Milano: festival del silenzio 2019

di Susanna Sinigaglia

Festival del silenzio 2019

2-5 maggio

“… a Milano si è svolto un festival nato da un’idea originale e stimolante, che dovrà precisare meglio, in futuro, il suo percorso”. Con queste parole concludevo l’anno scorso la recensione sul Festival del silenzio – un progetto di Fattoria Vittadini – e, ho potuto constatare in questa seconda edizione, il suo percorso si è davvero precisato.

Gli spazi di presentazione e rappresentazione sono stati soprattutto quelli della Fabbrica del vapore (la “cattedrale”, ampia superficie espositiva e performativa; il DiD studio di Ariella Vidach e careof, galleria d’arte) ma hanno offerto ospitalità ad alcuni eventi anche Zona K, Pepe verde Isola e p.zza Città di Lombardia. La formula è sempre la stessa: il festival accoglie artisti udenti e non udenti, con particolare attenzione al gesto e agli stimoli visivi come in Void, la prima performance cui ho assistito; coreografia di Mele Broomes, che ne è anche l’interprete, invenzioni-effetti visivi di Bex Anson e Dav Bernard.

Il lavoro parte dall’intenzione di ricreare un romanzo famoso di J. G. Ballard, L’isola di cemento, sostituendone il protagonista, uomo bianco, con una donna nera. Nel romanzo, l’uomo cerca di sfuggire al mondo reale; nella performance, la donna ne è respinta. La scena è stata ritagliata sul palco all’interno di uno spazio delimitato da pareti su due soli lati, formando così una specie di scatola aperta. Mele Broomes giace a terra mentre alle sue spalle la parete buia è attraversata da strisce luminose, fari di automobili che sfrecciano di notte lungo un’autostrada.

La scena infatti vuole riprodurre un’autostrada a scorrimento veloce che si trova alle spalle della donna; lei arranca, cerca di sollevarsi, di farsi notare, di chiedere aiuto ma nessuno la nota e si ferma a soccorrerla. Proprio in questa disperazione tuttavia subentra poco a poco la consapevolezza di sé, si aprono nuove possibilità. Nel buio iniziale scarsamente illuminato comincia a insinuarsi un cerchio rosso e a diffondersi il colore.

I movimenti della performer si fanno armoniosi; lei inizia a esplorare lo spazio col suo corpo atletico e flessuoso fino a diventare un elemento intrinseco che si fonde con le forme e i colori proiettati in un crescendo pirotecnico sulle pareti.

Finché non cala su di lei un’ormai rassicurante oscurità.

https://www.festivaldelsilenzio.com/void

 

Opposto è invece il messaggio di Hallo!, dell’artista turca Aydin Teker. Ispirata ai fatti di Gezi Park a Istanbul nel 2013, la performance si focalizza sul dramma dell’impossibilità di farsi sentire. All’inizio, la performer corre sorridente su uno stepper guardandosi intorno e dispensando i suoi “hallo” a passanti o conoscenti immaginari.

Rendendosi via via conto che nessuno le risponde, i suoi richiami diventano sempre più disperati in un accavallarsi di emozioni che le attraversano il viso;

alla stregua di un sordomuto che spalanchi e contorca inutilmente la bocca nello sforzo estremo di articolare suoni che nessuno potrà udire.

Come nell’Urlo di Munch.

 

Di tutt’altro tenore è Minor Place, dell’italo-armena Giorgia Ohanesian Nardin,

in cui il pubblico viene invitato ad accedere allo spazio scenico e a praticare momenti di comunicazione, quasi comunione, con gli altri partecipanti attraverso il contatto fisico e visivo.

Verso la fine del percorso, gli astanti sono invitati a scrivere su un foglietto il luogo in cui si sentono meglio accolti e, dopo averlo ripiegato, a depositarlo al centro dello spazio scenico. Quindi, a ognuno viene chiesto di scegliere un bigliettino nel mucchietto e di accompagnarsi a un altro o più presenti:

a me è capitato un giovane di Taranto e un altro di Clermont Ferrand con cui si è creata una piacevole relazione circolare. Infine ho aperto il bigliettino che mi era toccato in sorte e vi ho letto “acqua”; be’, non poteva essermi assegnato dalla sorte il luogo più adatto. Infatti l’acqua è davvero un luogo in cui mi sento al mio massimo agio e, scioccamente, sul mio foglietto avevo scritto tutt’altro: però attraverso strane vie, l’inconscio me l’ha ricordato. È stata una piccola esperienza, che mi ha riservato però la gradevole scoperta di come a volte accadono le cose https://www.festivaldelsilenzio.com/giorgiaohanesiannardini.

 

Il festival offriva anche la visita guidata a un luogo del silenzio per eccellenza: il cimitero e, in questo caso, il Cimitero monumentale.

Ne ho approfittato l’ultimo giorno per scoprire almeno una parte dei tesori artistici e storici che il luogo custodisce. Naturalmente la nostra guida usava la lingua dei segni, per noi udenti tradotta da due interpreti.

La tomba dei Campari che raffigura “L’ultima cena”, detta anche scherzosamente “L’ultimo aperitivo”.

 

La Lis, lingua italiana segnante, apre le porte a un mondo ai più sconosciuto e di cui è davvero interessante cominciare a capire la logica. Così dalla conferenza di Rita Mazza, attrice segnante e direttrice artistica del festival, ho appreso che la lingua si avvale dei segni per descrivere innanzitutto l’azione legata a un certo termine. Per esempio per dire “aperitivo”, parola che ormai è indispensabile saper usare in qualsiasi lingua, si fanno gesti con le mani per indicare che si spilluzzica qua e là; per indicare il futuro o il presente o il passato, si agita il braccio in avanti o immediatamente davanti a sé o all’indietro.

Ci spiega Rita Mazza che, se vai all’estero, esprimersi con la Lis è estremamente più semplice che non col linguaggio verbale perché la struttura e la logica delle lingue segnanti sono le stesse anche se ogni Paese ha i suoi segni particolari, e perché il corpo sa trovare modi di comunicare che non sono accessibili al linguaggio verbale. Durante il festival si sono svolti inoltre incontri di cinema, poesia, arti performative in Lis avvalendosi del visual vernacular, “una tecnica narrativa utilizzata per raccontare storie in modo cinematografico” attraverso “segni, gesti ed espressioni facciali che rappresentano personaggi e azioni” si legge sul dépliant del festival. Insomma, è un mondo affascinante cui avvicinarsi piano piano, con curiosità e insieme discrezione.

Infine, l’ultimo lavoro cui ho assistito è stato Boule de neige, una performance che si svolge nel silenzio più assoluto, una sorta di danza meditativa a due cui il pubblico viene invitato a partecipare entrando dentro al proprio respiro. La scena è attraversata dall’alto al basso da una lunga striscia di tela bianca usata come schermo su cui si proiettano immagini raffiguranti elementi della natura: ruscelli, cascate, fogliame, scorci di cielo. I due danzatori indossano lunghe tuniche nere strette attorno al busto ma con ampia gonna, volteggiano ognuno su un lato dello spazio diviso a metà dal lungo telo incontrandosi e scambiandosi il posto di tanto in tanto.

Si potrebbe restare a guardarli vorticare all’infinito; tuttavia anche quest’incantesimo s’interrompe e lo spettacolo giunge alla sua meritata fine.

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