movimenti in Tunisia

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quando non muore nessuno, pochi scrivono dei paesi del Mediterraneo.

eppure in Tunisia il partito Ennahda ha tenuto un congresso davvero straordinario rispetto alle attese che si hanno per i paesi mediterranei, e per fortuna due giornalisti, Armando Sanguini (di Lettera43) e Riccardo Fabiani (di Limes) ne hanno scritto.

La svolta della Tunisia, tra islam e democrazia – Armando Sanguini

Perché l’ultimo Congresso di rifondazione del partito Ennahda è stato fondamentale –

 

Avrei voluto esserci, a Tunisi, per assistere al Congresso di rifondazione del partito “islamico” Ennahda, il decimo della sua lunga storia, a opera il Rached Gannouchi, il suo leader indiscusso.
Avrei voluto esserci per mescolarmi tra le migliaia di tunisini che ne hanno seguito i lavori e toccare con mano quella che mi è stata descritta come una straordinaria tensione emotiva sprigionatasi nel momento in cui sono apparsi assieme, sul palco, lo stesso Gannouchi e Beji Caid Essebsi, il presidente della Repubblica e portabandiera dell’europeizzante schieramento avverso, Nidàa Tunes.
E poi quando si sono rivolti all’auditorio con parole marcate da un ‘patriottismo’ per noi forse desueto ma in sintonia col clima politico e sociale di un Paese che dopo i cinque anni più traumatici della sua storia, sta facendo ancora tanta fatica nel perseguimento di un orizzonte di sicurezza, di stabilizzazione e di ripresa economica e sociale ragionevolmente rassicurante.
TRA L’INDIFFERENZA DEI MEDIA. Avrei voluto esserci perché quel Congresso, lasciato nelle retrovie dell’attenzione mediatica italiana, europea e internazionale, focalizzata sui ben più inquietanti scenari Nord-africani (Libia, Egitto) e Medio-orientali (Siria, Iraq, Yemen) e migratori, potrebbe rappresentare un punto di svolta altamente significativo non solo per la Tunisia, ma per altri Stati del cosiddetto mondo islamico del nostro intorno geopolitico.
La ragione di questo mio interesse sta nel fatto che a Tunisi si è consumato il passaggio della trasformazione di Enahda da ‘partito islamico’ a ‘partito civile’ come l’ha voluta semplificare lo stesso Gannouchi; il passaggio della separazione della sfera politica da quella religiosa.
Non si tratta di una decisione estemporanea e ancor meno di una posizione dettata dalle circostanze, ha sottolineato lo stesso Gannouchi, ma il frutto di un processo storico lento e travagliato verso l’abbandono dell’impostazione di fondo per la quale è l’islam che determina la politica e ne definisce la linea di condotta a favore dell’affermazione dello spazio proprio della “politica” nei suoi termini etimologici della polis e dunque ai valori e alle regole dell’assetto costituzionale dello Stato.
L’islam resta, naturalmente, perché il Paese vi si riconosce, ma è chiamato a esprimersi nella sfera personale dei cittadini.
RINUNCIA ALLA VIOLENZA. Di quel processo ha voluto ricordare i passaggi più significativi riandando al momento iniziale del suo movimento basato inizialmente su una declinazione teologica con preoccupazioni di natura identitaria – da Azione islamica a Movimento della tendenza islamica negli Anni 80 – a una formazione protestataria e di lotta contro il regime di Ben Ali venata di islamismo tunisino e infine a una organizzazione – Ennahda (rinascita) per l’appunto – che rinuncia alla violenza e poi alla collateralità col salafismo ed evolve in un partito deciso a porre gli interessi della Tunisia davanti a tutto (prima la Tunisia e poi l’islam) e agire nei termini ed entro i confini marcati dalla Costituzione.
Certo che ne ha fatta di strada questo leader tunisino, condannato a morte da Bourghiba (1987), salvato da Ben Ali che poi proscrive il partito e lo costringe all’esilio (1991), capace di mantenere e anzi far crescere negli anni il consenso attorno al suo programma politico-religioso; poi il rientro in patria nel 2011, la vittoria elettorale, l’opacità dei rapporti con l’area salafita, poi il governo di coalizione (Troika), disastroso nei risultati e puntualmente punito dall’elettorato; poi il travagliato ma rivoluzionario parto della Costituzione, esempio di equilibrio tra islam e valori occidentali dove è sancita l’uguaglianza uomo-donna e la libertà di coscienza di fede e del libero esercizio del culto; infine la partecipazione minoritaria nel governo occidentalizzante di Nidàa Tunes.
Il tutto in un clima politico di crescente frammentazione e litigiosità, in un contesto di preoccupante crisi economica e quindi anche sociale sulla quale si è andato accanendo il terrorismo con le sue persistenti e sanguinose incursioni, dall’interno e dall’esterno…

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Ennahda, prima tunisino e poi Fratello – Riccardo Fabiani

In Tunisia, la principale declinazione della Fratellanza musulmana è rappresentata da Ennahda, il maggiore attore politico del dopo-Ben Ali. Il ritorno dall’esilio di Rasid Gannusi (o Ghannouchi), leader del movimento islamista, il 30 gennaio 2011, suscitò un’ondata di panico nell’élite laica del paese. Dopo vent’anni di esilio, Gannusi venne accolto da migliaia di sostenitori in delirio all’aeroporto – una scena che molti tunisini non esitarono a equiparare al ritorno dell’ayatollah Khomeini in Iran nel 1979. Eppure, due anni dopo, la Tunisia continua a seguire una traiettoria politica ben diversa dal paventato scenario iraniano e appare lontana persino dalla contemporanea esperienza egiziana. Sotto assedio su più fronti, Ennahda ha trovato un percorso unico nello scenario regionale, sottolineando ancora una volta l’eccentricità del modello tunisino.

«La legittimità dello Stato poggia sulla scelta del popolo. Siamo assolutamente d’accordo su questo.E noi siamo per la libertà di coscienza, (…) per le libertà politiche». Così dichiarava Gannusi in un’intervista del 1993, in netto contrasto con quanto predicato al tempo da altri leader islamisti della regione. La vittoria elettorale di Ennahda nel 2011 ha rappresentato il coronamento di una lunga marcia politica cominciata negli anni Ottanta, caratterizzata dalla dura repressione da parte del regime di Habib Bourguiba. Linea perseguita successivamente anche sotto Ben Ali (Zayn al-‘Abidin Bin ‘Ali) e caratterizzata da un processo di moderazione e ripensamento concettuale dell’ispirazione islamista del movimento.

Fondato nel 1981 e inizialmente noto come Movimento della tendenza islamica (Mti), nel volgere di pochi anni il partito islamista tunisino acquisì la reputazione di principale forza d’opposizione al regime, a scapito del Movimento dei democratici socialisti di Ahmad al-Mistiri(1). L’Mti sfruttò così un breve periodo di liberalizzazione dello spazio politico che coincise col crepuscolo del regime di Bourguiba, quando il sistema politico tunisino andò incontro a una fase di stallo decisionale condizionato dal peggioramento della salute del ra’is e dalle crescenti difficoltà economiche. In questo contesto, l’Mti si presentò come un’alternativa radicale a un regime autoritario e laico da sostituire con un nuovo sistema politico di stampo islamista – analogamente a quanto accadeva negli altri spazi arabi del Mediterraneo. E proprio come nel resto del mondo arabo, le autorità tunisine risposero inizialmente a questa sfida in maniera incerta, alternando misure di cauta liberalizzazione politica alla repressione.

Fu così che nel 1987 il colpo di Stato «medico» con cui Ben Ali spodestò Bourguiba venne salutato da molti militanti islamisti come un’opportunità unica per salire finalmente al potere sfruttando l’apertura politica inaugurata dal nuovo presidente nelle settimane successive alla sua ascesa al vertice dello Stato. Tuttavia, nel giro di pochi mesi divenne chiaro a tutti come nel nuovo regime di Ben Ali non ci fosse spazio per l’Mti (che più tardi si trasformò in Harakat al-Nahda, o più semplicemente Ennahda, il Movimento della rinascita). Negli anni Novanta e Duemila Ennahda si scontrò con la durissima repressione poliziesca di Ben Ali, che costrinse una parte della leadership del partito all’esilio per sfuggire al carcere – sorte che invece toccò a gran parte dei militanti. Tuttavia, tali eventi contribuirono a creare quella fama di serietà, integrità e determinazione che rese Ennahda il principale e più rispettato movimento d’opposizione al regime nell’immaginario collettivo del popolo tunisino e nelle narrative di resistenza ad esso connesse.

In questo contesto, non è stata certamente una sorpresa che la caduta del regime di Ben Ali all’inizio del 2011 abbia spalancato le porte al ritorno in grande stile di Ennahda e della sua leadership esiliata. Tuttavia, a differenza di Khomeini di ritorno dall’esilio parigino nel 1979, sin dall’inizio Gannusi è stato attento a non spaventare gli ambienti laici del paese e a rassicurare la classe media evitando ogni contrasto con gli altri partiti d’opposizione, accennando a un programma elettorale privo di riferimenti specifici alla legge islamica (sari‘a). Questo approccio è servito infatti ad aumentare la popolarità di Ennahda anche presso quei settori della società tunisina non appartenenti allo spazio ideologico islamista di cui Ennahda rappresentava il centro di gravità politico, culturale e ideologico.

Grazie a questa strategia, per mesi Gannusi è riuscito a evitare i temi più controversi e scottanti (come quello dei diritti delle donne o del ruolo dell’islam in politica), riuscendo a raggiungere sia le constituencies più oltranziste sia quelle non islamiste e costruendo un blocco sociale ampio ed etereogeneo capace di fare di Ennahda il principale partito del paese. Nell’ottobre 2011 Ennahda ha così ottenuto il 37% dei voti, seguito da due partiti laici, il Congresso per la Repubblica e Ettakatol (al-Takattul) con il 9% e il 7% rispettivamente (i quali sono diventati poi suoi alleati al governo). Grazie a questo risultato, Ennahda ha conquistato un ruolo determinante nel delineare gli assetti futuri della Tunisia e nel definirne la costituzione. Eppure, il successo decretato dalle urne non è stato sufficiente per permettere agli islamisti di governare da soli, costringendoli a scendere a patti con il Congresso e con Ettakatol. La maggioranza solo relativa ottenuta da Ennahda si è rivelata fondamentale nel delineare la traiettoria della transizione politica tunisina.

Nei mesi successivi al trionfo elettorale di Ennahda, infatti, si è lentamente delineato il nuovo scenario politico tunisino, rivelando una transizione ben diversa dai caotici processi avviati quasi in contemporanea in Egitto e poco più tardi in Libia. Tre elementi si sono affermati prepotentemente, condizionando così il panorama post-elettorale: la maggioranza assoluta dei partiti di ispirazione laica, sebbene profondamente divisi e in guerra l’uno con l’altro; la lenta crescita di un nuovo attore politico alla destra di Ennahda, ovvero la nebulosa salafita; e l’emersione di diverse linee di frattura interne a Ennahda, principalmente come conseguenza delle opposte pressioni esercitate a sinistra dai partiti laici e a destra dai salafiti.

Per quanto riguarda la maggioranza laica, non essendo riuscita a unirsi è stata politicamente sconfitta, ma è rimasta in grado di influenzare in maniera determinante il dibattito costituzionale e i processi decisionali, rappresentando anche un freno per eventuali tentativi di Ennahda di spingere l’acceleratore a destra. Di fronte ad ogni tentativo di Ennahda di ridisegnare i confini del rapporto religione-politica o dei diritti delle donne, la mobilitazione dei laici è stata fondamentale per frenare le spinte islamiste più radicali, complice la maggioranza solo relativa di Ennahda nell’assemblea costituente. Sicché Ennahda si è limitato a consolidare il proprio potere in questa fase, per rimandare a un non meglio precisato futuro la possibilità di introdurre misure controverse come, ad esempio, il divieto della blasfemia.

Tuttavia, il fenomeno politico più originale e inatteso è stata la spettacolare emersione del salafismo come attore rilevante. L’apertura dello spazio politico e la legalizzazione di comportamenti personali e movimenti collettivi precedentemente repressi sotto Ben Ali hanno creato infatti un vuoto politico alla destra di Ennahda, accentuato anche dalla svolta pragmatico-centrista del movimento. È dunque emersa una pletora di predicatori e di gruppi estremisti di stampo salafita, un’alternativa estremamente interessante per i settori più conservatori della società tunisina, spiazzati dalla moderazione mostrata da Ennahda negli ultimi due anni. Grazie ad alcuni atti provocatori capaci di innescare una spirale di paura e violenza che ha condizionato il clima sociale e politico in Tunisia per mesi, essi sono riusciti a occupare in maniera sempre più vistosa lo spazio mediatico tunisino, amplificando la propria presa su alcuni settori della società.

Inoltre, gli islamisti di Gannusi si sono trovati per la prima volta in concorrenza con altri soggetti religiosi tunisini. L’agguerrita minoranza salafita ha introdotto un elemento cruciale di sfida all’egemonia di Ennahda nel campo conservatore, evidenziando come esista anche in Tunisia un settore della società pronto a entrare in azione qualora gli islamisti al potere si mostrino troppo timidi con i laici.

Ennahda ha reagito assumendo un atteggiamento profondamente ambiguo nei confronti dei salafiti: da una parte, gli islamisti di Gannusi sanno di aver bisogno dei salafiti per vincere le prossime elezioni; dall’altra parte, Ennahda non può far vedere di essere troppo vicino ai salafiti, pena la perdita di consensi a sinistra, fra gli elettori moderati e non islamisti. Tale dilemma è il più importante problema strategico per Ennahda, incapace di risolvere quest’ambiguità senza perdere pezzi a destra o a sinistra. Inoltre, a causa di questo dilemma sono emerse svariate linee di frattura all’interno di Ennahda. Gannusi ha cercato di coprire le crepe usando un linguaggio impreciso e vago, a volte avanzando proposte più radicali – salvo ritirarle in seconda battuta davanti alle veementi proteste dell’opposizione laica. Tuttavia, questa tattica non è stata sufficiente a nascondere le molteplici divisioni all’interno del partito, fra moderati (come il primo ministro Hamadi Gibali) e conservatori (come Sadiq Suru) o fra leadership in esilio e in carcere: i primi sono quelli che hanno trascorso gli ultimi vent’anni a Londra o nel Golfo e pertanto tendono ad assumere posizioni più concilianti verso i partiti laici, mentre gli altri hanno scontato lunghe pene nelle prigioni di Ben Ali e sono a più stretto contatto con i duri e puri del partito. O ancora fra Gibali e Gannusi, quest’ultimo velatamente accusato di manovrare contro il primo con l’obiettivo di sostituirlo alla guida del governo con il più fedele ministro della Salute ‘Abd al-Latif Mikki. Lungi dallo spaccare in due Ennahda, questi scontri personali e ideologici tendono invece a sovrapporsi, evidenziando la natura complessa del fenomeno islamista tunisino. Un elemento, però, è emerso con precisione: finché Gannusi resterà in sella, le divisioni non rischieranno di esplodere in maniera drammatica, mettendo a repentaglio l’unità del partito. I dubbi seri riguardano la capacità di tenuta di Ennahda nel futuro post-Gannusi…

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Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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