«Non rompere niente»: dialoghi e monologhi siciliani in noir

Il romanzo di Marilina Giaquinta nella lettura di Angelo Maddalena (anzi Angelo Maria Antonio Maddalena, come da anagrafe)

«Quelli dell’isola non sbagliano mai, apparsi e sedimentati come il loro vulcano, milioni di anni fa, si portano dietro una lingua che solo a pronunciarla impari la vita e per questo è meglio non conoscerla, perché non ti dà scampo, ti svela ogni cosa, ti fa conoscere la fine» pensò il commissario appena sveglio, «sudato fradicio e col cuore che gli galoppava in gola».

Stefano Pacini, a proposito del mio primo libro, mi disse che poche righe a un certo punto davano senso all’intero libro di circa 150 pagine. Vorrei dire una cosa simile delle righe sopra citate tratte dal romanzo «Non rompere niente» di Marilina Giaquinta. Però dirò di più!

Un romanzo surreale per certi versi, «Non rompere niente» di Marilina Giaquinta: né Montalbano né don Matteo, anche se a qualcuno “abituato” alle serie tv potrebbe rievocare alcuni scorci di figure tipiche (o topiche?) presenti in Camilleri. Pochi purtroppo hanno capito che quello di Camilleri non è un siciliano reale, e neanche “diffuso”, ma piuttosto commerciale e folklorico, mentre in questo romanzo della catanese Marilina Giaquinta le espressioni della parlata di Catania (e siciliana certo, ma esistono spesso termini di città e paesi tipici di solo quel luogo preciso) non vengono usate per creare l’illusione di stare leggendo il siciliano ma spesso per quello che sono, a volte senza neanche traduzione (raramente non si intuisce il senso e il significato). Quindi c’è un linguaggio territoriale vero, per quanto lo possa essere un linguaggio scritto preso dal parlato.

Per un siciliano come me ovviamente è spesso evocativo di mondi e di immagini persisi nel baratro della memoria (io non abito in Sicilia da un bel po’ di anni, a parte qualche ritorno).

Surreale a cominciare dai dialoghi del commissario con Maria (o Isola, come preferisce farsi chiamare lei, anche perché è il suo secondo nome), “appuntata” con il sogno della «piggì» (polizia giudiziaria). Dialoghi surreali perché… al citofono! E anche con Passalacqua, altro appuntato ingenuo e chiacchierone, c’è almeno un dialogo al citofono (del comando di Polizia). Le figure dei poliziotti ingenuotti e del commissario affascinante e di poche parole – che si confronta con la logorrea dei poliziotti siciliani di questa Isola mai nominata (forse una delle Eolie?) – potrebbe richiamare tipi già visti: appunto il commissario Montalbano e il carabiniere impersonato da Nino Frassica (in Don Matteo). Ma qui siamo in un romanzo ben più complesso e spiazzante: la “simpatia” di Maria Isola, donna abbandonata da un uomo e con un figlio a carico, che trova nel commissario un riferimento culturale al di là di un fascino che non la lascia indifferente. La sua passione per il cinema – che a ogni aneddoto le fa venire in mente la scena di un film – è un altro elemento che colora il romanzo.

Fino a un certo punto tutto sembra fermo ma un urlo proviene da una villa. Lì c’è una donna misteriosa e affascinante che abita da sola con i suoi ricordi “misteriosi”. Parte la trama, con un finale enigmatico e aperto. Devo confessare che il finale del romanzo mi sembrava un classico ma anche lì Marilina Giaquinta mi ha spiazzato: non lascia amarezza e mestizia il vero finale, cioè il dialogo conclusivo tra il commissario e Maria, con una prospettiva, forse, sentimentale tra i due?

Un romanzo filosofico oltre che tragico, forse anche antropologico, in cui i dialoghi tra Maria e il commissario costruiscono un luogo (un’Isola appunto) che diventa confessione e consapevolezza, saggezza popolare e interrogativi tragici. Come quando Betta, nel dialogo finale con Carlo, nella villa dove tutto si conclude, dice a Carlo: «Perché costa tanto la verità? Perché abbiamo bisogno del buio? Perché ci vergogniamo di essere veri?».

https://www.sikeedizioni.it/

Non rompere niente, euno edizioni, 280 pagine, 16 euro, 2020

 

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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