«Noi non siamo soli»: due (o zero?) cose che forse so su antispecismo e dintorni

Viaggiando nel tempo … con un post scriptum di db “autocritico” e/o interrogativo

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Parto da Cagliari, estate 2016 dell’Era Comune per arrivare all’80° secolo. E ritorno dalle parti di Imola. Chi vuol viaggiare con me allacci le cinture del volo, slacci quelle del cervello.

 

ZERO

C’è un doppio striscione a Cagliari in piazza Yenne su un balcone proprio davanti alla statua di Carlo Felice (Carlo Feroce per chi conosce bene la storia): il primo dice «libertà per i compagni» – vago ma comprensibile – ed è antico, lenzuolo liso ma resistente, mentre il secondo è più recente e forse ermetico «Antispecismo è antifascismo». Guardandolo, questa estate, mi chiedevo se il termine «specismo» fosse chiaro a un certo numero di persone. Poi mi sono corretto: bisogna sempre partire da sé, soprattutto nell’ignoranza immensa e nei piccoli saperi. E dunque mi sono chiesto: «di antifascismo so e mi schiero consapevolmente, ma cosa conosco dell’anti-specismo? Come mi colloco?».

 

ZERO VIRGOLA UNO

Poco so di questo groviglio. Ho letto qualche scritto di Annamaria Rivera: stimolante, come sempre. Mi pare giusto, istintivamente e razionalmente, che gli animali godano di alcuni diritti. Ma dovrei indagare meglio, pensarci su, non fermarmi alle definizioni (*). Studiare anzi, ché in realtà sono debole in zoologia base… Ho un’antica passione per le “scimmie” – lo so non dovrei chiamarle così – e qualche approfondimento libresco: fra Darwin e Jay Gould, ovviamente Trilussa, e le nostre cugine Washoe e Koko che usarono un linguaggio di segni, abbastanza complesso, per comunicare con gli umani circostanti. Affianco questa vicinanza a una grande curiosità per i delfini e il loro linguaggio. Aggiungo un antico innamoramento per i cani e uno più recente per gli ornitorinchi con la loro impossibilità “tecnica” di esistere così stranamente combinati, roba anarchica. Qui mi fermo. Come animalista non passerei un esame preliminare; neanche posso dire, come Massimo Troisi, “ricomincio da tre”.

 

ZERO VIRGOLA 95, INSOMMA NON PROPRIO UNO

Da poco la mia amica Barbara Romagnoli, che sta scrivendo un libro sulle api, mi ha fatto conoscere questa frase di Paul Preciado, filosofo e attivista queer: «Gli esseri umani, incarnazioni mascherate della foresta, dovranno togliersi la maschera umana e riprendere di nuovo quella del sapere delle api. Il cambiamento necessario è talmente profondo che si dice sia impossibile, talmente profondo che si dice sia inimmaginabile. Ma l’impossibile arriverà e l’inimmaginabile è inevitabile. Del resto cosa era più impossibile e più inimmaginabile, la schiavitù o la fine della schiavitù? Il tempo dell’animalismo è quello dell’impossibile e dell’inimmaginabile. Questo è il nostro tempo, l’unico che ci rimane».

 

ZERO VIRGOLA 96…

Di recente ho incrociato un manifesto “antispecista” – entusiasmerebbe Paul Preciado, credo – che mi ha costretto a riflettere, quanto lo striscione in piazza Yenne. Sarò sincero: è la terza volta che mi imbatto in questo “manifesto” ma le due volte precedenti ero troppo piccino per capirne tutti i sottintesi. Attenzione però: arriva dall’ottantesimo secolo – dell’era comune – e per saperne di più sarà necessario viaggiare avanti e indietro nel tempo (con una tappa a esempio sul 4 luglio 1977 e punto fermo sul 1951) e nello spazio. Per farlo insieme, ci serve l’aiuto di Clifford Simak.

 

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Se non amate la fantascienza (**) il nome di Simak vi risulta nuovo. Pochi mesi fa ho consigliato a un po’ di compagne/i di correre in edicola a prendersi la ristampa di «City» che di Simak è uno dei capolavori e secondo me una delle storie più belle dell’intero ‘900 Era Comune, sempre che contiate i secoli in quel modo.

 

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In particolare ho consigliato «City» a chi ama i cani, visto che inizia così: «Ci sono storie che i Cani raccontano quando le fiamme bruciano alte e il vento soffia dal nord. Allora ogni famiglia si riunisce intorno al focolare, e i cuccioli siedono muti ad ascoltare, e quando la storia è finita fanno molte domande:
‒ Cos’è un Uomo? ‒ chiedono
Oppure: ‒ Cos’è una città?
O anche: ‒ Cos’è la guerra?
Non esiste una risposta precisa a nessuna di queste domande. Ci sono delle supposizioni e ci sono delle teorie e ci sono numerose ipotesi dotte ma non esiste, in realtà, una vera risposta».

 

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Rileggere – per la decima volta? – «City» mi ha fatto venir voglia di verificare se altri libri di Clifford Simak erano a quell’altezza. Così ne ho ripresi quattro, con gradimento variabile, ma arrivato a «Oltre l’invisibile» (titolo originale: «Time and again» del 1951) il fiato stava per mancarmi. Mi ero accorto di come Simak si appropriava di Thoreau certo, ma possibile che non mi fossi reso conto di un elemento centrale della trama? Nel libro c’è l’elogio della libertà per tutti gli esseri umani e “umanoidi” ma si dichiara che quel diritto vale per ogni specie vivente. Sì, sì-sì-sì-sì: ogni specie vivente. Un manifesto antispecista.

 

UNO

Nel romanzo «Oltre l’invisibile» Simak a un certo punto ci fa incontrare un libro che nell’80° secolo tutte/i conoscono… o conosceranno, aggiustate voi il verbo come preferite. Si intitola «Questo è il destino». C’è il nome dell’autore, Asher Sutton e nient’altro. «Mancava la data di pubblicazione, l’indicazione di copyright, il nome dell’editore. Sembrava quasi che il libro fosse tanto noto da rendere superflua ogni altra indicazione».

«Questo è il destino» inizia così:

«Noi non siamo soli.

Nessuno è mai solo.

Mai, da quando il primo debole palpito della vita, sul primo pianeta della galassia, acquistò la facoltà di percezione, mai è esistita una sola creatura vivente che abbia camminato o strisciato da sola lungo il sentiero della vita».

 

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Adesso non correte in libreria a cercare «Questo è il destino»; se vi siete distratte/ vi ricordo che stiamo parlando dell’80° secolo. Però ci sono questioni molto più vicine a noi – per esempio una certa lettera dell’11 luglio 1987 di cui Simak disponeva nel 1951, ovvietà per chi viaggia nel tempo – che potete trovare in «Oltre l’invisibile». Se dunque codesta mia piccola incursione “antispecista” vi ha fatto venir voglia di leggere Simak, ecco le istruzioni per muovervi nella jungla dell’editoria italiana: buone biblioteche o bancarelle perché attualmente nelle librerie il meglio di Simak non c’è.

 

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Però, fra voi che avete gli occhi momentaneamente incollati qui, magari almeno una/uno vuole proprio leggere «Questo è il destino», la versione originale… non quella che, nel corso del tempo, sarà modificata dai «revisionisti» come Simak ci spiega. Il libro di Sutton però non c’è ancora, lo ripeto. Sarebbe un interessante paradosso se un essere umano – o anche no? – che legge codesto blog lo scrivesse; magari firmandosi Asher Sutton. Io ne trarrei giovamento. Suggerirei di mantenere la frase iniziale che tutte/i conoscono nell’80° secolo: «Noi non siamo soli».

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(*) Non è che la definizione iniziale di Wikipedia sia di grandissimo aiuto: «Lo specismo è un termine coniato dagli antispecisti per identificare l’attribuzione di un diverso valore e status morale agli individui a seconda della loro specie di appartenenza». Un po’ meglio Anarchopedia o… appunto Annamaria Rivera: [Lo specismo è un’idea] della centralità e della superiorità della specie umana su tutte le altre, che finisce per negare ai non umani la qualità di soggetti di vita senziente, emotiva e cognitiva».

(**) C’è ovviamente una fantascienza “animalista” e/o “antispecista”, tutta da riscoprire. Penso a «Le guide del tramonto» di Arthur C. Clarke, da poco riedito su Urania. Non sto a spiegarvi la trama nei dettagli ma nella prima parte del romanzo ci sono alieni che dialogano con i terrestri e, grazie a tecnologie e saperi superiori, li aiutano a risolvere mille problemi. Sembrano abbastanza «indifferenti alle diverse forme di governo» e non si impicciano degli “affari umani” di ogni giorno. Con alcune clamorose eccezioni. «Potete uccidervi l’un l’altro se volte» chiarisce un rappresentante degli alieni «ma se uccidete gli animali che dividono con voi il vostro pianeta, a meno che non sia per procurarvi cibo o per difesa personale, dovete risponderne direttamente a me». Cioè? Si capisce meglio il senso quando nella “Plaza dei Toros” durante una corrida «si udì un suono quale mai era echeggiato sulla Terra. Era l’urlo di dolore di 10 mila persone» che poi «si ritrovarono del tutto illesi» … ma fu comunque la fine di tutte le corride.

(*) Conosco una delle obiezioni. Suona o più o meno così: “giusto non far soffrire inutilmente gli animali ma ci sono tante cose più urgenti che riguardano gli esseri umani”. Per una contro-obiezione consiglio “Mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime” – Rosa Luxemburg.

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 POST SCRIPTUM “AUTOCRITICO” MA SOPRATTUTTO INTERROGATIVO

Ho fatto leggere una versione precedente, ma quasi identica, di questo scritto ad alcune persone “vicine”. Mi hanno detto, quasi con garbo: «non si capisce dove vuoi andare a parare». Ah. Se è così davvero sono un pessimo comunicatore. Mi cospargo il capo di classica cenere. Voi siete d’accordo? Ho perso il filo? Ma almeno – daaaaaaai – a qualcuna/o di voi sarà venuta voglia di leggere «Oltre l’invisibile»… Se mi dite in coro «no» inviate anche un pacchetto di cicuta che l’erborista qui sotto mi sa che non la vende più.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Francesco Masala

    si capisce dove voglio andare a parare?

    1

    Tommy, Kiko, Hercules e Leo potrebbero un giorno essere famosi nella storia come lo sono gli schiavi della “Amistad”. Facendo ricorso alla stessa legge che portò nel 1839 alla liberazione degli schiavi africani che si erano ribellati nella goletta negriera spagnola “Amistad”, un gruppo di avvocati americani sta intentando in questi giorni in vari tribunali dello Stato di New York una serie di azioni legali per il riconoscimento del diritto alla libertà fisica di quattro “persone non-umane”, cioè di quattro scimpanzè. Appunto, Tommy, Kiko, Hercules e Leo.

    Gli avvocati fanno parte di un progetto legale, il NonHuman Rights Project, che sostiene che gli esseri umani non sono gli unici esseri viventi ad avere diritti che devono essere formalmente riconosciuti dalla legge: l’associazione vuole ottenere che anche alcuni animali passino dallo stato giuridico di “oggetti” a quello di “persone” in possesso di alcuni diritti fondamentali, quali il diritto alla libertà e all’integrità fisica. A giudizio di questi avvocati, «l’evolversi della morale, le scoperte scientifiche e la stessa esperienza umana» garantiscono questi diritti anche alle “persone non-umane”.

    Gli avvocati si appoggiano esattamente alla stessa legge che venne usata nel 1772 nel Regno Unito nel primo caso in cui uno schiavo africano ottenne di riconquistare la libertà. In quell’occasione il giudice, Lord Mansfield, riconobbe che uno schiavo non era un “oggetto” ma una persona, e quindi non poteva appartenere a un altro essere umano. Quella stessa legge è stata usata poi molte volte negli Stati Uniti dagli schiavi fuggitivi del sud che arrivavano negli Stati abolizionisti del nord, prima che con la Guerra Civile del 1861 la schiavitù venisse ufficialmente abolita ovunque. Si tratta dell’habeas corpus, letteralmente “che tu abbia la tua persona (libera)”. E’ un mandato con cui il giudice viene urgentemente chiamato a decidere se la detenzione di una persona sia legale o meno.

    Dunque, un giudice è stato chiamato già ieri, lunedì, a decidere se la detenzione dello scimpanzè Tommy sia legale, o se Tommy non sia una “persona” imprigionata senza giusta causa e quindi non abbia diritto a tornare libero. Se la libertà gli venisse riconosciuta, Tommy verrebbe accolto alla North American Primate Sanctuary Alliance http://www.primatesanctuaries.org/ dove scimpanze, bonobo, gorilla e orangutanghi che siano stati oggetto di ricerche o siano sfuggiti a prigionie crudeli trovano protezione e cura nella loro vecchiaia.

    Tommy vive all’aperto, in una gabbia di cemento, nel nord dello Stato di New York, in temperature molto più fredde di quelle che sarebbero giuste per lui. Altri scimpanzè che vivevano con lui sono morti. Kiko è uno scimpanzè di 26 anni, che ha fatto l’attore ma ora che soffre di un’infezione ai timpani e ha perso la sua agilità è tenuto in gabbia. Hercules e Leo sono oggetto di ricerche ed esperimenti presso un laboratorio che vuole determinare come camminavano i primi ominidi, anche loro vivono in gabbia.

    Gli avvocati che hanno presentato il mandato di habeas corpus avevano già programmato di tentare una simile azione lo scorso aprile, per due scimpanzè prigionieri di uno zoo privato, Merlin e Reba, ma prima che il ricorso ai tribunali potesse prendere forma tutti e due quelle “persone non-umane”, per usare il termine adottato dagli avvocati, erano morte di malattia.

    Va sottolineato che ieri era la Giornata Internazionale per la Abolizione della Schiavitù, un giorno in cui le Nazioni Unite ricordano che nel mondo ci sono tuttora milioni di schiavi umani, donne e bambini, e che “tutti coloro che hanno una coscienza devono combattere per porre fine a questa vergogna”. Gli avvocati della “NonHuman Rights Project” sperano che un giorno questa “sacrosanta lotta per la libertà” includerà anche i nostri cugini primati.
    (http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/scimpanze_schiavi_africani_legge_liberta_usa/notizie/382279.shtml)

    2

    è interessante frequentare i cattolici vegetariani (http://www.cattolicivegetariani.it/)

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    73 professionisti laureati in discipline scientifiche hanno chiesto al Rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia di fermare le sperimentazioni sui macachi. Gli animali, allevati nello stabulario della stessa Università, sono sottoposti a test molto invasivi che comportano l’inserimento di una spira (una sorta di vite) sotto la congiuntiva oculare, fili d’acciaio nei muscoli della nuca e camere di registrazione impiantate nel cervello; tali esperimenti durano anni e hanno come esito la morte.
    Sono decenni che l’Ateneo modenese usa le scimmie per fini sperimentali e le pubblicazioni frutto di tali invasive investigazioni continuano a non dare risposte per l’uomo, è ora di smettere di giustificare dolore e uccisioni in nome di uno studio che non cura nessun malato.
    Tra i firmatari dell’appello molti esponenti della neonata Associazione O.S.A. (Oltre la Sperimentazione Animale), che riunisce medici, veterinari, biologi, farmacisti e altri laureati in discipline scientifiche che hanno deciso di unire le loro competenze allo scopo di offrire alla ricerca scientifica modelli alternativi all’uso di animali, e fornire informazioni competenti rispetto alla reale utilità della sperimentazione animale.
    Tali procedure sono non solo eticamente inaccettabili, ma scientificamente non ammissibili, come sostenuto e dettagliatamente argomentato dagli aderenti all’O.S.A. L’appello al Rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia di chiudere questa inutile ricerca, si aggiunge a quello già fatto nei mesi precedenti da ben 84 deputati di vari schieramenti. Le associazioni animaliste, inoltre, hanno più volte offerto la propria disponibilità a farsi carico delle scimmie eventualmente dismesse, ma tutte le richieste per ora sono cadute nel vuoto.
    Gli scienziati antivivisezionisti chiedono di sostenere una ricerca svolta con metodi rigorosi, validati, avanzati, in grado di implementare lo sviluppo di alternative che possano fornire quelle risposte che la sperimentazione animale non ha dato in più di un secolo e non sarà mai in grado di dare.
    Troppo spesso il messaggio antivivisezionista viene subdolamente associato solo a facili emotività per far credere che chi è contro l’uso degli animali nella ricerca sia contro la scienza, ma la verità è esattamente il contrario, come dimostrano questi 73 firmatari e il crescente fronte scientifico contrario al modello animale perché obsoleto, costoso e inutile per le malattie che affliggono la nostra specie.
    (http://www.lav.it/news/vivisezione-a-modena-appello-degli-scienziati-stop-alluso-dei-macachi)

    4

    e per finire, per ora 🙂
    http://amareproduzioniagricole.blogspot.it/2014/01/questione-di-civilta.html

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