Mate-mitici e altri supereroi

Dal matematico-crittografo Alan Turing (se non ha sconfitto da solo la flotta nazista poco ci manca) all’astrofisico Stephen Hawking: sugli schermi di recente trionfano gli scienziati. Caso o tendenza? (*)

filmAgorà

«The imitation game» e «La teoria del tutto» sono bei film che vengono premiati al botteghino. Stranissimo.

I cinefili obietteranno che di «mate-magici» (e super-scienziati) al cinema se n’erano già visti. Per citarne solo alcuni: «Genio ribelle», «Contact», «Beautiful Mind» o «Agorà». Anche un film (e prima libro) di grandi incassi come «Il codice Da Vinci» ha fatto sì conoscere a molte persone il grandissimo matematico Fibonacci ma le discussioni certo non si accaloravano su quello. Molte anche le pellicole italiane: «Morte di un matematico napoletano», «Non ho tempo» su un personaggio affascinante come Evariste Galois), «Cartesius» di “sua maestà” Roberto Rossellini e ben due (fra tv e grande schermo: «I ragazzi di via Panisperna» e «Il piccolo Archimede») di Gianni Amelio. Verissimo ma purtroppo pochi fra questi film “di scienza” sono stati premiati dal pubblico.

Ho dimenticato qualche titolo? Chiedo lumi a Ismaele, il cinefilo e critico della “blottega”. Riassumo le sue indicazioni. Ismaele parte con «Il segreto di Nikola Tesla», film jugoslavo del 1980, dove appare Orson Welles e «A beautiful mind» (2001) sulla vita di John Nash, interpretato da Russell Crowe, che rende bene la vita del matematico malato di schizofrenia, che vincerà il premio Nobel. Ci sono poi film che non sono biopic – cioè biografie, più o meno romanzate – come «Will hunting – genio ribelle» (1997) di Gus van Sant su un matematico autodidatta, con Robin Williams e Matt Demon (entrambi vinsero l’Oscar per quel film). Scienziati protagonisti anche nelle varie versioni di «Frankenstein» e de «L’isola del dottor Moreau», in «La mosca» (1986) di David Cronenberg, in «Stati di allucinazione» (1980) di Ken Russel. «E ovviamente – puntualizza Ismaele – non sempre è facile alzare un confine netto tra film di “scienza” e di “fantascienza”. Segnalo anche “π – Il teorema del delirio” (1998) di Darren Aronofsky dove il protagonista, un matematico, scopre la sequenza di numeri che secondo una setta cabalistica ebraica rappresenta il nome di Dio. Poi c’è “Agora”, uno straordinario film di Alejandro Amenábar su Ipazia, la scienziata che visse ad Alessandria, in Egitto, nel quarto secolo dopo Cristo, dove fu messa a morte dai cristiani. Ma perché la scienza attira il cinema? Forse solamente perché si innamora di donne e uomini con vite straordinari, e in quel campo abbondano».

E comunque i “modologi” e i tuttologi in passato non avevano gridato che «il nuovo mito popolare è l’uomo di scienza». Pur prendendo con le pinze questo entusiasmo, vale la pena verificare se c’è qualcosa di nuovo.

Per esempio Andrea Mameli (che lavora al Crs4 di Pula) osserva: «La teoria del tutto e The Imitation Game riposizionano gli scienziati da persone fuori dal comune (tutte genio e sregolatezza) a persone normali ma con cervelli extra. Forse l’immagine che ci regalano questi due film è troppo pietistica o didascalica o intimistica… è sicuramente un passo in avanti ma non siamo ancora soddisfatti».
Analogo un commento postato su «
Scienza in rete» (è qui: http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/filippo-bonaventura/teoria-del-tutto-e-sindrome-di-beautiful-mind/gennaio-2015) dove fra l’altro si legge: «La trasposizione su schermo della vita dei fisici funziona quasi a colpo sicuro. Segnale che la svolta pop nella comunicazione pubblica delle scienze “dure” degli ultimi anni ha avuto il suo effetto. Tuttavia questa svolta pop rischia spesso di finire schiacciata sotto il peso dei suoi stessi cliché». E ancora: «Oltre a Hawking e alle sue teorie, è la stessa scienza a venire rappresentata in maniera riduttiva e stereotipata, in cui ciò che conta sembra essere soltanto il momento dell’ispirazione creativa». L’aspetto positivo del film «è che avrà probabilmente l’effetto di fare incuriosire molte persone sull’opera imprescindibile di uno dei più grandi fisici teorici del secondo dopoguerra».

In sostanza concordano alcuni ventenni – amici di mio figlio – all’uscita di «La teoria del tutto»: «bel film ma io più che la storia d’amore avrei voluto sapere delle teorie di Hawking». Sono forse alcuni di quei ragazzi (molti mi pare di capire) che passano ore davanti a un programma tv che si intitola «The Big Bang Theory». E’ una sit-com statunitense in onda dal 2007 (in Italia è “in chiaro” solo dal 2010): dei 4 giovani protagonisti 3 sono fisici e uno ingegnere spaziale; da poco nella serie è arrivata Bernadette, una microbiologa. Si ride certo ma i momenti scientifici sono continui e serissimi.

Come di recente ho scritto in “blottega” – è qui Homer al cubo, g-algebra, Futurama… – la matematica affiora spesso negli amatissimi Simpson.

«Scienza protagonista anche in un altro successo di stagione, Interstellar, ideato e scritto da uno scienziato super quanto Hawking, cioè Kip Thorne» osserva Andrea Bernagozzi, astronomo di passione e mestiere: «La rappresentazione del wormhole e del buco nero, la dilatazione relativistica dei tempi, sono parte integrante della narrazione filmica. Che il risultato piaccia o meno (c’è stato un ampio dibattito su questo, sia dal punto di vista delle idee scientifiche di Thorne che dell’interpretazione data dal regista Christopher Nolan) se togli la scienza non puoi raccontare quella storia e perdi anche quel fascino visivo. Se Hawking, invece di essere un astrofisico teorico, fosse stato un biologo molecolare, l’impatto di La teoria del tutto sarebbe cambiato? Probabilmente no, perché è la storia d’amore e di lotta della coppia contro la malattia che commuove, non la gravità quantistica. Giusto così, perché ognuno fa il suo mestiere: gli scienziati fanno ricerca, gli artisti fanno arte. Altro esempio di qualche mese fa è Gravity, dove gli astronauti sono naufraghi nello spazio. Il regista ha impiegato anni a realizzare il film perché voleva: 1) effetti speciali realistici, 2) scienza e tecnologia rappresentate nel modo più corretto possibile. Attenzione, non corrette in assoluto, perché il film altrimenti si sarebbe ridotto a questo: astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale vengono colpiti da frammenti in orbita, muoiono tutti, fine. Invece ecco che l’astronauta Sandra Bullock si salva navigando fra un satellite e l’altro. E tutti i competenti a dire “ma come, sono su orbite differenti, non è possibile” e altro ancora; vedi a esempio qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Plausibilit%C3%A0_scientifica_di_Gravity ».

Bernagozzi ama «The Big Bang Theory» perché «paradossalmente, quello stile fra satira e parodia forse presenta lo scienziato com’è davvero in modo più pertinente e trasparente degli eroi titanici di molti film sugli scienziati. Ha successo? Sono tra gli attori più pagati della storia della televisione americana e Sheldon Cooper, il fisico teorico, è un personaggio ormai mitologico, come dire Fonzie o Mork».

Altri spunti. «Torno ai classici, a Spock della prima serie di Star Trek, quella degli anni Sessanta, che ha influenzato generazioni di telespettatori. E’ l’ufficiale scientifico dell’astronave Enterprise: esplora e analizza, con logica e metodo, i pianeti e le forme di vita aliene in cui man mano si imbattono il capitano Kirk e compagnia. Per molti, compreso il sottoscritto, ha rappresentato il primo contatto con “lo scienziato”. Non mi vergogno a dire che ancora oggi, in certe situazioni, mi chiedo: “Cosa farebbe Spock?” e – ridi pure se vuoi – mi aiuta. Inoltre Spock e Star Trek mostrano, nelle migliori puntate, che quello dello scienziato è un punto di vista, non l’unico: un punto di vista importante ma che sa di cogliere solo certi aspetti».

La valutazione finale di Bernagozzi è “pessottimista” insomma oscilla fra un bicchiere vuotissimo e uno inebriante: «Ho seri dubbi sul successo degli scienziati nell’immaginario collettivo. Non sai quante volte vengo chiamato “astrologo” anche da insospettabili. Quando l’ex presidente Napolitano ha nominato senatori a vita Carlo Rubbia e Elena Cattaneo, due super scienziati, apriti cielo, manco fossero criminali. Elena Cattaneo ha organizzato una serie di audizioni periodiche di ricercatori che vengono a spiegare ai parlamentari interessati la loro ricerca e perché può essere strategica per il Paese: ne hai mai sentito parlare? Stamina, Ogm, vai avanti come preferisci, sono questioni dove è ovviamente lecito che ci sia dibattito, ma quale peso vi hanno gli scienziati, rispetto a politici che rappresentano prese di posizioni ideologiche e sono contenti che queste escludano il contributo della scienza? Tornando agli schermi c’è da augurarsi che questa “moda” (pur con i suoi difetti) continui».

Mi unisco all’auspicio. Mi pare un buon segnale il successo – parrebbe ma non dispongo di numeri – in edicola della serie di libri “La matematica come un romanzo” (ne ho parlato qui in “blottega” varie volte) “cangurato” dal quotidiano «Corriere della sera». In ogni modo io sarò ben felice se il grande schermo (che amo) e quello piccolo (lo ignoro) racconterà al grande pubblico altre figure affascinanti che finora non hanno avuto la loro occasione: a partire magari da un certo Einstein, da un tal Galileo o da qualcuna delle molte scienziate alle quali il maschilismo imperante ha rubato il Nobel.

(*) Una versione molto più breve (3500 battute, questo mio post invece supera le 9mila) è uscita, il 7 febbraio, nella pagina libri del quotidiano «L’unione sarda»: come spesso accade lo spazio ridotto mi ha fatto guadagnare in sintesi… forse perdendo qualcosa in approfondimento. Però il tema mi appassiona e ci ho lavorato ancora un poco (troppo poco?) ed ecco il risultato. Non finisce qui: nei prossimi giorni si annuncia (in blottega) un intervento di Fabrizio Melodia e spero di qualche altra/o. E mi piacerebbe anche intervistare Ennio Peres, esperto di matematica “giocosa”. (db)

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

4 commenti

  • Daniele Barbieri

    Una coincidenza. Forse inconsapevole telepatia. Ho appena finito di scrivere sui mate-mitici e altri scienziati “alla moda” che mi arriva per posta l’ultimo «Pollicino Gnus» – la rivista di cui sono direttore ir/responsabile (firmo, senza compenso e senza potere, per aggirare una legge liberticida che non condivido) – intitolato, guarda te, «Matematica, amata nemica mia». Un bel numero: ci avrei scritto volentieri tre righette se mi avessero fatto un fiiiiiiiischio. Ve lo consiglio. Su http://www.pollicinognus.it potete recuperarlo… o abbonarvi. Il sommario propone una quindicina di articoli. Ecco i titoli: «Che idea abbiamo della matematica» (senza firma ma credo sia di Tarsicio Matheus Rocha curatore di questo 232esimo «Pollicino») accompagnato da un brano di «Rhoda» scritto da Virginia Wolf); «Giocate al lotto?» ripreso da «Cinque minuti di matematica» di Ehrard Behrends; «La cornacchia che per non saper contare ci rimise le penne» (tratto da «Storia della matematica» di Giancarlo Masini); due brani di Keith Devlin (il secondo, cioè «Lo straordinario istinto matematico di alcuni animali», è ripreso dal suo libro «L’istinto matematico» per l’appunto); «Paura della matematica» (da «Mai più paura della matematica: come far pace con numeri e formule» di Giovanni Filocamo): il «Decalogo della didattica matematica» di Puig Adam e George Polya; un po’ di giochini, pomposamente intitolati «Enigmi» e «Fatelo anche voi»; «Lamento di un matematico» da «Contro l’ora di matematica» di Paul Lockhart; «Il fascino della matematica» ripreso dall’omonimo libro di Antonio Ambrosetti; «Matematicaterapia» tratto da «Come la matematica può semplificarci la vita» di Ennio Peres (che sempre sia lodato chi ci fa giocare in modo intelligente e ci fa imparare senza tonnellate di noia); «Geometria divertente» (da «Geometria utile e divertente: l’abc delle figure nello spazio») di Mike Askew; e per finire alcuni suggerimenti di libri da leggere (tre soli? Protesto a piè fermo ma volendo anche con un passo di tip-tap). E ricordatevi: «Non si comincia un lavoro con chiodi e martello ma con un’idea».

  • Andrea ET Bernagozzi

    Telepatia o Zeitgeist che sia, si occupa dei film sugli scienziati anche Nature, la prestigiosa autorevole etc rivista scientifica britannica, sul numero appena uscito (volume 518, Issu 7538, p. 139, 12 February 2015, doi:10.1038/518139a). Il titolo dell’intervento, “And the winner is: not science”, è abbastanza esplicito sul punto di vista dell’autore, Colin Macilwain. Cito: “Both films present a bombastic, simplistic and ‘hero-takes-all’ picture of science — a picture that is still promoted heartily through the Nobel prizes, and by much science writing”. Tradotto: “Entrambi i film descrivono la scienza in modo magniloquente, semplicistico e con l’eroe che fa tutto lui, un’idea calorosamente promossa anche dai Premi Nobel e da molta divulgazione scientifica”. Interessante la chiusura, dove si tira in ballo, ancora una volta come esempio positivo di rappresentazione della scienza, il telefilm The Big Bang Theory: “Big Bang has a stronger grasp than either of these movies of how science really works, bouncing along on a melee of inspiration, treachery, serendipity and teamwork”. Tradotto: “The Big Bang Theory sa cogliere meglio di entrambi i film come la scienza funziona, in un continuo, confuso saltellare qua e là tra ispirazione, tradimenti, serendipità e lavoro di squadra”. Forse proprio in queste quattro espressioni sta l’elemento più originale del commento: ispirazione, serendipità e lavoro di squadra ok, ma mi chiedo che cosa voleva dire l’autore con quel ‘treachery’, tradimento. Colleghi che si rubano idee e meriti? Allievi che superano i maestri? Teorie che vengono aggiornate o sorpassate? Ideali che non sono rispettati? Ai posteri, e a chi scienziato non è e dal di fuori guarda la scienza forse in modo più scientifico, l’ardua sentenza. Intanto Buon Darwin Day a tutte e tutti!

  • Andrea ET Bernagozzi

    Grazie, dibbì, per avermi permesso, con il tuo articolo e questo post, di mettere nero su bianco (carta o bit che sia) il mio ringraziamento a Leonard Nimoy per la sua interpretazione del Signor Spock. Quando mi hai chiesto un commento, non pensavo che queste mie parole sarebbero divenute nel giro di poco tempo il mio piccolo, personale omaggio a questa prova d’artista. Stavo per scrivere “storica interpretazione”, “immensa prova d’artista”, grande mitica mitologica etc. Poi ho compreso che ogni aggettivo era superfluo. Quando una figura viene ricordata in tutto il mondo, nel giro di poche ore, da così tante persone e così diverse, dal più schizzato dei fan al presidente degli Stati Uniti, be’, non c’è aggettivo che tenga. E quando i più importanti studiosi e i responsabili delle maggiori istituzioni scientifiche al mondo, NASA in primis, affermano che Leonard Nimoy, con la sua recitazione, è stato fonte d’ispirazione per le loro ricerche e ha avvicinato molte persone alla scienza, aspetto al varco chi ancora sostiene che la fantascienza, anche la buona fantascienza, sia sciocca, inutile e diseducativa (come mi è stato detto appena qualche settimana fa…) e Star Trek sia la serie televisiva di “quelli in pigiama”. Illogico, no? Live Long And Prosper, Science Fiction. So Long And Thank You For All, Mr. Nimoy.

    • Daniele Barbieri

      caro Aaaa (astrofratello alieno amico Andrea) grazie a te. Giusto a proposito degli intrecci scienza-fantascienza: 1) sto rileggendo «Contact»di Sagan e presto ne racconterò in blog perchè mi è piaciuto oggi ancor più che 30 anni fa; 2) sto ristudiando (per la terza volta o la quarta volta?) «La scienza della fantascienza» di Renato Giovannoli uscito in una nuova edizione poche settimane fa e anche di questo racconterò qualche martedì. Nel frattempo se tu un giorno sei “disoccupato” (senza figlio, moglie, telescopio….) sappi che la rubrica saltuaria «Onda verd-miglia» ti aspetta, anzi “aspetta a te” come diciamo noi mezzi terroni (o era mezzi torroni?)

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