Noi apparteniamo all’universo

Leggendo (dopo molti anni) «La scienza della vita» di Fritjof Capra, che arriva in edicola nella collana «La scienza come un romanzo» (*)


FritjofCapra

Interessante e “spiazzante” leggere questo libro pubblicato nel 2002 (ma scritto l’anno precedente). Anche perché se qualcosa di nuovo ovviamente è accaduto dalle parti della scienza, molte novità si sono registrate a livello politico e dunque le considerazioni di Fritjof Capra – fisico di formazione ma impegnato nei movimenti sociali – possono essere inquadrate in una prima valutazione storica, se pure sull’arco di un quindicennio.

La prima parte di «La scienza della vita» si intitola «Vita, mente e società» e in tre succosi capitoli (circa 100 pagine) insegna a muoversi fra autopoiesi, strutture dissipative, simbiogenesi, «teoria di Santiago della cognizione», zucchero, «misteriani» (una piccola scuola di filosofi), i diversi approcci alle esperienze personali, il ruolo di Aristotele (duemila anni dopo) e fra i nodi della coscienza, dell’autorità, delle tecnologie, della realtà sociale. Come si sa, Cartesio – o se preferite René Descartes – elaborò tre secoli fa una «divisione concettuale fra mente e materia» che continua a ossessionare e ingannare scienziati e filosofi… Invece per Capra – riassumo impugnando l’accetta – l’approccio corretto è opposto: nessuna divisione, anzi «apparteniamo» all’universo: «quando guardiamo il mondo che ci circonda, ci accorgiamo di non essere gettati nel caos e nel disordine ma di far parte di un grande ordine, una grande sinfonia della vita […] Noi apparteniamo all’universo, che è la nostra dimora, e questo senso di appartenenza può dare un profondo significato alle nostre vite».

Fra le molte mie ignoranze che ho potuto colmare leggendo questa prima parte anche il collegamento fra le ricerche parallele di Roger Fouts con gli scimpanzè sul linguaggio dei segni (Asl) e con bambini autistici.

La seconda parte (- 200 pagine circa – di «La scienza della vita» si intitola «Le sfide del ventunesimo secolo»: vi si respira l’aria di Seattle e del “movimento dei movimenti” di cui Capra sposa quasi tutte le tesi (o è il contrario? Forse possiamo considerarlo uno dei punti di riferimento teorici dell’altermondialismo).

Bisogna partire da un dato di fatto, terrificante quanto accertato: «è sempre più chiaro che i nostri sistemi industriali complessi – sia dal punto di vista organizzativo, sia da quello tecnologico – sono la forza principale che ci conduce verso la distruzione globale dell’ambiente; è cioè sempre più evidente come essi costituiscano, a lungo termine, il più grande pericolo per la sopravvivenza stessa dell’umanità».

La nuova economia «si ispira, in diversi modi fondamentali, al modello delle macchine». In un certo senso si sta realizzando subdolamente una delle paure di molta fantascienza, cioè che “le macchine” prendessero il potere; come scrive Capra, riprendendo e sintetizzando Manuel Castells: «il risultato del processo di globalizzazione finanziaria potrebbe consistere nella creazione di un Automa al cuore delle nostre economie […] L’incubo di vedere le macchine che abbiamo creato prendere il controllo del nostro mondo sembra sul punto di avverarsi – non però sotto la forma di robot che ci tolgono il lavoro o di computer governativi che esercitano un controllo poliziesco sulle nostre vite ma in quella di un sistema elettronico di transazioni finanziarie».

Lucida e sintetica l’analisi di Capra sul nuovo capitalismo con riferimenti alle “cattedrali” lodatissime di Taiwan e Corea del sud.

Nel sesto capitolo, sulle biotecnologie, ho scoperto la bella storia di James Kent, un ignoto “Robin Hood” anzi un “super eroe” (altro che il quasi omonimo giornalista Clark Kent dietro il quale si nasconde Superman): se però digitate in Google… nulla trovate. Vorrà dire che alla prima occasione qui in “bottega” racconteremo la sua vicenda; se non riuscite ad aspettare, andate a pagina 213-215 di Capra dove c’è l’essenziale.

Un altro punto decisivo – fra scienza e politica – qui affrontato da Capra (anche riprendendo Mae-Wan Ho) è l’imbroglio del «determinismo genetico» amplificato dal cattivo giornalismo; la stessa macchina disinformativa che ci allarma e rassicura non sulla base di notizie ma delle convenienze o strategie dei centri di potere mentre tace tutte le notizie scomode al business (come la manipolazione genetica del «riso d’oro», tanto per ricordare uno degli esempi fatti da Capra, riprendendo anche le parole di Vandana Shiva).

Il «nuovo capitalismo globale» sta facendo «grandi passi nella direzione sbagliata»; per questo occorre «cambiare le regole del gioco», come si intitola il settimo e ultimo capitolo, quello dove più si respira l’aria – e il relativo ottimismo – delle contestazioni di Seattle.

Buone notizie? Arrivano dall’agroecologia. Ma anche dagli edifici realizzati in base all’ecodesign («Immaginate un edificio come una specie di albero: esso purifica l’aria, accumula l’energia solare, produce più energia di quanta ne consumi, crea un riparo e un habitat, arricchisce il suolo e cambia al mutare delle stagioni» nella bella citazione di William McDonough e Michel Braungart). Arrivano dalla possibilità di realizzare «hypercar» ovvero «iperautomobili» non inquinanti, esempio di una svolta che sceglie come criterio la sostenibilità al posto del profitto “sfasciatutto”.

Ma nell’ultimo capitolo del libro e nell’epilogo («Aver senso») la speranza viene soprattutto dai movimenti.

La domanda chiave resta: «ci sarà abbastanza tempo?». E’ ancora possibile far vincere il cambiamento sulla barbarie del nuovo capitalismo ma l’orologio corre… Non è incoraggiante rileggere questo libro con l’occhio dei 15 anni trascorsi: molte strade che allora sembravano aprirsi (persino di autoriforma “egoistica” dei sistemi di potere) si sono chiuse.

Resta vera e drammaticamente urgente la frase scelta per la quarta di copertina: «La sfida principale del nuovo secolo – per gli scienziati della società, per quelli della natura e per chiunque altro – sarà quella di costruire comunità che siano ecologicamente sostenibili».

La frase scelta per aprire il libro è di Vaclav Havel e ci ricorda che «la cultura sta nell’abilità di cogliere le connessioni nascoste tra i fenomeni».

(*) Partita a metà giugno, la collana «La scienza come un romanzo» annuncia 25 titoli – a 7,90 euri l’uno, “cangurati” dal quotidiano «Il corriere della sera» – con ritmo settimanale. Bella idea e buona scelta, come l’anno scorso per l’analoga collana «La matematica come un romanzo» (più volte ne ho parlato in blog): io ho sempre evitato di acquistare anche il quotidiano – davvero illeggibile – e consiglio a voi di fare lo stesso. Se potessi ne comprerei 21 (vivi apprezzamenti e applausi dal settore biblioteche, vivissime proteste dal conto in Banca Etica) cioè tutti a parte i 4 che ho già letto. Dei primi 7 avevo ovviamente «Dal big bang ai buchi neri» di Stephen Hawking (la prima uscita) e oltre a Capra – ne parlo qui sopra – ho acquistato «Cantonate: perché la scienza vive di errori» di Mario Livio, «Big Bang: l’origine dell’universo e gli uomini che ne hanno svelato il mistero» (solo uomini? Neanche una donna? Ah, come inganna la lingua) di Simon Singh e «Il segreto di Copernico: la storia del libro proibito che cambiò l’universo» di Dava Sobel. Non pensate a fiction, siamo dalle parti della buona divulgazione scientifica. Nelle prossime uscite troverete cinque titoli firmati da nomi famosi della scienza: Roger Penrose, Freeman Dyson, Craig Venter, Margherita Hack e Richard Feynman. Fra quelli annunciati che conosco segnalo: «Perché accade ciò che accade» di Andrea Frova, bel viaggio nella scienza “quotidiana”; «La scienza divertente» di Giovanni Caprara e Lanfranco Belloni; «La fisica di Star Trek» di Lawrence Krauss (qui in “bottega” ne ha parlato più volte Fabrizio Melodia); «Che tempo farà: Breve storia del clima con uno sguardo al futuro» di Luca Mercalli.

Comunque questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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