Nel nostro mondo di Ubik

riflessioni intorno a Zuckerberg, Trump, Mumford e a un articolo di Giorgio Griziotti

di Giuliano Spagnul

 

“…un mondo di seconda mano, un mondo di fantasmi, nel quale ognuno vive una vita di seconda mano e di riflesso. I greci avevano dato un nome a questo pallido simulacro dell’esistenza reale: lo chiamavano Ade, e questo regno di ombre sembra essere l’ultima destinazione della nostra cultura, serva della macchina e di Mammone.”1

Lewis Mumford

In un recente articolo: Megamacchine del neurocapitalismo. Genesi delle piattaforme globali2 l’autore Giorgio Griziotti3 ricorda come Lewis Mumford introduca “nel 1967 il concetto di megamacchina come complesso sociale e tecnologico che modellizza le grandi organizzazioni e progetti dove gli umani diventano pezzi intercambiabili o servo-unità”. Questi grandi complessi organizzativi di messa al lavoro del capitale umano sarebbero rintracciabili fin dalla “costruzione delle piramidi in Egitto” e troverebbero nella modernità il modello più rappresentativo nei “grandi complessi militari-tecnocratici che gestiscono il potere nucleare.” Per Griziotti oggi, in questo nuovo millennio, tutto il mondo, tutta la vita si sta assoggettando all’immensa megamacchina del capitalismo che controlla e controllerà sempre di più ogni momento della nostra vita, non più solamente dall’esterno ma soprattutto dal di dentro dei nostri corpi, incorporandosi in noi, divenendo parte di noi e noi di esso. L’articolo è ricco di informazioni e agghiacciante nelle conclusioni a cui inevitabilmente conduce. Non ho le competenze necessarie per entrare nel merito di questa articolata descrizione della gestazione e trasformazione di questa complessa megamacchina del ‘neurocapitalismo’ e al di là di segnalare, doverosamente, i meriti di una descrizione che nulla concede alla bassa divulgazione e che peraltro riesce a rendersi comprensibile a un pubblico di non esperti, qui vorrei indugiare su una sollecitazione di carattere fantascientifico (meglio: dickiano) che il testo offre esplicitamente in un punto in cui cita il racconto di Dick: Minority Report,4 ma che inevitabilmente lo pervade, data la natura dell’argomento, nella sua totalità. Parlando della Global Community di Zuckerberg e del suo impegno per la ricerca sull’Intelligenza Artificiale ci avverte che: “Anche se ci vorranno ancora anni, scrive Zuckerberg, perché l’IA diventi un vero agente semiotico in grado di capire e valutare il senso di tutti i contenuti del social network in modo da poter intervenire opportunamente, questo resta l’obiettivo di FB ‘per combattere il terrorismo mondiale’. La promessa di costruire l’infrastruttura sociale che aiuterà la Global Community di FB a ‘identificare i problemi prima che avvengano’ va nello stesso senso e si ispira direttamente a Minority Report.” È un esempio calzante, ma se dalla situazione particolare di FB ci confrontiamo con la realtà più generale presa in esame dall’articolo, cioè quella “messa al lavoro della vita tramite la tecnologia della Web2.0” e soprattutto quell’”asservimento macchinico che ‘consiste nel mobilitare e nel modulare le componenti pre-individuali, pre-cognitive e pre-verbali della soggettività, e fa funzionare gli affetti, le percezioni e le sensazioni come parti o elementi di una macchina.’5 più che a questo vecchio racconto sarebbe opportuno riferirsi a una delle sue opere chiave: il romanzo Ubik.6 Le premesse di questo mondo bioipermediatico7 non ci portano tanto a una distopia da grande fratello elevata all’ennesima potenza, spettro fantascientifico ormai depotenziato come gran parte degli scenari della science fiction novecentesca, quanto a un mondo caotico, confuso, denso di contraddizioni e ambiguità. I Zuckerberg e i Trump, acerrimi rivali nel nostro mondo, si possono equiparare, nel mondo di Ubik, agli Hollis e ai Runciter con le loro rispettive funzioni di spionaggio e controspionaggio che governano la vita di tutti gli individui. La funzione di Hollis è quella di un potere tendente al controllo della vita nelle sue singole componenti umane (spiandone le menti e pianificando coercitivamente il loro futuro) mentre quella di Runciter si qualificherebbe come il bisogno di governare questo processo, più che combatterlo (Runciter steso si avvale, come il suo avversario, di telepati e precog, per i suoi bisogni). Che Runciter, per chi legge il romanzo, appaia il più simpatico dei due, collima con il fatto che un Zuckerberg “in contrasto coi populismi nazionalisti di cui Trump è il capofila” risulti infine “in un certo senso più ‘moderno’ ed attraente (o forse solo più accettabile) agli occhi di generazioni di nativi digitali.” Il mondo della semi-vita di Ubik, in cui tutto sprofonda è un mondo di cadaveri viventi e, come ancora Mumford ci ricorda: “…se ogni cosa, eccettuata la tecnica, è un sogno nebuloso, che cosa resta dell’uomo se non un cadavere vivente…?”.8 È in questo riconoscersi cadavere vivente che il protagonista Joe Chip, sfigato personaggio seriale dickiano, ritrova la forza di resistere ai poteri che lo vogliono assoggettato a una docile ubbidienza. Quel cadavere vivente, il corpo, è ciò che noi siamo, e potremo essere corpo collettivo, resistente, solo a partire da questa ritrovata consapevolezza. Tutta l’opera dickiana, del resto, tende a ritrovare il possibile aggancio della dimensione culturale, che sempre più si esprime in un’esplosione dell’immaterialità, con quella della materia, e del corpo in prima istanza. Senza questo antidoto ubikiano temo che l’idea di una possibile ‘liberazione’ del ‘comune’, cioè di raggiungere quei “modi per rendere veramente autonoma la Global Community e tutte le altre comunità delle piattaforme del Capitalismo” auspicata da Griziotti, rimanga una bella, ma ancora un’altra, irraggiungibile utopia dell’avvenire.

Nota 1: L. Mumford, Arte e tecnica, Universale Etas, Milano 1980, p. 96

Nota 2: http://effimera.org/megamacchine-del-neurocapitalismo-genesi-delle-piattaforme-gobali-giorgio-griziotti/

Nota 3: di cui ho recensito il libro Neurocapitalismo: http://www.labottegadelbarbieri.org/neurocapitalismo-e-cura/

Nota 4: racconto del 1956 portato sugli schermi da Steven Spielberg nel 2002

Nota 5: M. Lazzarato, Le macchine, 10/2006  http://eipcp.net/transversal/1106/lazzarato/fr

Nota 6: per un’analisi del romanzo rimando al mio http://una-stanza-per-philip-k-dick.blogspot.it/2014/08/ubik_30.html

Nota 7: “Bioipermedia è termine derivato dall’assemblaggio di bios/biopolitica e ipermedia, come una delle attuali dimensioni della mediazione tecnologica. Le tecnologie connesse e indossabili, i cui oggetti popolano il territorio, ci sottomettono ad una percezione multisensoriale in cui spazio reale e virtuale si confondono estendendo ed amplificando gli stimoli emozionali.” G. Griziotti, Neurocapitalismo Mimesis 2016, p. 120

Nota 8: L. Mumford, Arte e tecnica, cit. p.40

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2 commenti

  • Grazie di questa interessante nota: ci dev’essere una sorta di telepatia ubikiana perché anch’io avevo pensato molto a questa opera scrivendo. Ubik è sempre in agguato in un angolo della mia mente e non solo sono completamente d’accordo ma sento che da questa base ci sia ancora molto da sviluppare sull’asservimento macchinico. Una rilettura del capolavoro dickiano s’impone!

  • Giuliano Spagnul

    Concordo pienamente. L’intera opera di Dick avrebbe bisogno di una profonda e attenta rilettura, al di fuori dagli schemi, ormai un po’ stantii della critica fantascientifica. Dick non ha preconizzato il futuro, ha solo guardato il presente, ha visto ‘profeticamente’ ciò che era visibile sotto gli occhi di tutti ma che solo in pochi riuscivano, in un qualche modo, a intravedere.

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