Messico: la sfida delle buscadoras allo Stato e ai narco

L’odissea delle madri alla ricerca dei loro figli desaparecidos

di David LifodiLe chiamano rastreadoras o buscadoras, sono le madri che vanno alla ricerca dei loro figli desaparecidos in Messico. I termini rastreadoras e buscadoras vanno intesi in senso letterale: le donne che si mettono in questo tipo di imprese così pericolose, sfidando i cartelli della droga, le bande paramilitari, le maras e l’inadempienza dello Stato, cercano i corpi dei figli nelle fosse comuni, spesso armate di piccozze e, solo in rari casi, sono accompagnate dalla polizia, i cui agenti, sempre più spesso giocano un ruolo chiave nella sparizione delle persone.

Estamos hasta la madre, dicono le madri dei desaparecidos. In Messico questa espressione viene utilizzata per sottolineare che non ne possono più, hanno raggiunto il limite della sopportazione e del resto non c’è da sorprendersi in un paese che, dal 2006 ad oggi, ha pianto almeno 70mila morti e oltre 30mila desaparecidos nella guerra tra il narcotraffico ed uno Stato che ha scelto come unica strada quella della repressione. Cifre del genere, assimilabili solo alle dittature di Pinochet e Videla all’epoca dei regimi militari in Cile e Argentina, spiegano bene le dimensioni di questo orrore.

La guerra dichiarata al crimine organizzato dall’ex presidente Felipe Calderón non solo non è stata in grado di contrastare le organizzazioni criminali, ma ha causato una crescita esponenziale delle violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia e l’attuale inquilino di Los Pinos, Enrique Peña Nieto, in scadenza di mandato, si è rivelato ancora di più inadeguato nel risolvere il problema. Solo per fare un esempio, a Ciudad Juárez, una delle città tra le più insicure del pianeta, si commettono più omicidi che in tutto l’Afghanistan. Gli stati del Michoacán e Sinaloa hanno rappresentato i primi due campi di battaglia tra lo Stato e i narcos, a cui si sono aggiunte bande criminali e paramilitari. Inoltre, in gran parte delle sparizioni, sono coinvolti a vario titolo l’esercito, la marina, la polizia federale, statale e municipale.

Alcuni mesi fa il portale indipendente Pie de Página è stato premiato per uno suo reportage dedicato al dramma dei desaparecidos in Messico. Il lavoro di giornalisti e fotografi narra la storia di madri, padri, fratelli e sorelle che hanno dovuto trasformarsi in excavadores nel disperato tentativo di trovare almeno i corpi dei loro familiari di fronte ad un Governo che ha scommesso sull’oblio, al pari delle dittature del Cono Sur degli anni Settanta: sono desaparecidos e quindi non esistono. Alcune madri si incaricano di cercare le fosse clandestine e di scavare, altre hanno un archivio dove conservano tutte le prove o tracce che potrebbero essere utili per la loro ricerca. Te buscaré hasta encontrarte è il motto di un gruppo di madri dello stato di Sinaloa che, nel corso del tempo, si sono dovute trasformare anche in guide per famiglie con cui condividono lo stesso triste destino di aver perso dei figli. A capo di questo gruppo c’è Myrna Medina. Nel 2014, quando iniziò a cercare i figli desaparecidos con altre madri, si trattava di indagare sulla sorte di 34 scomparsi. Oggi il numero dei desaparecidos da individuare è cresciuto fino a 428. A denominare le madri con l’appellativo di rastreadoras fu il giornalista Javier Valdez, conosciuto per le sue coraggiose inchieste sui cartelli della droga e ucciso dal crimine organizzato un anno fa, il 15 maggio 2017, freddato da alcuni colpi di arma da fuoco poco lontano dalla redazione del Río Doce, il settimanale che lui stesso aveva fondato. Lo Stato e le sue istituzioni non hanno mai condotto delle indagini serie per giungere almeno a dare una degna sepoltura ai desaparecidos e le madri che si mettono alla ricerca dei propri figli lo fanno a loro rischio e pericolo. “Nei commissariati si indaga, non si va alla ricerca dei desaparecidos“, si sono sentite rispondere più di una volta in maniera sprezzante.

Rosa Nelly, honduregna che grazie alla carovana delle madri del Movimiento Migrante Mesoamericano è riuscita a recuperare il corpo di suo cugino, giunto in Messico a seguito dei drammatici viaggi della speranza dei migranti per abbandonare il Centroamerica, conduce il programma radiofonico Abriendo Fronteras, facendo così da collegamento per le famiglie che hanno perso i loro familiari. Il Movimiento Migrante Mesoamericano si incarica di tutto nel corso delle carovane, dall’alloggio all’alimentazione, ma dovrebbe essere lo Stato, e non i civili, ad occuparsi di trovare i desaparecidos.

L’assenza dello Stato è colmata dalle buscadoras, ma ciò che fa più rabbia alle madri è trovarsi di fronte a delle istituzioni supponenti. “Se è sparito o è stato arrestato dalla polizia significa che sarà senza dubbio colpevole”, dicono nei commissariati, aggiungendo che no todos son blancos palomitos (non tutti sono delle colombe). La lezione dei macellai argentini e cileni la polizia e lo Stato messicano l’hanno imparata molto bene.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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