Mormorò il Piave: bugie lunghe 100 anni (3 e, per ora, fine)

Ho segnalato, ieri e l’altro ieri, due nuovi libri (*) sulla guerra che fu detta «grande». Oggi dò qualche notizia su uno vecchio che è introvabile.

Vauro-guerra

«Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i cantinieri, i giornalisti. Fuggivano i napoleoni degli Stati Maggiori, gli organizzatori delle difese arretrate, i monopolizzatori dell’eroismo degli angoli morti e delle retrovie, decisi a tutto fuorché al sacrificio. Fuggivano gli ammiratori del fante, i dispensatori di oleografie e di cartoline illustrate, gli snob della guerra, gli “imbottitori di crani”, gli avvocati e i letterati dei comandi, i preti del Quartier Generale e gli ufficiali d’ordinanza. Fuggivano i “roditori” della guerra, i fornitori di carne andata a male e di paglia putrefatta, i buoni borghesi quarantotteschi che non volevano dare asilo al fante perché portava in casa pidocchi e cenci da lavare e parlavano del Re come del “primo soldato d’Italia”. Fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismi, e di suppellettili, fuggivano tutti imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere e farsi ammazzare per loro».

Scomode verità dette con l’opportuna cattiveria.

Non conoscevo questo libro (devo “la scoperta” a un articolo di Marco Travaglio) e andrò a cercarlo in una biblioteca visto che è introvabile. Curioso. O forse logico, visto il clima nmm – cioè nazionalmilitaristamenzognero – in cui le previste commemorazioni del centenario si stanno trasformando (salvo poche eccezioni) in apologia. Tacitando ogni voce critica, ogni documento scomodo, perfino le statistiche e le immagini non “digeribili” dal neo-patriottismo bipartisan.

Si intitolava «Viva Caporetto!» ma fu ribattezzato, dopo il sequestro, «La rivolta dei santi maledetti». Voglio leggerlo con calma per farmi un’idea perché – da quel che vedo in rete (vedi sotto) – Malaparte fu un intellettuale ambiguo (o forse molto confuso) e cambiò spesso idea. Ma fu spesso controcorrente e questo va comunque a suo onore. D’altro canto anche Emilio Lussu, Gaetano Salvemini e altri furono “interventisti” salvo poi ricredersi; contrariamente a Malaparte però non si fecero ingannare dalle “sirene” del fascismo e riconobbero subito in esso la “lunga mano” dei capitalisti – cosa che Malaparte inizialmente non comprese – cioè proprio dei “pescecani” che sulla guerra si erano arricchiti in un comodo colpo di Stato organizzato con il consenso della putrida monarchia Savoia e d’intesa proprio con quei generali vili e sadici che erano i responsabili della rotta di Caporetto e di tutte le altre tragedie.

Su Wikipedia il libro viene presentato così.

«Racconta, in modo del tutto anticonvenzionale e con intento decisamente provocatorio (a partire dal titolo, nel quale s’inneggia alla grande – e allora recente – vergogna nazionale della rotta di Caporetto) la storia del popolo in armi, cioè della partecipazione degli italiani “alla inutile strage”, cioè la prima guerra mondiale.

La tesi di Malaparte è che la catastrofe di Caporetto nasce dall’insipienza dei generali e dall’irresponsabilità della classe politica, e salva della nazione solo i “santi maledetti” (cioè gli umili soldati di fanteria) e quei giovani rappresentanti dei ceti medi che coi soldati hanno condiviso gli orrori e le sofferenze della guerra di trincea (gli ufficiali subalterni).

Nella rotta di Caporetto, Malaparte vede non la vigliaccheria dei soldati, ma l’incompetenza degli ufficiali superiori, e la ribellione della truppa a una guerra mal condotta, che fino a quel momento era costata la vita di 350.000 italiani. Caporetto è quindi, secondo Malaparte, da considerare come l’inizio di una rivoluzione italiana, simile a quella russa, che però si spense immediatamente a causa della mancanza di capi che la sapessero dirigere.

Nel libro, Malaparte fa capire che la vecchia classe dirigente andrebbe rimpiazzata proprio dalle giovani generazioni della borghesia, quei “buoni ufficiali” delle trincee e dei reticolati, i francescani, i “pastori del popolo”, che dopo la guerra aderiranno al fascismo, come d’altra parte farà lo stesso Malaparte.

Il libro è tra le più originali riflessioni socioculturali sulla prima guerra mondiale e sull’impatto che ebbe su una società, come quella italiana, ancora poco attrezzata culturalmente per affrontarla. La tecnica narrativa adottata da Malaparte, inoltre, è del tutto originale (qualcuno ha parlato del libro come di un “romanzo collettivo”) e in più pagine raggiunge una singolare intensità espressiva, facendo presagire il Malaparte delle opere maggiori.

Interventista e volontario nella Grande Guerra, ammiratore di Mussolini e “fascista della prima ora”, partecipò alla marcia su Roma e fu attivo nelle posizioni di fascismo di sinistra intransigente, sostenendo la cosiddetta rivoluzione fascista; allontanatosi gradualmente dal regime (venne anche mandato al confino, da cui uscì grazie all’amicizia con Galeazzo Ciano, genero del Duce) dopo l’8 settembre 1943 si arruolò nell’Esercito Cobelligerante Italiano del Regno d’Italia e collaborò con gli Alleati (cui pure non risparmiò pesanti critiche) nel Counter Intelligence Corps nella lotta contro i nazisti e i fascisti della Rsi, aderendo poi idealmente alla nuova democrazia italiana.

Nel secondo dopoguerra Curzio Malaparte si avvicinò al Partito Comunista Italiano, stringendo amicizia con Palmiro Togliatti, sebbene molti dubitassero della effettiva sua adesione, o avvicinamento, al Pci (e contemporaneamente al Partito Repubblicano Italiano, a cui già aderiva da giovanissimo).

Subito dopo la guerra tentò di pubblicare «Viva Caporetto!», un saggio-romanzo sulla guerra, che vedeva nella Roma corrotta il principale nemico da combattere. (…) La sua opera prima, dopo essere stata respinta da molti editori (fra i quali anche l’amico Giuseppe Prezzolini) venne dapprima pubblicata a spese dell’autore a Prato nel 1921 e subito sequestrata per “vilipendio delle forze armate”, a causa del provocatorio titolo che inneggiava alla disfatta di Caporetto, e ripubblicata poi con il nuovo titolo «La rivolta dei santi maledetti» lo stesso anno.

Nella rotta di Caporetto, Malaparte non vede la vigliaccheria dei soldati, ma l’incompetenza degli ufficiali superiori e la ribellione della truppa a una guerra mal condotta, che fino a quel momento era costata la vita di 350.000 italiani. Caporetto è quindi, secondo Malaparte, da considerare come l’inizio di una rivoluzione italiana, simile a quella russa, che però si spense immediatamente a causa della mancanza di capi che la sapessero dirigere. Nel libro, Malaparte sostenne che la vecchia classe dirigente andasse rimpiazzata dalle giovani generazioni della borghesia, “quei buoni ufficiali” delle trincee e dei reticolati, i francescani, i “pastori del popolo”, che dopo la guerra aderiranno in gran parte al fascismo, come d’altra parte farà lo stesso Malaparte».

DUE PS

POST SCRIPTUM – 1

Ci sono ovviamente molti altri libri da leggere sul massacro che fu detto “grande guerra”. Nel jpeg qui sotto trovate l’offerta della editrice Donzelli per alcuni suoi itoli: io, da poco, ne ho letti due (quelli di Franzina e Isnenghi) e ve li consiglio.

 

Layout 1

POST SCRIPTUM – 2

Come temevo, le “commemorazioni” del centenario sono (salvo rarissime eccezioni) vergognose: e nelle scuole entrano solo (o quasi) i militari a raccontare, senza contraddittorio, e – già che ci sono – ad arruolare per le guerre venture. Per questo segnalo qui «Ancora prigionieri della guerra». E’ una lettura a due voci che ho scritto con Francesca Negretti, corredata da immagini e suoni montati dal centro sociale «Brigata 36» di Imola. Nel testo si recuperano alcune delle verità che scompaiono nelle ricostruzioni di comodo: dai massacri inutili e sadici alle rivolte contro la guerra; dai pescecani che si arricchivano alle “tregue spontanee”; dalle pratiche di decimazione agli stupri che accompagnano l’avanzare delle truppe… Un esercizio di memoria contro il militarismo e i nazionalismi che – come avvoltoi – si riaffacciano purtroppo ai giorni nostri. Se a qualche associazione o magari alle scuole non conformiste interessa proporlo, io e Francesca siamo disponibili.

(*) Nelle prime due “puntate” di questa mini-serie ho parlato di «La grande menzogna» (sottotitolo: «Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla prima guerra mondiale») di Valerio Gigante, Luca Kocci, Sergio Tanzarella e di «Gli ammutinati delle trincee» di Marco Rossi che dalla guerra di libia arriva sino al 15-18. Se qualcuna/o proporrà di segnalare altri titoli – nuovi o da recuperare – fuori dal “coro” ovviamente codesta “bottega” è aperta a ogni proposta. (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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