Niente orchidee per il giornalismo?

Un dossier di Daniele Barbieri e Valentina Bazzarin (hanno collaborato Barbara Romagnoli e Marco Dal Corso) per la rivista «Cem mondialità». (*)    

Si parte con una sintesi (estrema quanto sconsolata) sul giornalismo: «I giornalisti sono una delle categorie professionali più in difficoltà»; «un’industrializzazione sfrenata dei media che offre sempre più un prodotto uniforme a basso livello culturale e alto tasso di spettacolarizzazione»; «i giornalisti e le testate indipendenti resistono a denti stretti ma sicuramente non prosperano»; «la libertà di stampa è in grave pericolo con tutti i sinistri presagi che la conoscenza della storia ci impone»; «ben oltre che trasmettere notizie e approfondirle i giornalisti mettono in comunicazione, con la loro presenza viva, gli ingredienti che costituiscono la coscienza collettiva»; «la de-significazione progressiva della figura del giornalista non è quindi solo un attentato alla libertà d’espressione e alla verità; comporterà, se continuerà, anche la fine di un importante riferimento esterno per la nostra libertà interiore». Il virgolettato è di Sarantis Thanopulos (uno psicoanalista; interessante no?): il 21 dicembre 2013 era nella sua rubrica «Le verità nascoste» su «il manifesto», quotidiano alternativo ma anche agonizzante.

Difficile negare che Thanopulos abbia ragione. Così questo dossier è stato costruito come un alfabeto in cerca di quanto nei vecchi e soprattutto nei nuovi e/o nuovissimi media conferma, bilancia o smentisce questo fosco quadro d’insieme.

Aaron Swartz (vedi anche Open Access)

«E se ci fosse una biblioteca con ogni libro? Non ogni libro in vendita, o ogni libro importante, neanche ogni libro in una certa lingua, ma semplicemente ogni libro; la base della cultura umana. Per primo, questa biblioteca deve essere su Internet» questa visione di Aaron Swartz apre il ricordo di Tiziano Bonini su Doppiozero

(http://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/aaron-swartz-open).

Il giovanissimo “intellettuale della rete” è stato trovato morto nel suo appartamento l’11 gennaio 2013, incapace di affrontare il peso delle accuse e le conseguenze penali del suo impegno come attivista per rendere la conoscenza accessibile a tutti attraverso internet.

 

Agenda digitale

Quella presentata dalla Commissione europea è una delle 7 iniziative-faro della strategia «Europa 2020» che fissa obiettivi per la crescita nell’Ue. Propone di sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tic) per favorire l’innovazione, la crescita economica e il progresso. (Fonte:

http://europa.eu/legislation_summaries/information_society/strategies/si0016_it.htm)

 

Autodifesa

Secondo Giulio Sensi è ancora possibile un «consumo responsabile di televisioni, giornali, radio e web in Italia». Ne ha scritto in un libretto – «Informazione, istruzioni per l’uso», edito da Altraeconomia. Consigliabile ai seguaci del gramsciano «ottimismo della volontà, pessimismo della ragione».

 

Bolle

Le bolle fino a qualche anno fa scoppiavano (quella immobiliare, quella dei titoli tossici, etc.) mentre oggi – «Insieme ma soli», per citare il titolo del libro della Sherry Turkle – ci lasciamo pigramente chiudere dentro le impercettibili, sferiche e tenaci pareti della «bolla dei filtri», almeno secondo Eli Pariser. L’autore de «Il filtro» ha collaborato alla creazione di piattaforme per l’attivismo online, moveon.org o avaaz.org per citarne due, e ha fatto parte della squadra che ha portato all’elezione di Obama. Secondo Pariser siamo naufragati in un’isola di sole notizie gradevoli, attinenti ai nostri interessi e con voci che non fanno altro che consolidare le nostre convinzioni. La bolla sembra essere impenetrabile a punti di vista diversi e capace di prevenire incontri inaspettati, limita la scoperta di fonti alternative e restringe il libero scambio delle idee, distorcendo il nostro modo di raccontare, ascoltare, osservare, apprendere, conoscere e informarci. In questa bolla siamo soli, le pareti sono invisibili e soprattutto non siamo noi a decidere di entrarci.

 

Borsa (vedi anche Dati Personali)

Dal 2011 i due social network più diffusi al mondo, Twitter e Facebook sono quotati in Borsa. Cambia qualcosa? Sì, cambia molto nonostante l’attivazione di un profilo e l’uso per gli utenti restino gratuiti. Ufficialmente i profitti dei due colossi provengono dalle entrate pubblicitarie, ma analisti e commentatori sospettano che la vera risorsa di queste piattaforme siano i dati raccolti negli anni in cui questi social network sono entrati a far parte della nostra quotidianità e della “dieta” informativa. Nel caso di Facebook i dati sono soprattutto quelli personali contenuti nei profili o inferibili dagli status (che permettono una facile e dettagliata profilazione degli utenti), mentre nel caso di Twitter sono i contenuti prodotti dagli utenti, opinioni, immagini, commenti e informazioni organizzative come quelle che hanno supportato i movimenti occupy o delle primavere arabe.

 

Bufale

Se credete sia ancora utile e possibile distinguere le singole balle dal «pensiero unico» un riferimento essenziale resta www.attivissimo.net di Paolo Attivissimo, il migliore fra gli «acchiappa bufale» in Italia.

 

Cancelletti e chioccioline

Per chi mai ha osato chiederlo, però ancora nutre dubbi… la chiocciolina @ identifica un utente della rete e il cancelletto # (hashtag) un contenuto.

 

Carta di Roma

Linee guida per/sull’informazione in materia di migrazioni, rifugiati, richiedenti asilo, vittime di tratta: è un documento del 2008 redatto congiuntamente da Fnsi e Ordine dei giornalisti; si fonda sul criterio enunciato nell’articolo 2 della legge che istituiva l’Odg: il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati. Qui il testo: http://www.cartadiroma.org/

 

Censura

Impossibile che i media accettino questa base del discorso: «E io domando agli economisti politici, ai moralisti, se hanno già calcolato il numero di individui che è giocoforza condannare alla miseria, al lavoro spropositato, alla demoralizzazione, all’infanzia, all’ignoranza nella crapula, alla sventura invincibile, alla penuria assoluta, per produrre un ricco» (Almeida Garrett, citazione che apre «Una terra chiamata Alentejo» di Josè Saramago). Se lo facessero dovrebbero ammettere che la notizia più interessante dell’ultimo trentennio è questa: a livello planetario i ricchi si arricchiscono sempre più e i poveri diventano sempre più poveri.

 

Community

Il primo social network che ha puntato alla creazione di community piuttosto che a collegare tanti nodi in rete è stato Google+, nel tentativo di colmare il ritardo con cui il motore di ricerca si propose come social media. La community ha caratteristiche definite e approfondite da biologia, psicologia sociale e antropologia. Secondo wikipedia «una comunità è un insieme di individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formando un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici e da interessi comuni». Mentre secondo Google la finalità di una community consiste nell’avviare «conversazioni su specifici hobby, interessi, organizzazioni o gruppi particolari» e le persone non si incontrano casualmente scoprendosi poi simili o interessanti, ma possono essere filtrate a seconda dei contenuti che potenzialmente le legano o vincolano (vedi «bolla»). Infatti: «quando crei una community, pensa a come sarà utilizzata e a quali tipi di contenuti saranno condivisi: questo ti aiuterà a decidere se creare una community pubblica o privata e se le persone devono richiedere l’adesione». (dalla guida a Google consultabile al link

https://support.google.com/plus/answer/2872671?hl=it)

 

Data Journalist (vedi Hacks/Hackers)

Nel blog di Ahref Guido Romeo si chiede: «I dati salveranno il giornalismo? Sicuramente no, ma se vogliamo cercare di innovare il modo di fare informazione e renderne più partecipi i cittadini, sarebbe solo stupido trascurare l’approccio del data journalism (giornalismo dei dati, come mal si traduce in italiano) che da anni sta producendo ottime cose soprattutto in Usa e Gran Bretagna». (Fonte http://datablog.ahref.eu/due-ebook-sul-giornalismo-dei-dati dove vengono presentati due libri importanti – «Data Journalism – trasparenza e informazione al servizio della società nell’era digitale», curato da Andrea Fama, e il «Manuale di giornalismo dei dati» dalle Open Knowledge Foundation (in inglese) – per chi fosse interessato ad approfondire.

 

Di genere

Parlando di letteratura di genere pensiamo a narrativa gialla e noir; ma che vuol dire informazione di genere? Si usa per indicare l’attenzione alle tematiche relative alle donne, in una ottica “di genere”, ossia tenendo conto delle categorie sociali e culturali costruite sulle differenze biologiche dei sessi. Ma spesso l’informazione di genere scivola sul generico “femminile” e allora abbiamo dinanzi dei contenitori televisivi, radiofonici o cartacei in cui c’è di tutto, dalle ricette alle inchieste sul lavoro delle donne, dalle teorie sulle pari opportunità al nuovo trend della moda estiva. In un caso e nell’altro, un dato è certo: anche nel mondo dei media e dell’informazione alle donne è lasciato lo strapuntino perché tutti i posti più importanti sono occupati.

Secondo il primo rapporto europeo sul numero delle donne ai vertici delle principali organizzazioni dei media nei 27 paesi dell’Unione Europea (più Croazia) pubblicato nel 2013 dall’Eige, European Institute for Gender Equality, la cultura organizzativa rimane prevalentemente maschile: le donne restano sotto-rappresentate a tutti i livelli decisionali. I dati riservano alcune sorprese: Paesi come Bulgaria e Lettonia registrano un numero di donne superiore agli uomini ai livelli decisionali; Estonia, Lituania, Romania, Slovenia, Finlandia e Svezia hanno percentuali femminili tra 40 e il 50%. Come da tradizione maschilista e patriarcale non si smentiscono Irlanda, Grecia e Italia dove le percentuali sono molto al di sotto della media europea (30%). Nel nostro Paese, le donne ai vertici delle 4 organizzazioni monitorate per il Rapporto (Rai, Mediaset, Corriere della Sera, Repubblica) sono l’11%.

 

Europa («lo chiede l’»)

Politicamente sostituisce il «per grazia divina». In ogni caso il buon giornalismo dovrebbe verificare volta per volta: davvero lo ha chiesto? Almeno le 5 w.

 

Fatti/1

«Troppi giornali italiani sul fatto non ci sono mai. Il quotidiano che proprio al “Fatto” si intitola è uno straordinario campione di questa specialità: confezionato al 90 per cento in redazione, con interviste, opinioni, pastoni e agenzie». (Raffaele Simone)

Fatti/2

«Il distanziamento dai fatti si coniuga malignamente col dilagare della realtà virtuale favorito dalla mediasfera. Si sa che ormai molti fatti non accadono per proprio conto, ma vengono “prodotti” appositamente perché se ne parli. Sono quindi fatti indotti o anche falsi fatti. Gli uffici stampa servono per questo: creare fattoidi di cui i media parlino. […] Le grandi agenzie internazionali inventano fatti per riempire pagine che altrimenti richiederebbero costose analisi di eventi reali». (Raffaele Simone)

 

Glob

E’ l’abbreviazione di globalizzazione ma anche il rumore (vedi fumetti) di chi inghiotte un rospo. (vedi «Europa»).

 

Guerre permanenti

Quanto pesa sull’analisi delle guerre il fatto (poco noto) che nella proprietà dei principali media ci sono industrie belliche?

 

Hacks/Hackers

Hacker e giornalisti hanno iniziato a confrontarsi, a condividere conoscenze e collaborare in tutto il mondo. Uno degli eventi più noti è denominato Hacks/Hackers (H/H). I giornalisti si chiamano “hack”, in grado di sfornare contenuti in qualsiasi situazione. Gli hacker utilizzano gli strumenti digitali e li riadattano per estrarre dati dalla rete e per visualizzarli (rendendoli in questo modo accessibili anche ai profani di informatica e ai principianti in statistica) ed elaborare notizie o approfondimenti a partire da questi. Gli hacker-giornalisti sono forse la generazione-ponte o i mediatori fra questi due mondi, ma ne esistono pochi in grado di padroneggiare le regole di entrambi gli ecosistemi: stanno nascendo ora o forse si formano proprio partecipando a incontri di H/H in tutto il mondo. Una volta al mese in una sala di New York, come in una libreria di Madrid, un centro sociale a Helsinki o in una cooperativa a Bologna, gruppi eterogenei di appassionati e curiosi si ritrovano: gli hacker esplorano le tecnologie per filtrare e visualizzare informazioni mentre i giornalisti utilizzano la tecnologia per trovare e raccontare storie. Stanno forse costruendo il futuro dei media? Se volete partecipare o trovare il ritrovo vicino a voi ecco il sito ufficiale: http://hackshackers.com .

 

Il corpo delle donne

Nel maggio 2009 Lorella Zanardo ha messo in rete un documentario (www.ilcorpodelledonne.com), realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, che intendeva innalzare il livello di consapevolezza sull’immagine – distorta e stereotipata – delle donne nella tv italiana. Poi è diventato un libro e un progetto permanente di formazione con studentesse e studenti perché «Spegnere la tv oggi non serve» spiega Zanardo: «il vero atto innovativo è guardarla. Insieme a chi normalmente la guarda».

 

Internazionale (nel senso del settimanale)

A conferma di quanto scritto qui sotto in «Italia»: altrove è meglio (o meno peggio).

 

Ipoteche (vedi anche Occupy)

La crisi economica globale ha reso evidente quanto il capitalismo e la globalizzazione nascondessero un’insostenibile ipoteca sul futuro del pianeta e dei suoi abitanti. Secondo l’Enciclopedia Treccani consiste in un «diritto reale a favore di un creditore su beni o su diritti relativi a beni immobili o mobili registrati del debitore, o di un terzo che lo garantisce, al fine di assicurare con la vendita forzata dei medesimi l’adempimento di una obbligazione». L’ironia di un’ipoteca come diritto reale, mentre quelli “umani” restano eventualmente “esigibili”, ma non praticati segna forse la cifra di questo decennio.

 

Italia

«L’informazione italiana non mi pare di qualità eccelsa e la consulto spesso obtorto collo: scritta sciattamente, poco accurata nella confezione, molto urlata (nei media fonici, anche in senso letterale: un tema di cui bisognerebbe discutere con più dettagli) con poche firme dilaganti e ripetitive, priva di copertura internazionale seria, troppo ricca di interviste e di pezzi fatti su richiesta… Insomma, è l’informazione propria di un Paese di seconda categoria quale siamo. Il telegiornalismo ne è l’emblema peggiore». (Raffaele Simone)

 

Leggi, garanti, Ombusdam:

Non esiste in Italia alcun «controllore indipendente». Le sanzioni per le trasgressioni ai Codici (vedi «Carta di Roma») sono deliberate dall’Ordine dei giornalisti.

 

Le parole lasciano impronte

Nel 2005 alcune giornaliste e giornalisti dei media indipendenti lanciano la campagna di sensibilizzazione «Le parole lasciano impronte» per sottolineare come il linguaggio apparentemente neutro costruisce immaginari, evocano scenari, rinsalda ideologie: si definisce accoglienza quella che diviene reclusione; rimpatrio assistito quel che a volte è deportazione; si accentua la provenienza nazionale quando si tratta di cronaca nera; si usa dire clandestini per migranti o profughi in acque internazionali; e così via.

 

Lgbt

L’acronimo Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) è utilizzato nel lessico delle istituzioni internazionali che agiscono per il contrasto di omofobia, lesbofobia e transfobia. Pian piano viene usato nell’informazione mainstream e dopo i seminari di «L’orgoglio e i pregiudizi» (a ottobre 2013) sono uscite le «Linee guida per una informazione rispettosa delle persone Lgbt». Indicazioni utili per evitare di ritrovarci articoli in cui leggiamo outing al posto di coming out; oppure troviamo «donne gay» al posto di lesbiche; o si sovrappone la prostituzione alla transessualità, come se ogni trans si prostituisse. Se è vero che “le parole lasciano impronte” (così una campagna giornalistica contro il razzismo) è ancor più vero che l’uso distorto delle parole crea pregiudizi, stereotipi e false opinioni: giornalisti/e hanno la responsabilità di conoscere bene la lingua, e usare il linguaggio possibilmente in maniera sessuata. Le linee guida sono un buon passo avanti per informare chi informa, si possono scaricare su http://www.pariopportunita.gov.it/images/lineeguida_informazionelgbt.pdf

 

Maria Luisa Busi

Il 21 maggio 2010 lei, conduttrice del Tg1 si dimise. E spiegò: «Dov’è il Paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica perché negli asili non c’è posto per i figli? […] E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? […] Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese?». E per nascondere queste notizie ecco «quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, la caccia al coccodrillo nel lago, le mutande anti-scippo». Lei parlava, con cognizione di causa, del Tg1; ma purtroppo la maggior parte dell’informazione in Italia è come il Tg1.

 

Media civici

Dalle 11 tesi di Luca de Biase (vedi bibliografia) sui media civici scegliamo le prime tre: 1) Sapere come stanno le cose è un diritto dei cittadini; 2) Internet è una grande occasione di autodeterminazione dei popoli che vogliono informarsi liberamente e correttamente; 3) l’informazione di qualità è una precondizione della convivenza democratica, per lo sviluppo economico, sociale e culturale della società.

 

Mooc

La sigla sta per Massive Open Online Courses. Vengono descritti da wikipedia come: «corsi online aperti pensati per una formazione a distanza che coinvolga un numero elevato di utenti. I partecipanti ai corsi provengono da varie aree geografiche e accedono ai contenuti unicamente via web. L’accesso ai corsi non richiede il pagamento di una tassa di iscrizione per accedere ai materiali del corso». Coursera, una delle principali piattaforme, conta oltre 5 milioni di utenti in tutto il mondo e un’offerta di più di 550 corsi. Il fenomeno merita sicuramente attenzione anche perché molti utenti in questo modo frequentano i corsi delle più prestigiose università statunitensi ottenendo – dietro pagamento di una modesta quota – l’accreditamento del titolo. Molti corsi restano inaccessibili per lingua (ora vengono realizzati e proposti in cinese o in spagnolo per esempio e non solo in inglese) ma hanno sempre il vantaggio di essere di poter essere seguiti senza problemi di costi, orari o distanze.

 

New-new-new media

Azzardiamo una previsione su quali saranno i media più utilizzati e notiziati nel 2014: quelli “sociali”, basati sulla condivisione di contenuti da parte degli utenti, ma soprattutto quelli in cui le relazioni o i contenuti vengono costantemente rinnovati, dimenticati, cambiati come chatroulette (http://chatroulette.com/), che permette di conversare o di sbirciare l’intimità di persone scelte a caso da un algoritmo fra quelle online contemporaneamente, o Snapchat che consente la cancellazione rapida delle immagini o delle conversazioni scambiate fra due numeri di telefono o rese pubbliche in alcune liste. Traduzione: una delle principali attività dei new new media sarà lo spionaggio (o il gossip) su persone scelte a caso.

 

Nicchia

La buona informazione può sopravvivere, come qualche panda negli zoo. Ma va bene così o è giusto (possibile?) chiedere (esigere?) buone regole per tutti i media?

Occupy

Diritto alla casa, alla sanità, all’educazione, a lavori dignitosi ed equamente retribuiti con la difesa dell’ambiente sono i temi trasversali delle proteste globali iniziate nel 2010 – e che hanno preso il nome di primavere, indignazioni, occupazioni o riot a seconda dei luoghi in cui sono avvenute o dei governi dai cui sono state variamente represse – ma sono anche i principali contenuti dell’informazione in rete, quella alternativa cioè ignorata dai media (presunti) grandi. Segnali positivi di anticorpi ancora attivi nella società.

 

Open access (vedi Aaron Swartz)

«C’è chi lotta per cambiare tutto questo. Il movimento Open Access ha combattuto valorosamente perché gli scienziati non cedano i loro diritti d’autore e pubblichino invece su Internet, a condizioni che consentano l’accesso a tutti. Ma anche nella migliore delle ipotesi, il loro lavoro varrà solo per le cose pubblicate in futuro. Tutto ciò che è stato pubblicato fino ad oggi sarà perduto. Questo è un prezzo troppo alto da pagare. Forzare i ricercatori a pagare per leggere il lavoro dei loro colleghi?Scansionare intere biblioteche, ma consentire solo alla gente che lavora per Google di leggerne i libri? Fornire articoli scientifici alle università d’élite del Primo Mondo, ma non ai bambini del Sud del Mondo? Tutto ciò è oltraggioso ed inaccettabile. “Sono d’accordo,” dicono in molti, “ma cosa possiamo fare? Le società detengono i diritti d’autore, guadagnano enormi somme di denaro facendo pagare l’accesso, ed è tutto perfettamente legale — non c’è niente che possiamo fare per fermarli”. Ma qualcosa che possiamo fare c’è, qualcosa che è già stato fatto: possiamo contrattaccare». (Fonte: Guerrilla Open Access Manifesto, Aaron Swartz tradotto in italiano qui

http://aubreymcfato.com/2013/01/14/guerrilla-open-access-manifesto-aaron-swartz/)

 

Oroscopi

Indiscutibili. Come le notizie di Borsa.

 

Privacy

Vedi «dati personali».

 

Pubblicità

Qualche esempio di spot truccati da notizie? «No, abbiamo solo 30mila battute per questo dossier».

 

Razzismi

Vecchi e nuovi. Quale «carta di Roma» (cfr) bis impedirà agli spot travestiti da notizie di insultare i poveri, gli impoveriti, gli anziani, le persone grasse o brutte?

 

Recentismo

«Immersi dentro il flusso travolgente delle informazioni […] ci dimentichiamo del passato e siamo troppo presi dal presente per preoccuparci del futuro». Così Federico De Collibus in «Blitzkrieg tweet» (ovvero «Come farsi esplodere in rete»). Insomma: «Esiste solo il presente».

 

Religioni: le parole per dirlo

Vedi il box di Marco Dal Corso.

 

Scienza

A quando su «Cem» un dossier sull’informazione scientifica?

 

Scuola/Educazione

Discorso infinito e (parzialmente) fuori tema rispetto a questo dossier ma chiunque abbia a che fare con educazione, formazione e studio non sottovaluti quanto si legge alla voce Mooc.

 

Twitter

L’uccellino blu che cinguetta da tutto il mondo notizie ormai non rappresenta una novità ma una fonte consolidata, indispensabile per i media tradizionali oltrechè un termometro dei sentimenti del “popolo della rete” su questioni politiche, culturali, sociali ed economiche. Twitter, grazie alla sintesi necessaria per rispettare il numero massimo di caratteri e alla diffusione di cellulari smart phone connessi ai punti wifi (o pagando il servizio internet) si rivela una delle applicazioni più presenti nei cellulari nei Paesi in cui il suo uso viene consentito. Il titolo ora è quotato in Borsa, ma il trend di crescita del numero di utenti non sembra essere stato condizionato.

 

Wikileaks

Per l’opinione pubblica – più “ammaestrata” dai grandi media – coincide con la fuga di notizie ed è legata al nome e al volto di Juilian Assange e in parte di Bradley Manning (il militare statunitense condannato a oltre 30 anni di carcere per aver fatto sapere al mondo cosa accadeva in Iraq e su quali informazioni si basavano le scelte strategiche del Pentagono). La piattaforma, protetta da un sistema di cifratura, riceve, verifica e rende pubbliche informazioni e documenti di carattere governativo o aziendale, provenienti da fonti coperte dall’anonimato. L’obiettivo dichiarato dall’organizzazione omonima è pubblicare tutto il materiale che – anche se reso disponibile in modo grezzo cioè senza commenti e contestualizzazioni – denunci i comportamenti non etici di governi e aziende, cercando di assicurare allo stesso tempo che gli informatori non vengano perseguiti per la diffusione di documenti sensibili. Chi ha redatto questo dossier condivide l’opinione che Assange e Manning siano due difensori della libertà di sapere e non due criminali.

 

Bibliografia utilizzata per queste voci

Antonella Beccaria, «Anonymous: noi siamo legione», Aliberti, 2012.

Luca De Biase, «I media civici: informazione di mutuo soccorso», Apogeo-Vita, 2013.

Federico De Collibus, «Blitzkrieg tweet: Come farsi esplodere in rete», Agenzia X, 2013.

Alessandro Delfanti, «Biohacker : scienza aperta e società dell’informazione», Eleuthera, 2013.

Carlo Formenti, «Utopie letali: contro l’ideologia postmoderna», Jaca Book, 2013.

Giulio Sensi, «Informazione, istruzioni per l’uso», Altraeconomia, 2011.

Andrew Keen, «Vertigine digitale : fragilità e disorientamento da social media», Egea, 2013.

Geert Lovink, «Ossessioni collettive: critica dei social media», Università Bocconi, 2012.

Eli Pariser, «Il filtro: quello che Internet ci nasconde», Il saggiatore, 2012.

Raffaele Simone, «Giornalisti incantati o incantatori?» intervista in danielebarbieri.wordpress.com, 12 settembre 2013.

Sherry Turkle, «Insieme ma soli: perché ci aspettiamo sempre più dalla

tecnologia e sempre meno dagli altri», Codice, 2012.

 

BOX

Le religioni e la comunicazione-informazione di Marco Dal Corso

Volendo provare a “declinare”, a partire dalla lezione di Panikkar, le possibili caratteristiche del modo di comunicare-informare delle religioni in dialogo, possiamo individuare i seguenti tratti. Prima di tutto, deve essere una comunicazione “aperta” dove nessuno è escluso a priori, a partire dal pellegrino bisognoso, dove possa partecipare anche chi non appartiene a nessuna religione istituzionalizzata. Aperta anche perché accoglie le domande, i dubbi, come i sogni e i desideri che alimentano la fame spirituale e nessun tema o argomento viene tralasciato, dove invece i problemi sulla e della vita vengono accolti come problemi delle religioni. Aperta perché la religione non è “terra” di una qualche istituzione, ecclesiastica o politica che sia, ma appartiene a tutta quella umanità che non ha smesso di immaginare un mondo diverso. Aperta anche perché, a differenza del pensiero logico e dialettico, non si tratta di convincere ma di affidare e confidare (in entrambi la radice di fides) a qualcuno le proprie speranze.

Altra caratteristica della comunicazione-informazione “inter-religiosa” è quella dell’interiorità. Si comunica, si informa non perché si hanno certezze da vendere, ma perché mossi da una domanda, da un desiderio interiore che interroga sempre le nuove certezze che ci costruiamo. La comunicazione è “interiore” anche perché tocca il cuore, è “affare di cuore” prima che un tema della ragione. Proprio perché fatta con il cuore e toccante il cuore, lo scambio nel dialogo è sempre di più di quello che è stato pensato. Se la religione è prima di tutto esperienza di senso, l’interiorità del dialogo fra religioni è una comunicazione sul senso e il significato della vita.

La comunicazione poi è “linguistica”, nel senso che è necessariamente veicolata dal “logos”, cioè dalla ragione. Di cui si serve e da cui è servita. Se la religione è esperienza simbolica, il linguaggio simbolico può essere quello privilegiato dentro il dialogo inter-religioso. Con l’attenzione al fatto che ogni simbolo si esprime in un codice linguistico e culturale che va capito, cui fare attenzione. Il dialogo inter-religioso si cura con i simboli piuttosto che con i documenti, direbbe Alves: “la verità non è in quello che è detto, ma in come è detto. Dio non è nella lettera. Egli è nella musica”.

Ma se la religione è anche “sospiro delle creature oppresse” è importante ricordare che un’ulteriore caratteristica della comunicazione e informazione inter-religiosa è essere “politica”. Significa riconoscere, accettare e promuovere quel dialogo che ha a cuore i temi della polis, che interpella le relazioni sociali, che ascolta i sogni soprattutto di coloro che non hanno potere. L’informazione offerta dalle religioni discute della vita del mondo e di ognuno, si costruisce e si sviluppa sui desideri confessati per un altro mondo possibile, per una vita migliore.

Infine, la comunicazione “inter-religiosa” mai deve perdere per strada la dimensione “mitica”. Nei miti tramandati dalle culture e dalle religioni riposa una carica vitale importante per la costruzione del futuro. Nei miti c’è una spiegazione diversa della realtà di cui si nutrono le religioni e che deve essere accolta e non solo “de-mitizzata”: demitizzare non equivale a liquidare il mito ma a interpretarlo per cercare ciò che vuole veramente dire. Occorre liberare il mito perché possa dire per intero la sua verità: essa non riguarda il mondo ma l’uomo e la sua esistenza. La comunicazione e inter-formazione delle religioni quando ricorre alla dimensione mitica non intende offrire una spiegazione prescientifica dei fenomeni della natura, ma intende dire, riuscendovi solo parzialmente, come interpretare il posto dell’uomo nel mondo. Il mito nelle religioni insomma dice la trascendenza dell’uomo in linguaggio immanente, con immagini e categorie della struttura del mondo. Il dialogo fra le religioni è mitico, oltre che logico.

Infine, la comunicazione inter-religiosa non smette di essere prima di tutto informazione “religiosa”. Oltre la propria inadeguatezza, ma anche oltre la propria sicurezza: l’informazione è religiosa perché la conversione, la direzione è verso il Grande Mistero e non verso una qualche confessione religiosa.

Il dossier è stato pensato e curato da Daniele Barbieri e Valentina Bazzarin con la collaborazione di Barbara Romagnoli e Marco Dal Corso (Barbieri e Dal Corso sono abituali collaboratori di “Cem-Mondialità”). Valentina Bazzarin lavora come assegnista di ricerca in Sociologia della comunicazione. Collabora con la Commissione europea fin dal 2009 coma valutatrice e esperta esterna per il Safer Internet Program e per l'Agenda digitale Going Local. Barbara Romagnoliè giornalista professionista freelance. Da vent’anni si interessa di studi di genere e femminismi. Dal 2009 al 2012 ha collaborato con Laterza. Attualmente collabora con la Iowa State University-College of Design.

(*) Questo dossier è uscito – parola più, parola meno ma con molte belle immagini ad arricchirlo – sul numero di marzo della rivista «Cem mondialità». (db)

redazione bottega
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

  • MI SCUSO O NON MI SCUSO?
    care e cari, ho seeeeeeeeeeeeeeeeeempre pensato che con un cognome tanto impegnativo come De Collibus, FRANCESCO dovesse chiamarsi FEDERICO; così alla prima occasione – questo dossier – ho corretto l’imprecisione anagrafica. Se però FRANCESCO ci tiene al suo nome di battesimo e soprattutto se voi cercate il suo bel libro (già recensito qui) consideratelo un mio errore.

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