‘Ndrangheta, Emilia e tempo di saldi

1) un libro in edicola; 2) una lettera tarpata; 3) le mie sensazioni…

ndranghetaBLOG

1.

Ogni tanto (di rado) anche «Repubblica» fa la cosa giusta. Così in edicola arriva – sono 380 pagine per 6,90 euri – «‘Ndrangheta all’emiliana» pubblicato d’intesa con le tre «Gazzetta» di Mantova, Modena e Reggio e con «La Nuova Ferrara». Non so dire se il libretto sia reperibile in tutta Italia; penso di sì, io a Imola l’ho trovato. E merita la spesa. Il sottotitolo spiega: «Infiltrazioni e complicità: i documenti d’accusa della magistratura». In effetti «l’ordinanza» occupa quasi tutto il libro, completato da due articoli iniziali di cronaca, da tre brevi – e un po’ ripetitivi – commenti “a caldo” più un’intervista a Nicola Gratteri e un articolo (chissà perché intitolato «Gli articoli») di Rossella Canadè sui legami dell’inchiesta emiliana con Mantova.

Che le mafie fossero arrivate in Emilia-Romagna si sapeva da tempo anche se la sottovalutazione (soprattutto politica) è stata clamorosa. Ma che la grande criminalità organizzata fosse così forte, così radicata… si è preferito non dirlo, nemmeno pensarlo. Con qualche eccezione (Libera principalmente) il gioco a minimizzare è stato totale. Certo se Giovanni Tizian, un giornalista viene minacciato di morte e finisce sotto scorta se ne parla, ma finisce lì. In pochi cercano di vedere se i molti tasselli che salgono in superficie compongono un quadro, lasciano intravedere la parte nascosta del gigantesco iceberg. Anche ora che l’operazione «Aemilia» (con 117 arresti, quasi tutti in Emilia) ha squarciato silenzi e minimalizzazioni non si registrano reazioni di rilievo. Finora tacciono – o emettono aria fritta – le istituzioni e purtroppo anche gran parte della “società civile”. Eppure, comunque finisca l’inchiesta, quel che si è saputo cambia definitivamente l’idea di un’Emilia relativamente felice nella legalità, nel suo antico e sano riformismo, nei valori diffusi, nella ricchezza “pulita” che deriva dal lavori e dall’ingegno anziché dai crimini più odiosi.

In galera finiscono i capi e gli emissari della cosca calabrese – di Cutro per l’esattezza – Grande Aracri ma anche molti «insospettabili», come si dice (il termine è sbagliato ma lasciamo perdere): manager, politici, giornalisti… Qualche nome? Marco Gibertini, giornalista di «Tele Reggio» appoggiò con i suoi servizi la ndrangheta reggiana. Giuseppe Pagliani, esponente importante, di Forza Italia-Pdl, organizzò lo scambio di voti con la cosca. La storica azienda modenese Bianchini Costruzioni abbandonò l’amianto anche in aree verdi e scuole. In cella anche l’imprenditore Giuseppe Iaquinta ma fa quasi più notizia che sia il padre di un famoso calciatore). E si potrebbero aggiungere moltissimi (tristi) eccetera.

I crimini? Intimidazioni, estorsioni, pizzi e usura ovviamente. Ma soprattutto i reati più gravi: appalti di ogni tipo, anche per togliere le macerie del terremoto e per la ricostruzione; la compravendita di voti (almeno 7 candidati a sindaco coinvolti); occultamento di rifiuti pericolosi. Spesso – si legge nell’Ordinanza – non c’è bisogno di armi per ottenere qualcosa, basta “ungere”. La rete è collaudata, estesa, solida.

Il cuore dell’inchiesta è Reggio (in Emilia non in Calabria) con Modena e Parma coinvoltissime ma ce n’è anche per Piacenza, per Mantova (il sindaco Nicola Sodano è indagato) con propaggini a Verona. E a Roma dove un giudice della Cassazione, non ancora identificato, era collegato con esponenti massoni ma anche con un monsignore della Diocesi… tanto per chiudere il quadro.

Nell’«ordinanza» c’è anche un paragrafo sulle talpe, cioè poliziotti e carabinieri che passavano informazioni alla ‘ndrangheta emiliana; fra loro spicca Domenico Mesiano, autista del questore di Reggio Emilia e addetto stampa della questura

Un bel libretto.

A essere pignolo direi che i giornalisti potevano aggiungere un indice e magari qualche nota per facilitare la lettura spiegando a esempio che Dda è Direzione Distrettuale Antimafia e che Roni non è parola giapponese ma sta per «Reparto operativo nucleo informativo» (dei Carabinieri). I magistrati usano normalmente queste sigle ma ai più restano ignote. A essere ancora pignolo direi che l’immagine – quella che ho preso anche io – in copertina del libro è efficace ma molto ambigua perchè da mo’ le mafie si son tolte la coppola… Ma sono appunto pignolerie. Il libro è meritevole, indispensabile addirittura. E’ da sperare che adesso i giornalisti nazionali e locali non mollino la presa: soprattutto contro gli evidentissimi tentativi di “rimuovere” – e se possibile di “insabbiare” – il più possibile questa inchiesta.

2.

Se non sbaglio sui giornali di Reggio Emilia è apparsa una sola lettera a proposito dell’inchiesta sulla ‘ndrangheta. Questa (che ho dovuto ricopiare perché in rete non l’ho trovata) sul «Carlino Reggio» firmata da Gabriella Lusetti. C’era in fondo il commento del giornalista che diceva di avere cassato una frase per evitare di andare in galera. Oooooh. Interessante il taglio. Interessantissimo che venga conclamato. Mi ripeto, anzi raddoppio: oooooh e oooooh.

Eccola.

«Avremmo voluto ascoltare una dichiarazione dell’Anpi, del Sindacato, delle associazioni di volontariato, della Chiesa, delle Donne in nero, del centro sociale Aquarius, della Federazione anarchica e, perché no?, di Casa Pound. Avremmo voluto ascoltare una condanna forte e chiara della penetrazione mafiosa a Reggio Emilia. E invece abbiamo ascoltato il silenzio colpevole di questa città omertosa. Tutti zitti nella città del rosso colore che tutt’Italia voleva essere uguale, la città di Prampolini e del movimento cooperativo. E non c’è nemmeno stata una manifestazione, una fiaccolata, una processione. Niente di niente e meno ancora. Non parlano i vecchi e non parlano i giovani, presi come sono dall’happy hour serale a base alcolica che in questa terra, antropologicamente parlando, fa tendenza e fa cultura. Mai come oggi ricordare i fratelli Cervi e i morti ammazzati del 7 luglio 1960 non è altro che inutile retorica. A Cutro Reggio ha dedicato una strada. Però ha dimenticato l’altra Cutro, quella della ‘ndrangheta e, complice per avidità di denaro e di potere, l’ha lasciata fare. E allora noi vorremmo sapere i nomi dei politici, degli amministratori, dei professionisti, dei burocrati che hanno permesso questo scempio traendone vantaggio personale. Noi vorremmo che chi sa parlasse. Noi vorremmo giustizia. E intanto Reggio s’imbruttisce e s’abbrutisce, lasciata a se stessa, trascurata e mortificata, senza più quel senso civico che la faccia urlare di sdegno contro chi ha messo le mani sulla città. Ma a chi importa, questo è tempo di saldi».

Tempo di saldi, scrive Gabriella Lusetti. E di soldi ovviamente.

3.

Non ho approfondito ma lo farò. Appena possibile leggerò anche «EMILIA ROMAGNA COSE NOSTRE 2012-2014. Cronaca di un biennio di mafie in Emilia Romagna»: è un dossier realizzato dalla collaborazione fra Gaetano Alessi, il Gruppo antimafia Pio La Torre e il Gruppo dello Zuccherificio. Ne ho avuto notizia, e mi pare significativo, perché a Imola lo ha presentato il centro sociale «Brigata 36». Si presenta come una ricerca e non un’opera letteraria, come una “cassetta degli attrezzi”; altre info sono qui: http://gaetanoalessi.blogspot.it/2014/09/emilia-romagna-cose-nostre-il-dossier.html

Delle mafie in Emilia-Romagna qualcosa di interessante hanno raccontato alcuni romanzi, in particolare – qualche giorno fa l’ho ricordato in bottega: La ‘ndrangheta è a Reggio… ma in Emilia – la trilogia del bravo (ma sconosciuto) Antonio Fantozzi: letteratura certo ma significativa, soprattutto se il giornalismo è “distratto”. Per esempio a Reggio (Emilia) ci sono tre quotidiani: l’edizione locale del «Carlino», uno della Curia e quello repubblicano di De Benedetti. Al di là dei singoli casi – ci sono giornaliste/i stimabili ovunque – le direzioni (cioè le proprietà) dei tre giornali non sono apparse interessate a indagare sulle mafie locali, spesso si sono “appassionate” più a quella in arrivo dalla Cina … vera o “esagerata” che essa sia.

Lasciando per un attimo la criminalità e passando alla “politica” – ma si sa che i confini diventano spesso incerti – un amico “maligno” mi ricorda che in un articolo su «Repubblica», a firma Statera, si parla di Antonella Spaggiari come cavallo di Troia per conto di Berlusconi. Ma questa è una spiegazione politica. Se pure non c’è un collegamento automatico – intendo del signor P2-1816, della sua Forza Italia e annessi con le mafie – è però evidentissimo che le scelte politiche del berlusconismo e di chi si allea con lui MAI vanno nella direzione di combattere davvero le mafie e di sostenere quella parte (minima, a quel che capisco io) della magistratura e delle “forze dell’ordine” che davvero le combattono. Per questo temo che si cercherà di «insabbiare» questa inchiesta. Politicamente lo si sta già facendo. Un amico saggio commenta così: «Fa una certa impressione perché questa terra ha sempre condannato gli insabbiamenti (quando erano democristiani e affini) e ora li sollecita. Si sceglie la ragion di Stato, la Ragion di Partito, secondo l’assunto che i panni sporchi si lavano in famiglia, come fa la Chiesa, che poi è un modo per dire che non si lavano affatto, e semmai si sporcano di più. Per questo temo che le varie mafie continueranno a fare affari, penetreranno sempre di più nel tessuto cittadino, informeranno di sé sempre più le istituzioni civili, e via di seguito».

Ha ragione il mio amico, di solito saggio? Ha ragione Gabriella Lusetti che «è tempo di saldi» e non importa a nessuno? Cosa possiamo fare?

E siccome queste domande generiche dovrebbero sempre chiamare in causa anche chi le fa… io per quel che mi riguarda – nel mio piccolo, piccolissimo – posso aggiungere solo due cose. La prima è ovvia: questa bottega è aperta ad allargare il discorso. La seconda mi chiama in causa come direttore responsabile (per caso) della rivista reggiana «Pollicino Gnus»: chiederò alla redazione – mi pare che in tanti anni sia la seconda volta che intervengo nelle loro scelte – anzi sto già chiedendo di fare un numero sulla criminalità reggiana, su chi la sostiene e su chi la combatte.

POST SCRIPTUM

Nel libro citato all’inizio («Ndrangheta all’emiliana») c’è un’intervista a Gratteri. Mi colpisce questo virgolettato iniziale (poi lasciato cadere): «Il confino dei mafiosi al Nord? E’ stato il più grosso errore del legislatore italiano nella sua storia». Nella mia ignoranza “giuridica” l’ho sempre pensato anch’io. Un errore talmente grande da indurre in cattivi pensieri. E l’hanno sempre pensato “terroni” e “terrone” che conosco: emigrate/i al Nord, per i più vari motivi, si sono sentiti addosso anche il peso dei confinati per mafia. Sarò stupido ma davvero non capisco: un errore così grande e lungo tanti anni può essere solo un errore? Qualcuna/o mi spiega?

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Daniele Barbieri

    SEGNALO QUESTA INIZIATIVA

    Mosaico di mafie e antimafia
    “Aemilia: un terremoto di nome ‘ndrangheta in Emilia Romagna”
    Bologna 11 marzo 2015, ore 11:00
    Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna, viale Aldo Moro 50

    Partecipano:
    Simonetta Saliera, Presidente dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna
    Santo Della Volpe, Presidente Libera Informazione e Presidente Federazione Nazionale Stampa Italiana
    Lorenzo Frigerio, coordinatore Libera Informazione
    Daniele Borghi, referente Libera Emilia Romagna

    Il brusco risveglio dell’Emilia Romagna, all’indomani dell’inchiesta “Aemilia” della magistratura, è entrato nel programma dei Cento Passi verso la XX Giornata dell’Impegno e della Memoria delle vittime di Mafia che Libera organizza quest’anno a Bologna il prossimo 21 marzo. Perché tra i percorsi di legalità e l’impegno delle associazioni e delle Istituzioni (a partire dall’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna), si è insinuata come un terremoto la realtà di una penetrazione mafiosa che ha fatto aprire gli occhi sulla rete economica della criminalità, le insospettabili complicità e la sinuosa adattabilità di una parte del mondo economico, politico e sociale di questa regione.
    “Tanto tuonò che piovve”: è il caso di dire di fronte alla conferma più plateale possibile della presenza della ‘ndrangheta in una delle regioni più produttive del Paese, l’Emilia-Romagna. Una conferma giunta all’inizio dell’anno da poco iniziato, il 2015 dell’Expo mondiale in programma da maggio in poi a Milano, con il blitz contro le cosche del 28 gennaio ordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna.
    Eppure i segnali di una criminale presenza – più che organizzata, mafiosa secondo tutti gli effetti della definizione contenuta nell’art. 416 bis codice penale – non erano mancati anche in un recente passato, contraddistinto da coraggiose inchieste e processi a dir poco illuminanti sulla capacità dei mafiosi di mettere radici in una delle regioni, da sempre, traino economico, civile e morale dell’intero sistema Italia.
    Eppure sarebbe bastato prestare ascolto ai tanti gridi d’allarme lanciati dalla magistratura in occasione dell’apertura degli ultimi anni giudiziari e non ridurre tutto a piccole questioni di bottega o alle contrapposizioni tra poteri dello Stato. Gli allarmi non erano mancati, anche nei tre precedenti dossier realizzati da Libera Informazione negli ultimi anni, nell’ambito della convenzione stipulata con l’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna. Ecco se l’attenzione di istituzioni e pubblica opinione non fosse stata distratta ma più ricettiva, se informazione e società civile avessero svolto al meglio il loro ruolo di coscienza critica, l’operazione “Aemilia” non sarebbe giunta come un fulmine a ciel sereno.
    “Aemilia: un terremoto di nome ‘ndrangheta” è il nome dato al nuovo dossier di Libera Informazione, realizzato con la speranza che la conoscenza approfondita di questi fenomeni contribuisca a ricucire gli strappi che si sono creati nella società di questa Regione, da sempre simbolo di solidarietà e buona politica; ampie fessure nelle quali si è insinuata la criminalità organizzata, da ricucire quanto prima con la coscienza collettiva e partecipata del pericolo che corre la società dell’Emilia Romagna.
    http://www.liberainformazione.org/2015/03/09/aemilia-un-terremoto-di-nome-ndrangheta/

  • Daniele Barbieri

    RICEVO da parte della rivista POLLICINO
    Ciao Daniele
    alcune brevi considerazioni su quanto hai scritto:
    1. non so chi sia l’autrice della lettera al Carlino che citi ma non vorrei fosse il solito pontificare su chi e cosa dovrebbero fare gli altri (magari mi sbaglio eh!) tirando in ballo e mescolando un po’ a caso realtà che neanche si conoscono e che non c’entrano niente l’uno con l’altro (cosa c’entra Casa Pound con l’Anpi, la Fai ecc.?)… In questi casi mi viene semplicemente da dire “e tu cosa fai?”….
    2. Tralasciando per ragioni di buon gusto Casa Pound (!), aggiungo al volo alcune cose che mi vengono in mente senza stare a ragionarci su più di tanto e che restando nell’ambito della cosiddetta società civile:
    – il Circolo delle Cucine del Popolo di Massenzatico con l’Associazione Partecipazione ha organizzato per giovedì 5 marzo una iniziativa con Gaetano Alessi e Salvo Ognibene CFR – http://www.eucaristiamafiosa.it/5-marzo-massenzatico-reggio-emilia ;
    – l’Associazione Città Migrante ha lavorato per contrastare situazioni di sfruttamento che hanno coinvolto diversi migranti e se anche non sono direttamente riconducibili alla ndrangheta reggio-cutrese,
    sempre di criminalità mafiosa si tratta
    (http://cittamigrante.noblogs.org/post/category/citta-migrante-contro-la-criminalita-organizzata-contro-lo-sfruttamento-per-i-diritti-dei-lavoratori/)
    – Corto Circuito (http://www.cortocircuito.re.it/) un’associazione culturale antimafia, formata da studenti universitari e nata nel 2009 come web-tv e giornale studentesco indipendente, ha realizzato, tra le varie cose, la video-inchiesta “La ‘ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana” che è stata anche proiettata in tribunale dal Pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna;
    – poi c’è COLORE-Cittadini contro le mafie che ha dato vita ad un Osservatorio Civico Antimafia
    (http://www.colore.re.it/colore/?q=node/7) in collaborazione con Libera e ha curato 4 dossier dove si parla spesso di mafia in terra reggiana, oltre ad incontri, conferenze, ecc. ecc.
    3. veniamo poi ai panni di casa nostra… non ti ricorderai ma eri già da tempo direttore di Pollicino Gnus quando, nel marzo 2010, pubblicammo un monografico dal titolo evocativo “Padroni a COSA nostra” (erano i tempi in cui la Lega dei “padroni a casa nostra” impazzava più che mai in terra emiliana); un dossier che cercava di tracciare un quadro della presenza della ‘ndrangheta a Reggio Emilia, dalle origini ad oggi e lo curò, appunto, il nascente COLORE di cui sopra… Ora noi, come rivista, siamo sempre disponibili a fare un aggiornamento, si tratta di trovare qualcuno che si prenda l’impegno di curare il nuovo dossier.
    4. Poi è vero che dopo l’uscita di “Aemilia” non ci sono state fiaccolate, lenzuola alla finestra o altre cose eclatanti ed è anche vero che probabilmente in questi anni anche tanti di noi hanno sottovalutato il problema… le mancanze ci sono, l’autocritica dobbiamo farla sicuramente ma cerchiamo di riconoscere (e conoscere) almeno quello (poco o tanto dipende anche dai punti di vista) che si è fatto…
    infine concedimi un brevissimo commento del tutto personale: sempre di più si associa la lotta alla mafia alla questione della legalità; personalmente mi sembra che le due cose possano a volte incontrarsi (e io spero sempre di più ovviamente) ma sicuramente non coincidono… Non vorremmo mica dopo aver abbandonato nelle braccia di Berlusconi la parola “libertà” lasciare anche Don Milani nelle mani di Salvini? la disobbedienza è il sale delle conquiste civili e della rivendicazione dei diritti. La mafia mi fa schifo perchè vuol dire sopraffazione, sfruttamento, ingiustizia, negazione della libertà, sessismo, cultura gerarchica ecc. e non tanto per il fatto che sia illegale… perchè, dico, se questi avessero la meglio e facessero diventare tutte queste pratiche “legali” allora smetteremmo di lottargli contro? i Partigiani del resto erano banditi, illegali, no?
    Renato Moschetti (Redazione di Pollicino Gnus)

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