«Niente di questo mondo ci risulta indifferente»

Gian Marco Martignoni sul libro della «Associazione Laudato sì, un’Alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale».

Nel 2015 la pubblicazione da parte di papa Francesco dell’Enciclica Laudato sì, rivolgendosi a «ogni persona che abita questo pianeta» e assumendo i migliori frutti della ricerca scientifica, ha lanciato un messaggio di inestimabile valore rispetto al deterioramento globale dell’ambiente e della qualità della vita, indicando nella proposta di una ecologia integrale, coniugante giustizia climatica e giustizia sociale, l’antidoto all’impossibilità di generalizzare un modello di sviluppo insostenibile, perchè fondato sul principio della massimizzazione del profitto. Se aveva destato una certa sorpresa che la guida alla lettura dell’Enciclica fosse stata affidata a Carlo Petrini, presidente e fondatore di Slow Food, quella scelta inaspettata ha invece generato molti proseliti anche nel mondo dei non credenti.Tanto che con un percorso iniziato il 4 novembre  2015 a Milano (all’Auditorium della Società Umanitaria) è sorta l’«Associazione Laudato sì, un’Alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale».  Ora il lavoro collettivo sviluppato in questo quinquennio è stato raccolto nel libro «Niente di Questo Mondo Ci Risulta Indifferente» (pag 288, euro 15, edizioni Interno4) a cura di Daniela Padoan, a cui si deve anche l’introduzione «Al tempo del contagio» dove giustamente insiste sulle dicotomie emerse durante la pandemia fra vite degne e vite di scarto, fra morti inevitabili ed evitabili, nonchè fra morti accettabili e inaccettabili.

Il libro è stato pensato con una precisa metodologia didattica, in quanto è composto da diciotto capitoli che focalizzano le tematiche trattate con una scansione assai fruibile. A un’analisi puntuale sul piano della documentazione – ad esempio sul clima, il lavoro o  gli stili di vita- successivamente vengono indicate le proposte di risoluzione in forma  decisamente sintetica.

Quali sono le modalità con cui è possibile contrastare un modello produttivo ecocida e predatorio, che esaltando la ragione tecnica fa prevalere l’interesse economico sul bene comune e le comunità dei viventi: è  l’obiettivo che percorre ambiziosamente la riflessione collettiva. Se  da un lato, sulla scorta dell’elaborazione teorica di Luigi Ferrajoli, è fondamentale la costituzione di una sfera pubblica sovrastatale per tutelare l’abitabilità del pianeta, al contempo la riconversione ecologica delle produzioni industriali e agricole è la sola strada praticabile per ridare dignità al lavoro, superando nuove e vecchie alienazioni. Nella consapevolezza che purtroppo l’atomizzazione della condizione lavorativa «ha offuscato la coscienza di un interesse comune» dentro e fuori i luoghi di produzione.  La riconversione deve investire anche il complesso militar-industriale, che produce il quindici percento delle emissioni di gas climateranti (che però non vengono contabilizzate dal Protocollo di Kyoto,  per via della pressione esercitata in sede di ratifica da parte degli Stati Uniti, che poi, comunque, decisero di  non sottoscriverlo).  Altresì, proprio perché sono cresciute le diseguaglianze,  incrementando le vite da scarto e i lavori poveri o informali, il problema storico della presa di coscienza  si lega inevitabilmente al discorso educativo delle grandi masse popolari. Il mondo apparentemente iper-connesso ha  prodotto sia un iper-individualismo narcisista e consumista sia un nuovo analfabetismo funzionale  alla sottomissione di estese masse agli interessi del capitalismo della sorveglianza , poiché impossibilitate  a decodificare il vero dal falso. Il rilancio  della pedagogia degli oppressi, inaugurata dal magistero di Paulo Freire, ha molto a che vedere con la sentita esigenza di una rigenerazione degli spiriti e la coltivazione di una ecologia interiore, in grado di conciliare la sobrietà con  la disposizione a nuovi stili di vita.

Infine che sia una associazione a misurarsi con le tematiche che attengono al vivente in tutte le sue declinazioni, con un taglio non contingente e dall’approccio universale, è indicativo di come la politica possa essere rifondata  e vissuta  di nuovo in prima persona, a partire dalla centralità accordata alle “questioni ultime”.

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Angelo Ruggeri

    Povero Marx! che pensava che l’uomo avesse cominciato a distinguersi dall’animale …
    Per noi ogni interlocuzione rappresenta una occasione per qualche approfondimento eD ulteriormente ribadire concetti e riflessioni di teoria e prassi, a fronte della ormai lunga e cronica mancanza di veri dibattiti, cioè di confronto/scontro e dialettica tesi e antitesi, e la scarsità di occasioni per interlocuzioni dialettiche dirette tra diverse opinioni (cosa ben diversa dal “ognuno dice la sua”), impone di cogliere ogni occasione che si presta per dialettizzarsi criticamente, con posizioni, come in questo libro, decisamente fuorvianti e che vanno criticate senza alcuna bonomia, anzi, con netta radicalità, stante che, viceversa, predomina una generale piattezza che rende quasi sempre indistinguibili le diversità di opinione ed appiattendo concetti e parole senza concetto come in questo caso, confondendo giusto e sbagliato, vero e falso, ecc.. E’ opportuno recuperare quella radicalità, che ADEN ARABIA (alias P. Nizan) ci ha insegnato ad usare anche con quella “rabbia”, più o meno “giovanile”, capace di rompere col pattume e la melma che si raccoglie al centro dove tutto è indistinto, mentre, si sa che la verità si può cogliere solo dagli estremi (B.Brecht e Kracauer).
    Quella RADICALITA’ – che significa, appunto, andare alla radice – che impedisce l’adagiarsi nel “quieto vivere”, il compromesso tra principi e tra diverse concezioni del mondo, vivificando la DIALETTICA e la distinzione tra le diverse analisi, corrette o quelle travianti mascherate da parole senza concetto come capita in questo libro che ci serve per esempio.
    La DIALETTICA non è un metodo inventato dai filosofi ma popolare: e la cosa più popolare che ci sia e da idealistica a materialistica arriva alla teoria dell’indeterminazione che per noi marxisti è addirittura una leccornia. La realtà conoscibile si modifica attraverso il metodo della conoscenza , cosicché noi non possiamo riconoscerla precisamente se non attraverso la DIALETTICA intesa – come per Marx – come contraddizione interna dell’essenza del pensiero e di tutte le cose, come riconoscimento che nulla può essere compreso come qualcosa di isolato, preso in sé o in una progressiva successione di causa ed effetto, ma tutto come reciprocità nella ricchezza delle determinazioni e di contraddizioni, che tutto in quanto sorge, produce anche la propria negazione tendendo nel suo sviluppo a negare la contraddizione. E nelle conseguenze ricavate dalla dialettica, Marx ha superato Hegel, mentre entrambi e ad un tempo riconobbero la struttura dialettica anche dei contenuti della coscienza.
    Sicché se non come es. da contrastare criticamente, risultano inutili LIBRI come questo A CUI TUTTO SEMBRA INDIFFERENTE, in quanto crede siano possibile soluzioni dei problemi ambientali senza fare i conti con la potenza sociale del capitale e in pratica ragionando come se il capitalismo sia un dato di natura, ipotizzando soluzioni interne a questo dato di natura, come fosse la sola cosa umana ETERNA e come se non fosse che “il capitale è esso stesso la contraddizione in processo” sia rispetto la natura che la società, ignorando che per quanto nel suo sviluppo il capitale tende a negare la propria negazione e la contraddizione interna al suo stesso processo non può ne considerarsi eterno ne negare che come POTENZA GENERALE SOCIALE ESTRANEA E INDIPENDENTE che si contrappone alla SOCIETA’ e alla NATURA, proprio come entità materiale e come potenza dei capitalisti. “La contraddizione tra questa potenza generale sociale a cui si eleva il capitale e il potere privato e di sfruttamento del capitalista si innalza e domina” sia sulle condizioni sociali della produzione che sulle condizioni della società e della NATURA rispetto alla quale, come aveva detto e previsto Marx, la CONTRADDIZIONE tra il capitale e il potere privato di sfruttamento rispetto la società e la NATURA, “si va facendo sempre più stridente” – tanto dal doversi generalmente rilevare da parte di tutti le condizioni sempre più catastrofiche in cui versa il Pianeta e dal richiedere nuovi e diversi rapporti di produzione e con la NATURA – sino al punto che “deve portare alla dissoluzione di questo rapporto e alla trasformazione delle condizioni di produzione in condizioni di produzioni sociali, comuni, generali” in cui rientrano nuovi e diversi rapporti con la NATURA.
    Pur se cresce la concretezza del problema ecologico, quel che conta è valutare le cause e i rimedi rispetto cui si diffondono tesi massicciamente divulgate quanto fuorvianti, spesso per insufficienza analitica, altre per deliberata scelta.

    2. Quello che accomuna molti e che, in particolare, dovrebbe essere importante rilevare dall’interno di un sindacato come la CGIL, è l’assenza di un segno di classe nelle analisi ambientali, segno di classe che manca anche in questa pubblicazione a cura di Daniela Padoan anche se è troppo aspettarselo da una associazione interna alla massonica “società umanitaria” nido dei craxiani milanesi e della Camusso che, con interlassismo craxiano, dopo la sua espulsione dalla Fiom, la usò come base per la sua ascesa. Non ci si può attendere da simili gruppi e posizioni, che vivono la “separatezza” della cosiddette monoculture tra cui spicca quella ambientalista, da una visione realmente organica della complessità sociale, da una connotazione antagonista sociale e di classe la cui mancanza caratterizza molteplici correnti di pensiero “ambientalista”, tra cui i più svianti e accomodanti sono quelli a cui vengono e sono stati accordati i maggiori fragori mediatici e tribune eccellenti, non a caso, proprio perché non individuano le vere cause e i rimedi che presuppongono sono innocui, volti non a risolvere i problemi ma a deviare le responsabilità senza per ciò intaccare la radice del male.
    Cosi come con la c.d. decrescita – che ironicamente come teoria coincide da anni con la crisi economica e la ricomparsa della stagnazione (che in verità è inerente al capitalismo in tutti gli stadi del suo sviluppo, ma ancor più e di gran lunga nello stadio del capitalismo monopolistico a causa dell’enorme potere delle imprese giganti nel controllo dei prezzi e dei salari a loro favore …), che in queste dimensioni non si vedevano dagli anni 1930 – si svicola dalla questione del capitalismo, che al di la di come lo si considera non può certo essere ignorato nemmeno dai suoi fautori. Sicché, con Daniela Padoan, si potrebbe ben dire: ”Niente di questo mondo ci risulta indifferente”, già, “ad eccezione del capitalismo”.
    Insomma, bisogna avere fede in ciò che recita il sottotitolo: “Un’Alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale”: sant’iddio . E’ proprio vero che “dove mancano i concetti, la parola soccorre a tempo giusto … sulle parole prive di concetto si fonda nel modo migliore la fede”. Il raggiro mefistofelico dei concetti tramite la parola, segnalato da Goethe, domina un presente di fideistiche parole a vanvera che soccorrono la mancanza di concetti, specialmente in campo economico-sociale e intellettuale …
    “… è possibile contrastare un modello produttivo ‘ecocida’ e predatorio, che esaltando la ragione tecnica che fa prevalere l’interesse economico sul bene comune e le comunità dei viventi” , a cui però si da risposta riproponendo una fede, una fiducia nella tecnica e nella tecnologia “verde” già dimostratasi falsa. Cosi si conferma che proprio nel campo della natura e dell’ambiente “la scienza non si presente come nuda nozione obbiettiva mai …. La scienza è anch’essa una ideologia …”, tanto per ricordare solo un rigo di quanto più ampiamente sulla scienza ha considerato A.Gramsci, di cui alcuni scoprono solo ora essere l’italiano più letto e più tradotto nel mondo ….
    “… modello produttivo ‘ecocida’ e predatorio …” Dio Santo: pur di non usare parole col concetto ( che come tale è sempre storico), cioè il termine storico che è “capitalismo”, si ricorre a termini come “predatori”, pensando più a impressionare (sic) che a sostanziare l’analisi. Ma chi, come e perché è “predatorio”?
    Povero MARX che pensava che l’uomo avesse cominciato a distinguersi dall’animale. Pensava questo anche in quanto l’animale produce solo ciò di cui ha immediatamente bisogno, mentre l’uomo produce universalmente. L’animale produce soltanto se stesso mentre l’uomo riproduce l’intera natura …
    “L’UOMO SI DISTINSE DALL’ANIMALE (cioè distinse sé stesso, capì quindi chi era) QUANDO IN UN OGGETTO NATURALE VIDE PRIMA UNO STRUMENTO DI LAVORO PIUTTOSTO CHE UN OGGETTO DI CONSUMO ( L’Ideologia tedesca). La comparsa dell’uomo è dovuta al nesso intenzionale tra l’uomo che esercita il suo cervello e pensa e il lavoro creativo, che progetta la sua esistenza mediante la trasformazione dell’ambiente naturale, anziché dipendere da ciò che la natura produce da sé stessa, e riuscire al massimo a sopravvivere, salvo incidenti naturali anch’essi!
    Ma a chi dovremmo raccontare questo? A chi non riesce a capire che l’uomo cerca di liberarsi ( e liberare la) dalla dipendenza dalla natura, ma non per cadere in quella dei padroni dei mezzi di produzione e dell’economia, come intendono coloro chi si cimentano nel separare la natura dalla “natura” dei rapporti di produzione capitalistici, pensando quindi di poter difendere, insieme, entrambe le “nature” per la semplice ragione che essi non sanno filtrare le loro informazioni neuronali? E’ la conseguenza di una crisi di pensiero circa il senso dell’esistenza umana e della storia umana, o invece soltanto della mancanza di un filtro critico del padrone di turno dell’editoria che pubblica simili tasti e dei mass media che ti incidono il cervello e il suo esercizio, rendendoti fisiologicamente schiavo? Viva la scienza! Viva l’editoria, la stampa e la … “società umanitaria”.

    3) Di fronte alla vuota prosopopea sopra citata e all’insieme di presuntuose parole senza concetto di cui è ricco tale volume, diversamente dalla bonomia di Martignoni, mi viene da ricordare che in un MONDO rigurgitante di tutte le belle cose volgari che il denaro procura (e all’Umanitaria se ne intendono …), succede nella cultura e nella politica come nei naufragi: i valori solidi vanno a fondo, le cose leggere salgono a galla, ovvero “niente è più ridicolo dell’impegno di uno stronzo”, per citare un epigramma di Pasolini rivolto a chi si impegna o crede di essere impegnato nella difesa dell’ambiente e crede di poterlo fare senza sapere ne di concetti storici ne della natura materiale sia degli interessi che del pensiero, ne del nesso che lega pensiero ed esistenza materiale e la dialettica di vita e coscienza … e dimenticando che fare politica e occuparsi di “clima,Terra e giustizia sociale” significa avere teoria, “significa fare storia e fare teoria”, pretendendo di avere senza essere. Non sorprende che ciò si dica sulla scorta dell’elaborazione teorica di Luigi Ferrajoli, un falso costituzionalista che si fa passare come tale mentre è un semplice penalista … degno alfiere della boria del “Barone universitario” dedito all’insopportabile noia di fare denaro o conquistare titolo a accademici, degno anche dei pseudo-ambientalisti che gonfi solo di flatulenza si aggirano per luoghi pubblici, distribuendo a tutti la propria falsa sapienza ambientale con infida prosopopea “ecologica” …:
    “… é fondamentale la costituzione di una sfera pubblica sovrastatale (sic) per tutelare l’abitabilità del pianeta, al contempo la riconversione ecologica delle produzioni industriali e agricole ed anche di quelle militari …” – si asserisce nel volume della Padoan – riconversione ecologica che sarebbe, addirittura, “la sola strada praticabile per ridare dignità al lavoro, superando nuove e vecchie alienazioni”, oibò ! Insomma basta una riconversione ecologica e “tac” vecchie e nuove alienazione spariscono … lasciando intatti i rapporti di produzione e di sfruttamento … anzi, è come dicesse che il capitalismo (e la sua ferrea logica del profitto e del “produrre sfruttando lavoro e natura o morire” ) non c’entra per nulla: anzi, nemmeno lo si nomina, quindi nemmeno si pensa che esista: l’ambiente sarebbe un problema che riguarda l’attività umana di tutti, quindi sia chi non sfrutta la natura ed è sfruttato sia chi sfrutta la natura e gli uomini per arricchirsi: tutti siamo responsabili della mancata riconversione delle produzioni che sarebbe quella capace di ri-dare (quindi prima già c’era) dignità al lavoro, non la sua liberazione dai rapporti di sfruttamento dell’uomo sull’uomo …
    Questo tipo di posizione è comune e diffusa ed è anche dell’enciclica “Laudato Si” e viene richiamata anche nel Manifesto di Assisi. Enciclica che in pratica si assume come base per un confronto che esuli dalle responsabilità del capitalismo ma richiami quella di ogni essere umano e la sua attività , identificando una responsabilità che accomuna tutti. Esentati dalla responsabilità sono le classi sociali che dominano, indirizzano e controllo il modello di sviluppo che finalizzato all’accumulazione capitalista, non esita nell’uso in ogni modo della scienza e di ogni ritrovato tecnologico volto allo sfruttamento della natura oltre che dei lavoratori per massimizzare i profitti. Nel mondo quindi non ci sarebbero differenza sociali e questo in contrasto con altre encicliche che come la Spe Salvi hanno denunciato la drammatica polarizzazione tra molti sempre più poveri e pochi sempre più ricchi che produce la dialettica e la lotta sociale e di classe , pervenendo nel solco di tale enciclica a predicazioni in cui è stato denunciato che il primo e più grande pericolo per il mondo e l’umanità sono i capitalismo finanziari.
    Dialettica di classe e capitalismi finanziari come maggior pericolo per il mondo e l’umanità: rispetto ala Spe Salvi ed alle predicazione nel suo solco, il Manifesto d’Assisi (dei soliti ambientalisti affini e ad uso del sistema), come la Laudato Si e anche le posizioni e manifesti dei gruppi laici, oltre che della solita Greta, rappresentano un grande e drammatico passo a indietro. Laici o non laici, per la salvezza della Terra e per una ecologia integrale che sia connessa con la giustizia sociale, ritengono che non ci sia spazio e per una dialettica fra classi, fra chi sfrutta anche la natura e chi è sfruttato e subisce pure le conseguenze del degrado della natura, della Terra, dell’ambiente ….
    Quindi, invece di qualche recensione descrittiva, vanno criticate con DIALETTICA RADICALE (che significa andare alla radice) posizioni fuorvianti che centrate sulla separatezza di cosiddette monoculture da una visione realmente organica della complessità sociale per cui non sanno cogliere che sia invece proprio lo sviluppo delle forze produttive nel modo capitalistico di produzione a colpire e a degradare l’ambiente coinvolgendo anche o soprattutto (come anche nel caso delle epidemie) coloro che sono i meno responsabili di tale degrado. Quindi le possibilità di invertire le tendenze dominanti stilla base di culture industrialiste (di matrice liberista o all’opposto, di deviazione socialdemocratica o stalinista dal marxismo), sono legate alla capacità di connessione coerente di una lettura mar¬xista del rapporto tra società, sistema produttivo e natura.
    Proprio perché l’esigenza di evidenziare i limiti dell’industrialismo in nome dell’ambiente, richiede una nuova economia politica e un nuovo ruolo della società e dello stato in quanto non si può pervenire ai traguardi nuovi se si va rafforzando il primato del po¬tere esecutivo, persino, in Italia, amputando di un terzo la rappresentanza parlamentare della sovranità popolare, sicché sempre più i governi e la costellazione dei suoi apparati somigliano al consiglio di amministrazione e al-l’esecutivo della “ grande impresa ” distruttrice dell’ambiente. Quan¬do invece il punto centrale della crisi “ universale ” delle isti¬tuzioni è individuabile nella sostanziale conformazione delle organizzazioni di tipo statuale, di qualunque regime sociale, alla tipologia della Società per Azioni, cioè — come è ben noto — al tipo di apparato escogitato per organizzare il potere di pochi nei gruppi già ristretti del potere economico-finanziario.
    Al contrario, la valorizzazione sociale dell’economia in nome della risorsa ambiente, si può determinare se si rompe il mec¬canismo istituzionale perverso che impedisce ovunque alla de¬mocrazia di essere coerente con il suo compito, dato che è sto¬ricamente dimostrato che in nessuna parte del mondo e in nessuna epoca storica — se si prescinde dalla esperienza della Comune di Parigi, non a caso durata l’“espace d’un matin” — il go¬verno della società è stato affidato ai rappresentanti immediati della società, poiché i governanti degli esecutivi sono rappre¬sentanti di secondo grado e sostanzialmente incontrollati, garan¬tendosi il tal modo di estraniare completamente i diretti inte¬ressati dal governo reale della società.
    Una DIALETTICA RADICALITA’ di sinistra ha oggi bisogno realmente di un forte contributo ecologista, proprio in direzione di un obiettivo rivoluzionario che coinvolga le istituzioni trasferendo il potere alle masse, capace di coniugare ecologismo e nuove forme di Stato e di governo parlamentare e di democrazia sociale.
    Dovrebbe per ciò essere evidente che per formulare ipotesi ecologiste, serve di prendere le mosse da una concezione sociale che colleghi strettamente l’ambientalismo ad una teoria dello stato e dell’economia — quindi più in gene¬rale e sinteticamente, del potere —, non cadendo nell’abbaglio (favorito certo dalle insufficienze “ politiche ” dei partiti operai al governo e all’opposizione) di confondere i limiti delle esperienze materiali con i limiti delle culture e delle teorie fondate sull’analisi di classe, e quindi, sui rapporti di produzione.
    Prendendo, infatti, le mosse da una più attenta — cioè con¬seguente – valutazione del ruolo del capitalismo e degli effetti di svalorizzazione sociale derivanti dal tipo di meccanismo di sviluppo che esso promuove, si potrebbe anzitutto riscoprire il significato più corretto di democrazia diretta come democrazia “ di base ” che coinvolge “ tutti ”, ovvero la “ generalità ” dei soggetti, in funzione della loro partecipazione alla divisione sociale del lavoro, e non solo in funzione di una astratta “ cittadinanza sociale ” che tutti accomuna “ spersonalizzandoli ”. Vanno quindi rilanciati strumenti istituzionali di “ democrazia sociale ”, che hanno l’idoneità a perseguire obiettivi che la democrazia “ politica ” può agevolare ma non esaurire come tale, ed elementi di una economia politica che se improntata sulla valorizzazione della natura -quanto meno su questo si può essere tutti d’accordo – non può certo essere finalizzato al profitto, quale è il modo di produzione capitalistico: che è si un mezzo storico per lo sviluppo delle forze produttive materiali e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, ma è allo stesso tempo la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociale che pervengono a mettere in discussione persino la relazione tra uomo e natura, che è una relazione originaria che deriva dalla naturalità stessa dell’uomo.
    Quello che manca o, meglio, che è venuta meno negli ultimi decenni, è la consapevolezza che “la produzione capitalistica racchiude una tendenza verso lo SVILUPPO ASSOLUTO delle forze produttive, indipendentemente dal valore e dal plusvalore in esse contenuto”, indipendentemente anche dalle condizioni sociali e ambientali nelle quali essa funziona; ”ma nello stesso tempo tale produzione ha come suo primo e unico scopo la conservazione del valore-capitale esistente e la sua massima valorizzazione”.
    Questo ancor più nella fase del capitalismo finanziario che porta ad usare anche l’attività bancaria come strumento per spingere lo sfruttamento della natura “che è il corpo organico dell’uomo” e la produzione capitalistico al di la dei suoi limiti naturali per un aumento del tasso di profitto e della massa di dei profitti. E’ questa ARITMETICA DEL PROFITTO che è il movente unico delle attività economiche capitalistiche, che i capitalisti sono capaci di finanziare lo sfruttamento della natura, anche con l’ indebitamento che per quanto sia cresciuto non è mai riuscito a saziare l’appetito capitalistico di sfruttare per accumulare.
    Per questo, la maggior parte dei tanti e più strombazzati buoni propositi sull’ambiente contenuti anche in questo libro, privi di consapevolezza della dialettica della natura e delle classi – non solo le ingenue anime belle, ma anche di chi dall’interno del movimento operaio e o sindacale si autocensura temendo come la peste (sic) che dire la verità e non essere accomodanti o prudentemente “miti” nelle analisi, si venga etichettati da vetero-estremisti o “esagerati” (come se lo stesso Gesù Cristo non fosse “esagerato” ed “estremista”) – andranno a scontrarsi e a fallire di fronte al primario scopo di conservazione e massima valorizzazione del valore-capitale, guidato dalla regole della massimizzazione dello sfruttamento dell’uomo e della natura insito nel sistema dell’accumulazione capitalistico.
    Viceversa per Marx “La lavorazione della natura è (quindi: deve essere, ndr.) la conservazione dell’uomo”, si che possiamo dire che la sottrazione della natura alla autodistruttiva brama di profitto del sistema di produzione del capitale, é la fonte e la base stessa della “conservazione dell’uomo come essenza originaria e cosciente della specie” , “cioè di una essenza”, che deve comportarsi verso la natura “come la propria essenza e verso di sé come essenza della specie” (Marx, manoscritti economici filosofici).
    In tale interscambio tra l’uomo e la natura consiste la forma della produzione che può essere finalizzata a fini di profitto, come impone la forma di produzione capitalistica, oppure a fini d’uso che come tale richiede di separare l’uso e i rapporti con la natura dai rapporti di produzione capitalistici. Ciò è possibile in quanto l’uomo essenza originaria cosciente delle specie , diversamente dall’animale che produce solo perché costretto dai bisogni fisici immediati, l’uomo produce libero dai bisogni fisici, anzi produce veramente solo quando è libero da questi. Ciò che colpisce in questo progetto (illustrato nei manoscritti …) è l’intrecciarsi del principio filosofico della produzione e del lavoro con le sue forme di manifestazione storica. Che l’uomo “produca veramente solo nella libertà” dai bisogni fisici è solo l’anticipo di una situazione non ancora raggiunta ma verso cui muovere affinché il lavoro e la produzione non siano più costrizione e necessità tale al punto non aver riguardo alcuno per la natura e l’ambiente, potendo averne riguardo senza rinunciare al dispiegamento creatore delle potenzialità umane.
    Conformare la produzione ad una altro scopo, ad uno scopo diverso dalla massimizzazione del valore-capitale, sarebbe una forma più sviluppata che ha una lunga storia ma che è possibile oltre che auspicabile, in quanto lavoro e produzione sono un processo tra uomo e natura, in cui lavoro e natura sono i fattori produttivi, nel quale è l’uomo che col lavoro e con i suoi atti che media regola e controlla il suo ricambio con la natura”, i fini e gli scopi di questo ricambio. Egli stesso è una forza naturale che regola questo processo “mettendo in movimento le forze naturali della propria corporeità, braccia e gambe, testa e mani per appropriarsi del ricambio con la natura in una forma utilizzabile alla propria vita il cui risultato è stato prima costruito nella testa, nell’immaginazione del costruttore” che può essere o sussunta per fini di profitto oppure per fini d’uso: essendo che IL PROCESSO PRODUTTIVO “ SI ESTINGUE NEL PRODOTTO E IL PRODOTTO E’ UN VALORE D’USO, MATERIA NATURALE ADATTA ALLE ESIGENZE UMANE” già di per sé.
    Si che finalizzare la produzione a fini d’uso anziché a fini di profitto è quello su cui, anziché porsi da laici laici sul percorso della “Laudato si’”, sarebbe bene riflettere e far riflettere e contribuire e dedicarsi alla realizzazioni di fini di valori d’uso, in primo luogo da parte di sindacati e specie della CGIL, anche chiamando alla lotta con l’obiettivo di fornire gli elementi necessari per una ecologica politica di programmazione democratica e sociale dell’economia Per costruire una posizione ambientalista e nel contempo, anticapitalista perché non c’è ambientalismo efficace senza la critica a questo modo di produzione e perché gli obiettivi di salvaguardia dell’ambiente a quelli del riscatto delle classi sociali sfruttate sono tra loro intrecciate e inseparabili.

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