Modena: la morte di Anna Caracciolo per Covid-19

Esposto di Vito Totire alla procura di Modena

Alla Procura della Repubblica di Modena

Il sottoscritto Vito Totire – medico del lavoro, portavoce del coordinamento per l’ecologia sociale – espone alla Procura della Repubblica di Modena quanto segue.

PREMESSA

E’ di dominio pubblico la notizia del decesso della lavoratrice signora Anna Caracciolo di anni 36 operatrice sociosanitaria presso la residenza per anziani di Modena denominata Villa Margherita. Molte informazioni relative alla persona sono state diffuse mediaticamente anche con divulgazione di dati sanitari individuali. La signora sarebbe stata ricoverata in ospedale il 6 marzo precedente al decesso, avvenuto poi pochi giorni dopo. Secondo il commissario straordinario della Regione Emilia-Romagna, Sergio Venturi, sarebbe stata affetta da pregresse patologie che avrebbero avuto un ruolo negativo nel decorso della malattia. Non sappiamo se il commissario Venturi fosse autorizzato e da chi a divulgare questa informazione. Le affermazioni del commissario straordinario non escludono tuttavia che la infezione da coronavirus possa aver avuto un ruolo di concausa determinante o comunque di concausa non marginale nel provocare il decesso. Sono quindi affermazioni ininfluenti ai fini dell’avvio o del non avvio di una indagine tesa a verificare la esistenza di responsabilità penali del datore di lavoro.

In sostanza il senso di questo nostro esposto non è insinuare violazioni della privacy agite dal commissario straordinario; è invece collaborare a una indagine – che possiamo presumere e comunque non escludere – essere già in atto, finalizzata a valuta se il decesso non sia ascrivibile alla omissione di misure di prevenzione e dunque non possa configurarsi come omicidio colposo ai sensi dell’articolo 589 del codice di procedura penale; né siamo a conoscenza del fatto che il “caso” sia stato o no refertato alla Procura della Repubblica di Modena ai sensi dell’articolo365 del ccp.

OSSERVAZIONI GENERALI

Un dato macroscopico in tutta Italia è, nel quadro epidemiologico nazionale, la quota di soggetti positivi e malati “occupazionali” (persone cioè contagiatesi o ammalatesi «in occasione di lavoro») sul numero generale dei positivi. Questa alta percentuale di “casi” pone interrogativi utili non solo per ricostruire la storia dell’epidemia ma anche e soprattutto per il futuro; ciò anche alla luce della previsione fatta dall’epidemiologo Paolo Vineis secondo cui questo coronavirus, segno anche di uno squilibrio ambientale, potrebbe essere seguito da altri virus.

Il decesso di oltre 110 medici a livello nazionale (dato aggiornato? dato fortemente approssimato per difetto? alcune fonti riferiscono dati “peggiori”) e di un numero imprecisato di infermieri e di altri operatori sanitari, depone per il fallimento clamoroso delle misure di prevenzione della salute nei luoghi di lavoro anche, sul piano strettamente giudiziario (non su quello socio-sanitario e umano) la posizione dei medici di base differisce da quella dei lavoratori dipendenti (ai sensi del DL 81/2008).

I dati disponibili oggi, pur parziali e contraddittori, sono molto evidenti:

  • Il più chiaro è forse quello della Ausl di Bologna che dal 28 marzo al 20 aprile (nei report dei giorni precedenti il dato non c’è) riferisce di una quota di positivi provenienti dal comparto sanitario e sociosanitario che, via via nel tempo, si è attestato sul 25% del totale (attualmente 18% dal comparto sanitario e 7 % dal comparto socio-assistenziale); dal 28 marzo al 20 aprile le percentuali del dato occupazionale sono quasi sempre le stesse (in lieve crescita dal comparto sanitario e sociale mentre nulla si sa di altri casi occupazionali provenienti da altri comparti lavorativi, certo meno a rischio ma non indenni da rischio); variano di più invece i dati che riguardano il rapporto (generale) fra sintomatici e asintomatici, fra positivi maschi e femmine e il rapporto di mortalità maschi e femmine pur rimanendo nettamente quest’ultimo a svantaggio dei maschi
  • Alcuni sindacati dei lavoratori hanno riferito percentuali del 10% (media regionale E-R?) sulla totalità dei soggetti positivi provenienti dal comparto sanità; si tratta di una media regionale, quindi molto più bassa di quella di Bologna, o di cifre non verificate? Abbiamo sondato in altre province dell’E-R: il dato sui casi occupazionali non è disponibile; certo la media tra Ferrara è Piacenza, per fare un esempio, pare tutta da verificare
  • L’Ordine dei medici di Bologna ha invece riferito di recente la percentuale del 15 % come entità dei positivi provenienti dal comparto sanità
  • Comunque sia, mancano le stime sui positivi di origine occupazionale appartenenti a comparti diversi da quello socio-sanitario (servizi, operatori funerari, trasporti ecc.); dati giornalistici preoccupanti invece riguardano il personale sanitario delle carceri (Il Resto del Carlino 4.4.2020, cfr nota 1) : vorremmo che i dati fossero elaborati formalmente dalla Ausl di Bologna a cui abbiamo chiesto di redigere una relazione epidemiologica; e introduciamo qui il tema carcerario anche per preannunciare alla Procura della Repubblica di Modena che sul tema del carcere verterà una nostra prossima missiva;
  • mancano totalmente dati sui casi cosiddetti “paralavorativi” insorti a partire da soggetti diventati positivi in ambito occupazionale che possano aver diffuso il virus non solo a domicilio ma sul loro stesso luogo di lavoro ad altri colleghi o agli utenti; pure su questi occorrerà focalizzare come si è fatto in altre circostanze (le tute di amianto portate a casa!)
  • mancano notizie, a livello nazionale, circa comunicazioni alle Procure della Repubblica di refertazioni in relazione agli articoli 590 e 589 ccp (omicidio colposo e lesione colposa); se le refertazioni fossero uguali zero come essere certi di non trovarci di fronte alla inottemperanza all’obbligo di referto (articolo 365 cpp) obbligo richiamato, di recente, da Raffaele Guariniello?
  • mancano totalmente notizie dal versante Inail sugli infortuni o decessi o assenze per malattie riconosciuti come professionali (nostra richiesta via pec all’Inail di Bologna rimasta inevasa); pare invece di grande rilevanza sociale distinguere tra copertura assicurativa per infortuni professionali “inevitabili” e copertura civile e penale per infortuni connessi a omissione di misure di prevenzione.

COMUNQUE SIA UNA FALLA MACROSCOPICA – CHE HA FAVORITO LA DIFFUSIONE DELLA EPIDEMIA – E’ DA INDIVIDUARSI NELLA DEFAILLANCE DELLE MISURE di PREVENZIONE NEL COMPARTO SOCIO-SANITARIO E DEI LUOGHI di LAVORO IN GENERE (leggiamo in queste ore la dichiarazione di una infermiera dell’Opera Pia Trivulzio di Milano commentata dalla stampa col titolo “carne da macello”).

Drammatica la «lettera aperta» della dottoressa neurologa dell’ospedale Bellaria diffusa dall’Ordine dei medici di Bologna il 28.3.2020 (allegato B).

Quella lettera evidenzia:

  • manifestazione di casi di positività ai primi di marzo nel reparto di neurologia
  • avvenuto contagio nonostante la dottoressa non abbia prestato assistenza propriamente “diretta” a pazienti positivi
  • indisponibilità di dispositivi di protezione individuali per le vie respiratorie
  • indicazioni assolutamente incongrue fornite dalla “medicina del lavoro” sulla condotta da tenere in caso di pur sospetta positività; occorrerà approfondire se si sia trattato della “medicina del lavoro” nel senso del medico competente aziendale o del servizio di vigilanza; si vedrà nel prossimo futuro.

Questo per quanto attiene alla salute e sicurezza degli operatori sanitari; la lettera-denuncia appena citata però evidenzia poi ulteriori gravi alcune e incongruenze nel successivo percorso diagnostico-terapeutico (nella fase in cui cioè l’operatrice sanitaria diventa paziente); incongruenze che, in parte, si ripercuotono sulla speranza di salute della persona che ha bisogno di cure ma anche – mutati i ruoli di chi assume, nei suoi confronti, ruolo di terapeuta; la lettera-denuncia è stata inviata ai massimi dirigenti e responsabili della sanità pubblica bolognese , regionale e al ministro della salute (il citato allegato B).

Occorrerà scomporre gli scarsi dati oggi disponibili e approfondire – caso per caso – la anamnesi personale e lavorativa dei singoli soggetti diventati positivi al fine di fare una fotografia esaustiva della dinamica dell’epidemia.

Il “caso” del Bellaria rende infondata e persino inquietante l’ipotesi che i filtranti facciali debbano essere «raccomandati» – addirittura sulla base del «principio di precauzione» – solo per le circostanze in cui si svolgono interventi invasivi che sarebbero quelli suscettibili di provocare la diffusione del virus via areosol (è questa la posizione, come vedremo, assunta dall’ISS; confronta allegato A). Invece il documento di Guariniello che citiamo in bibliografia chiarisce, con la solita precisione del magistrato emerito, l’incongruità del parlare di «raccomandazione» a proposito di ddppii – dispositivio di protezione individuali – il cui uso è non solo obbligatorio ma anche oggetto di vigilanza. Questo nella normativa in vigore in Italia che il documento dell’ISS “trascura” (per usare un termine eufemistico).

Anche su questo torneremo; è un tema che ha fatto emergere critiche da diversi operatori, ad esempio dall’Anaao del Piemonte (vedi allegato C) sindacato a cui dichiariamo la nostra solidarietà, estesa ovviamente a tutti i lavoratori .

COSA SAREBBE SUCCESSO SE FOSSERO STATE MESSE IN CAMPO TEMPESTIVAMENTE LE ELEMENTARI e OBBIGATORIE MISURE di PREVENZIONE PREVISTE PER I LUOGHI di LAVORO?

Tutti sanno che fornire i dispositivi di protezione individuale (che sono un “pezzo” – diciamo quello “finale” – delle misure di prevenzione, dopo le misure logistiche e organizzative collettive) è un obbligo formale per il datore di lavoro fin dal 1955-1956 (decreti 547 e 303) quando appunto sono subentrate specifiche norme tecniche a supportare l’imput, già molto chiaro, del Codice civile (articolo 2087, responsabilità morale e materiale del datore di lavoro in materia di salute e sicurezza del lavoratore).

Come hanno agito, prima dello scoppio della epidemia, e dall’inizio della fase di incubazione, i datori di lavoro (in particolare i direttori generali delle Ausl, i datori di lavoro delle case per anziani ecc? Come hanno agito i servizi di prevenzione e protezione eventualmente coadiuvati dai medici competenti aziendali? Ci pare che tutte queste domande siano pertinenti per la vicenda della signora Anna Caracciolo e per la organizzazione lavorativa della quale ha fatto parte. Un elemento che rende ancora più cogenti queste domande sta nel fatto che sono state date indicazioni operative specifiche per i luoghi di lavoro anche dal governo, benché tardive e meno pregnanti delle norme (già in vigore, come abbiamo detto, dagli anni ’50 del secolo scorso). Il governo e i sindacati nazionali comunque hanno redatto (con il protocollo del 14 marzo) semplicemente un pro-memoria, ricordando opportunamente anche il ruolo di rrllss – i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza – e dando qualche indicazione organizzativa quale quella di costituire comitati aziendali ad hoc, provvedere alla sanificazione quotidiana. Niente di nuovo di fatto: un utile ma “ovvio” pro-memoria. Di questo imput/pro-memoria non ha beneficiato la signora Anna Caracciolo già verosimilmente colpita dal contagio in data 6 marzo. Rimangono tuttavia valide le altre osservazioni.

Peraltro c’è un soggetto non citato dal protocollo governo-sindacati: si tratta dei servizi territoriali di vigilanza (che ogni Regione, determinando confusione tra i non addetti ai lavori, si ostina a chiamare a modo suo: uospal, spisal ecc. cioè la “medicina del lavoro” delle AUSL) con i suoi ufficiali di polizia giudiziaria (uuppgg).

Inevitabile, anche per questo, la domanda: come, dove, quando e con che riscontri sono intervenuti a Modena, Bologna, in E-R e in tutta Italia, i servizi di vigilanza sui luoghi di lavoro?

Questo “apparato” che abbiamo menzionato , di addetti, preposti, consulenti ecc. , pur essendo autonomo, afferisce – per quanto riguarda la sanità pubblica – alle Regioni, alla loro direzione e coordinamento; la stessa residenza per anziani in cui operava la signora Caracciolo deve essere stata accreditata dalla Regione E-R. Ma forse occorre riconsiderare a posteriori se l’accreditamento abbia sufficientemente vagliato le performances in materia di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.

Se questo sistema di vigilanza / prevenzione non ha funzionato, le Regioni ne sono pienamente responsabili, sul piano politico e morale. E tuttavia, come è evidente, vorremo qui sviluppare un altro aspetto: quello delle eventuali responsabilità penali; quelle “civili” andranno affrontate in altra sede.

SI DEVE PRENDERE ATTO QUINDI DEL FATTO CHE LA GESTIONE DELLA EMERGENZA OGGI E’ NELLE MANI di CHI AVEVA GLI STRUMENTI E IL DOVERE GIURIDICO e PERSINO “CONTRATTUALE” di EVITARLA (o per la precisione: realisticamente di “contenerla” significativamente).

Conosciamo e prevediamo le osservazioni possibili su queste affermazioni:

l’emergenza, il fattore sorpresa, le scarse conoscenze sulle caratteristiche del virus.

Tutto vero, in parte, ma le “attenuanti” non modificano la sostanza dei fatti che evidenziano comunque gravi ritardi e gravi omissioni. Peraltro: che le misure da adottare non fossero totalmente “nuove” è reso evidente da una riflessione – emersa, per fare un esempio, in un seminario ECM (educazione continua in medicina) tenutosi a Bologna alquanto tempo prima dell’inizio della epidemia in Cina. La consapevolezza con cui “prima” del coronavirus si gestiva il paziente sospetto portatore del virus del morbillo (non farlo passare dal pronto soccorso!) Questa riflessione anche per sottolineare che gli ECM potrebbero essere davvero un momento utile, non solo per l’aggiornamento dei medici ma anche per accrescere la consapevolezza collettiva di tutta la comunità degli operatori circa le misure di prevenzione da adottare. Ma al di là della circostanza citata (una seduta di ECM) la sostanza è che il triage tardivamente allestito con tende fuori dall’ospedale o fuori dal carcere era misura assolutamente immaginabile e comprensibile “PRIMA” DELLA EPIDEMIA.

IL DECRETO 81/2008 DEDICA UN INTERO TITOLO, IL TITOLO X (DALL’ARTICOLO 266 AL 286), ALLA PREVENZIONE E GESTIONE DEL RISCHIO BIOLOGICO. Questo a “rinforzare” la memoria di un dettato normativo già consolidato a partire dal 1955-56; un dettato normativo in cui il dispositivo di prevenzione individuale non è “raccomandato” (per citare il termine, del tutto inappropriato, utilizzato dall’ISS nelle indicazioni ad interim del gruppo di lavoro che si è occupato dei ddppii).

CI SIAMO CHIESTI E ANCORA CI CHIEDIAMO: SE E DOVE IL DOCUMENTO di VALUTAZIONE DEL RISCHIO SIA STATO AGGIORNATO, IN TUTTE LE AZIENDE – SANITARIE E NON – IN CUI CIO’ ERA ED E’ NECESSARIO.

Su questo la discussione è aperta e già riscontriamo tesi difensive dei potenziali “imputati” sulla differenza tra rischio generico, rischio aggravato e rischio specifico.

Qualcuno tende a definire il rischio coronavirus esogeno e non endogeno rispetto alla organizzazione sanitaria. Noi la pensiamo , anche in questa circostanza, allo stessa maniera di Raffaele Guariniello (che ha dedicato al tema un corposo, nitido, prezioso contributo): il datore di lavoro deve valutare tutti i rischi a cui i lavoratori sono esposti. Per i coronavirus (come per tutti i rischi biologici) non deve valutarlo solo in caso di uso deliberato di manipolazione del virus o batterio che sia – ad esempio in occasione di studi ed esperimenti, produzione di vaccini ecc – ma in tutti casi; da questo punto di vista il virus rientra pienamente in quelli tabellati nell’allegato XLVI del decreto 81-2008 appartenendo alla famiglia dei coronavidae.

Ancora oggi, nelle condotte delle istituzioni e dei datori di lavoro, non c’è chiarezza sulle misure di prevenzione. Ancora, persino alcuni “esperti” parlano comprensibilmente di «grande confusione». Come ha detto – in una recente intervista televisiva al giornalista Riccardo Iacona – un medico in rappresentanza degli anestesisti italiani si è avuta l’impressione che il messaggio di alcune istituzioni sanitarie pubbliche fosse: “i ddppii validi sono quelli disponibili, gli altri…scarseggiano”. Nella gestione del rischio biologico nei luoghi di lavoro (o di vita) questa “logica” non è assolutamente accettabile.

Se andiamo a consultare l’ultimo documento (che alleghiamo) diffuso dall’Istituto superiore di sanità sullo specifico argomento rimaniamo molto contrariati. Su questo torneremo ma dopo aver fatto una prima osservazione. Il gruppo di lavoro ISS non include nessun operatore dei servizi di vigilanza nei luoghi di lavoro. Ci pare una lacuna grave. Incongruo anche non aver incluso nel gruppo di lavoro neppure operatori dell’ex-Ispesl, ancorché questo ente – fagocitato dall’Inail grazie alle decisioni (di fatto unanimi) del ceto politic – dovrebbe tornare all’autonomia precedente alla fagocitosi. Oggi si discute sorprendentemente di ddppii «egoisti» (che sarebbero quelli che proteggono l’operatore) e di ddppii «altruisti» (che proteggerebbero anche il paziente). Il documento dell’ISS non fa riferimento – opportunamente – a queste due “categorie”: è evidente infatti che tutti vogliamo (come impongono le norme!) ddppii – dispositivi di sicurezza individuale – che garantiscano sia l’operatore che il paziente e che questa “diatriba” non abbia senso.

Quanto ogni singolo dpi protegga l’operatore e/o protegga il contatto è da affrontare caso per caso (per ogni tipologia di dpi) ma evidentemente su questo tema sono state diffuse informazioni non attendibili, per esempio sulle differenze tra mascherine chirurgiche e filtranti facciali con o senza valvola.

Abbiamo citato il documento dell’ISS che potrebbe apparire una “attenuante” in casi di malattia o infortunio occorso non per assenza totale di protezione ma per protezione insufficiente. A parte il fatto che obiettivamente nulla sappiamo della misure adottate presso Villa Margherita, ci pare che in verità una indicazione incongrua dell’ISS non possa ridurre le responsabilità del datore di lavoro (ammesso che le indicazioni dell’ISS fossero conosciute dentro Villa Margherita e adottate pur nella loro lacunosità) e a parte il fatto che il documento che abbiamo citato è del 28 marzo e non sappiamo neppure se fosse a conoscenza del datore di lavoro di Villa Margherita.

I problemi sui quali bisognava esser chiari fin dall’inizio della epidemia (anzi fin da prima della prevedibile incubazione) – parliamo non di Modena ma della situazione generale a livello nazionale – sono diversi.

  1. Dimensioni del virus; è anche o soprattutto in relazione a questo parametro che si definisce la efficacia di un dpi per le vie respiratorie; se i virus viaggiano tutti “in comitiva” saldamente uniti in goccioline di saliva (le “droplets” , termine pressoché sconosciuto agli italiani fino al febbraio 2020) che abbiano sempre dimensioni superiori a 5 micron, allora potremo definire con adeguati margini di certezza la efficacia di un dpi o un altro; ma se così non fosse…
  2. Dobbiamo fare tesoro delle conoscenze acquisite dai tempi in cui si fece più puntuale e approfondita la discussione sulla protezione del rischio amianto (inizi anni novanta del secolo scorso); una discussione e un confronto che non furono mai affrontati però in maniera esaustiva; la stessa maschera FFP3 non ferma per esempio le fibre con diametro inferiore a 0.2 micron (le “famose” fibre ultrafini, argomento tanto reale quanto oggetto di lunghe discussioni, gestite spesso con secondi fini, nei tribunali italiani); abbiamo una nostra opinione in merito che ci porta comunque a dire che la maschera FFP3 è assolutamente da indossare – nonostante la questione delle fibre ultrafini – in quanto una FFP3 va evidentemente oltre la sua efficienza teorica e, negli esposti ad amianto riduce comunque in maniera molto elevata il rischio di inalazione pur senza azzerarlo al 100% ; ma il virus è cosa diversa – per varie ragioni (qui ci interessano soprattutto le ragioni fisiche) – dall’amianto; torneremo, in altre circostanze, su queste importanti differenze;
  3. Se un virus “viaggia da solo” le sue dimensioni (per carità, non lo abbiamo mai misurato di persona! lo diciamo per “sentito dire”) paiono essere dell’ordine di 80-160 nanometri; in questo caso il singolo virus oltrepassa persino e anche il filtro della maschera FFP3; la questione si collega a quella relativa alla possibilità che il virus non si diffonda solo attraverso le droplets ma anche come areosol;
  4. Gli schiavi dei romani, dice Lucrezio nel “De rerum natura” si coprivano le narici con vesciche di animale quando erano esposti a polveri; ottenevano qualche risultato? La sciarpa ventilata come utile – forse obbligatoria – dalla Regione Toscana preserva dal virus? Questi quesiti vengono posti per evitare il “nihilismo protezionistico”. In questo senso: tutto quello che comporta una riduzione della carica infettiva è utile. Se l’abbattimento è al 99% o al 95% meglio che al 60% ma persino la sciarpa, al di là dell’aspetto “folkloristico” della questione, può avere un suo ruolo. Da questo punto di vista pure la visiera lunga fino al mento garantisce una valida barriera anche se è necessario integrarla con un filtrante facciale. Certo ne abbiamo visti di tutti i tipi: impiegati di banca con visiere al mento senza filtranti facciali, farmacisti con visiera al mento con sotto mascherine antipolvere… Abbiamo assistito ad annunci del tipo “arrivano le mascherine Montrasio, arrivano le mascherine di tessuto non tessuto, arrivano le mascherine prodotte dai detenuti di Milano, Opera e Bollate (ma saranno validate dal Politecnico) o quelle “validate” (si dice) dall’Università di Bologna”. Questa confusione emergenziale non deve scoraggiare, deve però essere motivo di riflessione e approfondimento al fine di assumere le decisioni più congrue in materia di sicurezza, ergonomia e anche di prevenzione della produzione eccessiva di rifiuti che poi dovremo smaltire. Le droplets cadono entro un metro? Su questo sono state date indicazioni ondivaghe e non sempre verificate: l’ISS ha sostenuto di fronte a milioni di telespettatori che è così. Poi sono state avanzate altre ipotesi; il professor Caletti (bollettino Ordine dei Medici di Bologna marzo 2020) riferisce: «la distanza di volo di queste goccioline può essere anche di 2-3 metri». Ma, aggiungiamo noi, al li là della distanza rimane il problema delle dimensioni del “veicolo” e dell’efficacia del filtro. Discussione resa ancora più complessa dalle ragionevoli considerazioni fatte dalla «Società di medicina ambientale» circa la possibilità delle nano particelle presenti nell’inquinamento dell’aria ambientale di veicolare il virus. Se, secondo il citato documento dell’ISS, la maschera FFP3 andrebbe riservata ai contesti in cui non c’è dispersione solo di droplets ma anche di areosol, in verità persino questa maschera può non essere totalmente efficace per particelle di dimensioni molto inferiori alle droplets; particelle che, a loro volta, rischiano di essere presenti anche in circostanze diverse da quelle in cui si fanno manovre particolarmente invasive. Però è utile una ulteriore precisazione sul quello cha abbiamo definito “RISCHIO di NICHILISMO PROTEZIONISTICO”. La questione ha dimensioni diverse tra amianto e virus. Per l’amianto non esiste una «bassa dose sicura» e l’obiettivo ragionevole è la esposizione zero. Anche per il virus dobbiamo tendere a zero ma non è escluso che un abbattimento non proprio totale, ma fortissimo, della carica infettante possa produrre immunizzazione invece che malattia, anticorpi (alternativa che invece per l’amianto non esiste: le basse o bassissime dosi non ci “regalano”). In altri termini, la “resa” dell’abbattimento del rischio è maggiore nel rischio biologico rispetto al rischio cancerogeno;
  5. Significativo il contributo dato alla discussione da parte dell’Ordine dei medici di Bologna (ma sicuramente anche di tanti altri); l’OdM fin dall’inizio si è occupato del problema: prima socializzando le indicazioni sommarie dell’Inail (“va bene tout-court” la mascherina FFP2) poi facendosi parte attiva nella fornitura materiale di mascherine agli iscritti (grazie ad alcuni donatori) e contestualmente approfondendo alcuni termini della sicurezza; nella ultima donazione l’OdM sottolinea che le maschere fornite sono le H310 plus KN95 con capacità filtrante del 95% quindi “meglio” (termine un po’ sommario) delle FFP2, in sostanza equiparabili alle FFP3; significativamente le mascherine N95 vengono citate fin da «Spillover» di Quammen (edizione 2012!) come “più efficaci delle mascherine chirurgiche”; ora l’Ordine interviene in modo meritorio e vicariante, rispetto ad altre istituzioni, su un terreno sul quale gli organi di vigilanza avrebbero dovuto già aver “chiarito” da lungo tempo, e sottolinea due questioni: a) il fatto che esiste qualcosa di più efficace della FFP2 ; b) la necessità di utilizzare ddppii adeguati anche da parte dei medici di base, pediatri e medici della continuità assistenziale per i quali – secondo il documento dell’ISS- non sarebbe neanche invocabile il «principio di precauzione» atto a “raccomandare” un ddppii della portata della mascherina FFP2; le figure professionali a cui l’Ordine ha distribuito le mascherine non dovrebbero infatti essere esposte, secondo i parametri proposti dall’ISS, a rischio areosol non essendo mai impegnati in quelle particolari manovre invasive che richiamiamo in altri punti di questo documento;
  6. Purtroppo uno dei modi per approfondire (senza aspettare le conclusioni ma adottando immediatamente le misure più cautelative) sta e sarà anche nel fare una anamnesi accurata e meticolosa di tutti gli eventi di malattia e di positivizzazione per verificare, caso per caso, quali misure e quali ddppii siano stati adottati nei casi specifici e individuali; se qualche operatore si è positivizzato, anche non eseguendo manovre invasive, indossando questo o quell’altro dpi, dovremmo essere in grado di trarre conclusioni credibili o, più precisamente, conferme di quanto già sappiamo; ma eventi come quello citato dell’ospedale Bellaria appunto anticipano queste risposte; abbiamo poi tutti in mente l’accorato ricordo dei colleghi di un operatore di ambulanze della Lombardia descritto come persona attenta e scrupolosa nella adozione delle misure di prevenzione individuali; questo “sfortunato” lavoratore ha svolto una attività per la quale il citato documento ISS (vedi allegato B) non prevederebbe affatto la maschera FFP3 e i filtranti facciali in generale; essi avrebbero invece giovato a quel lavoratore? E che protezioni avevano e/o non avevano i medici di base che si sono ammalati e che sarebbero esclusi dal livello di rischio più alto (areosol) in quanto certamente non hanno fatto né tracheotomie né intubazioni né ventilazioni forzate e neppure tamponi faringei (questi ultimi sono esami che sarebbero in teoria alla portata della manualità corrente del medico di base ma non essendo disponibili i tamponi…?). Nulla sappiamo di certo e non possiamo minimamente contare su fonti giornalistiche; ecco perché serve una accurata e capillare indagine epidemiologica a livello locale e a livello nazionale.

CONCLUSIONI

Non abbiamo alcuna conoscenza diretta degli eventi che hanno portato al decesso della signora Anna Caracciolo; i dati epidemiologici tuttavia supportano la ipotesi che possa essersi trattato di un caso di malattia occupazionale. Certamente questa ipotesi può essere confrontata con valutazioni e determinazioni dell’organo di vigilanza (Uopsal della Ausl per gli eventuali aspetti penali) e dell’Inail per le eventuali coperture assicurative. Il profilo sociale della signora Anna Caracciolo depone per una persona impegnata nel lavoro sindacale, attiva e consapevole in materia di prevenzione e sicurezza: è dunque verosimile poter escludere condotte imprudenti addebitabili ad errori personali, fermo restando che sulla adozione delle misure di prevenzione, anche individuali, è necessaria e obbligatoria la costante vigilanza da parte del datore di lavoro.

Il presente non è il primo né l’unico esposto da noi inviato alla autorità giudiziaria; se, in relazione all’epidemia in corso nel nostro Paese, si sono verificati eventi che possiamo considerare lesioni colpose o omicidi colposi o omicidi colposi plurimi, questo deve essere acclarato in tutte le sedi.

Questo intento riguarda il recente passato e il presente ma riguarda anche il futuro e la “prossima epidemia” che nessuno vorrebbe ma che non possiamo escludere si verifichi secondo le previsioni di molti epidemiologi.

L’azione penale – come spesso accaduto in Italia (amianto, cvm, infortuni ecc) – ha sempre avuto l’effetto “collaterale” di favorire, per il futuro, la predisposizione delle misure di prevenzione ancorché, già “da prima” obbligatorie.

Questo è quanto – in scienza e coscienza – abbiamo ritenuto di dover esporre.

Rimaniamo a disposizione della Procura della Repubblica di Modena per ogni eventuale necessario approfondimento avanzando fin d’ora istanza di costituzione di parte civile, qualora dovesse essere avviato un procedimento per omicidio colposo.

In fede.

Vito Totire, medico del lavoro-psichiatra, portavoce del coordinamento per l’ecologia sociale (circolo Chico Mendes, AEA – associazione esposti amianto –e centro Francesco Lorusso: via Polese 30 Bologna)

Bologna/Modena, 22.4.2020

ALLEGATI:

  1. Documento ISS sui ddppii – Indicazioni ad interim per l’uso razionale delle protezioni per l’infezione da Sars-COV 2 nelle attività sanitarie e sociosanitarie- aggiornamento al 28 marzo 2020 (Pdf indicato come allegato 2)
  2. Lettera aperta di una lavoratrice dell’ospedale Bellaria di Bologna
  3. Lettera del sindacato Anaao sezione regionale del Piemonte.

NOTE

  1. Il Resto del Carlino” riferisce di 9 medici positivi su 19 e 16 professionisti sanitari su 30; come già detto siamo in attesa di una relazione epidemiologica della Ausl
  2. Discutibile dunque il documento dell’ISS quando ad un certo punto dice testualmente: “in questo contesto i mezzi filtranti facciali devono prioritariamente essere raccomandati per gli operatori sanitari impegnati in aree assistenziali dove vengono effettuate procedure a rischio di produzione di areosol”; questo passaggio è estremamente critico per le ripercussioni pratiche sulla prevenzione in quanto le manovre che producono areosols sarebbero quelle in cui la sicurezza a un metro di distanza non esiste più e il virus non è più veicolato solo dalle famose droplets con dimensioni superiori a 5 micron.

BIBLIOGRAFIA

Giancarlo Caletti, pp.4-5, Undicesimo comportamento, quando le goccioline si depositano sul cibo, Bollettino OdM di Bologna n.3 mazo 2020

Raffaele Guariniello, La sicurezza sul lavoro ai tempi del coronavirus , Wolters Kluver Italia

David Quamman, Spillover, Adelphi, edizione italiana 2017 (prima edizione non italiana 2012)

Decreto legislativo 81/2008 TULS

LA VIGNETTA – scelta dalla “bottega” – è di Altan.

 

La Bottega del Barbieri

3 commenti

  • Corrado Seletti

    I virus passano, i disastri restano!
    È auspicabile che, oltre al Dott Vito Totire, la scienza medica indipendente, la comunità scientifica indipendente, tutti coloro i quali stanno dalla parte dei cittadini, tutti coloro i quali auspicano UN CAMBIO DI PASSO DEL S.S.N., cioè ad UN NUOVO MODELLO DI SANITÀ PUBBLICA UNIVERSALE, ASSERVITA AI VERI BISOGNI DEI CITTADINI, inizino a “battere bei colpi”, magari all’unisono, magari a ripetizione.
    PER DAR MODO ALLE PROCURE DI INDAGARE A FONDO!
    Per dare modo alle persone, AI CITTADINI ITALIANI, di ogni Comune, Provincia, Regione, di “uscire” velocemente da questo “ammorbante torpore”, per altro prodromo (per le persone) all’insorgenza, già in atto, di grave disagio psico-sociale.

  • Il problema di base è che nessuna epidemia si può fermare ne con mascherine ne con altri dispositivi… bisogna essere capaci di prevenire le concause (ambientali, inquinanti, pesticidi allevamenti industriali vergognosi e pieni di patogeni e antibiotici, ecc) di gravi patologie per la salute, cui il Covid 19 ha dato purtroppo un colpo mortale…
    Ciò, soprattutto con l’equilibrio microbiologico e tutelare i lavoratori della sanità al massimo possibile soprattutto con la prevenzione di una sana e robusta costituzione
    I cosulenti di governo ahnno fatto rporpio il contrario, chiusi in casa invece che all’aria e al sole come prescrive la sana prevenzione, mascherine umide piene di patogeni, guanti che trasportano di tutto senza equilibri microbiologici presenti nella pelle, sterilizzazioni … alla fine rimaniamo solo gli esseri umani… e chi li attacca (i patogeni).
    Bisogna ripensare il sistema… ovviamente con le massime precauzioni negli ospedali laddove le concentrazioni patogeniche sono elevate e bisogna proeggersi al massimo…vedi Napoli Cotugno

  • Gian Marco Martignoni

    Ottima l’iniziativa dell’esposto di Vito Totire e grazie di cuore per l’ampia disamina a partire dalla morte di Anna Caracciolo. Nella lotta per l’affermazione della tutela della salute dentro e fuori i luoghi di lavoro – quindi nell’insieme della società – l’incremento e la socializzazione delle conoscenze è preliminare per qualsiasi azione finalizzata alla prevenzione ; e pertanto nei luoghi di lavoro – in questo caso Ospedali, Rsa, ambulatori medici, ecc – per intervenire relativamente alla specifica organizzazione del lavoro e conseguentemente alle condizioni di lavoro di tutto il personale deputato a garantire la quotidiana prestazione lavorativa.Quindi, va respinta la retorica che dipinge come eroi quanti e quante si sono trovati, loro malgrado, ad operare in condizioni di rischio aggravato, poichè già da settembre 2019 il rapporto ” A world at risk “, commissionato dall’Oms e dalla Banca Mondiale, aveva lanciato l’allarme del rischio pandemia , mentre in questi giorni anche la stampa ” borghese ” ha evidenziato, rispetto alle polemiche in corso con la Regione Lombardia, come il ministro della salute aveva già inviato una circolare informativa alle strutture preposte il 23 gennaio. Siamo perciò in presenza di una vera e propria catastrofe sanitaria annunciata, tanto che nel rapporto che nel 2021 l’Inail redigerà sulle morti avvenute nel corso di quest’anno, certamente emergeranno sul piano statistico i numeri dell’ ecatombe relativa al personale medico e infermieristico.In Lombardia è decollata una significativa iniziativa volta a richiedere il commissariamento della sanità regionale. Ma la questione è senz’altro di carattere nazionale, poichè va invertita una situazione degenerata a causa di un trentennio di politiche scelleratamente neoliberiste.

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