinaria che ha avuto il coraggio di fare cose straordinarie” e munita di ”un’enorme fede in Dio e nell’America”, il presidente lancia un nuovo fronte dei diritti civili, i gay.
”Rispettiamo il passato ma non ci struggiamo per questo. Non abbiamo paura del futuro, cerchiamo di impadronircene” afferma. ”Siamo i gay americani il cui sangue scorre per le strade di San Francisco e New York, cosi’ come e’ scorso su questo ponte”. Favorevole alle coppie dello stesso sesso, l’amministrazione Obama senza mezzi termini si rivolge alla Corte Suprema, che avvierà l’esame del divieto delle nozze gay imposto in quattro stati americani il 28 aprile. Il divieto e’ contrario alla costituzione e ”invia un messaggio chiaro”, ovvero che le coppie gay e i loro figli ”sono famiglie di seconda classe”. Da qui il parallelo con i neri americani: ”gli stati non possono proibire i matrimoni fra
razze diverse, e non possono proibire neanche quelli fra lo stesso sesso”. (da qui)
qui le parole e la voce di Martin Luther King

qui il video completo e qui il testo del discorso di Obama, in inglese (qui in italiano)

qui si parla del film “Selma”
Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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